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	<title>le parole degli altri &#187; [recensioni]</title>
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	<description>Il caso ci guida anche se non abbiamo lasciato niente al caso</description>
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		<title>Romanzo naturale [recensione]</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 20:59:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Romanzo naturale - Gospodinov]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro] Tu sei lì come al solito che ti dai arie da scrittore maledetto impostando uno sguardo perso nell&#8217;intensità del tuo pensiero. Come al solito perdi tempo ma lo fai con stile, intessendo tutta una trama che un giorno forse riverserai su carta ma che ora non ritieni ancora matura. Per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/12/19/romanzo-naturale-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>Tu sei lì come al solito che ti dai arie da scrittore maledetto impostando uno sguardo perso nell&#8217;intensità del tuo pensiero. Come al solito perdi tempo ma lo fai con stile, intessendo tutta una trama che un giorno forse riverserai su carta ma che ora non ritieni ancora matura. Per questo sono anni che non tiri fuori nemmeno un racconto di 4 pagine.</p>
<p>Mentre sei lì (come al solito) &#8211; magari accarezzando il gatto, quel gatto che hai tanto desiderato perché tutti i veri scrittori ne hanno uno &#8211; mentre ti accendi una sigaretta pensando a come la profondità del tuo lavoro traspare dai tuo oziosi gesti quotidiani, tua moglie torna a casa.</p>
<p>Non si toglie nemmeno il cappotto, viene dritta da te e ti dice: &#8220;sono incinta&#8221;.</p>
<p>Gli ultimi sei mesi di castità non lasciano margine di interpretazione: a quel punto il tuo mondo si sgretola.</p>
<p><span id="more-3246"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Non sei uno scrittore, non hai un lavoro, non hai un amore. Hai tante idee frastagliate, sui bagni pubblici, sulle api, sul giardinaggio, sulle mosche, sulla tua infanzia, sulla Bulgaria negli anni di regime. Hai anche molti frammenti scritti su questi temi, temi che ti affascinano, temi che, se analizzati a fondo &#8211; ne sei sempre stato sicuro &#8211; ti porteranno a scrivere una <em>grande opera</em>.</p>
<p>Peccato che questa nuova e ignara creatura che fra una manciata di mesi verrà al mondo, e per cui non provi nessun rancore, abbia totalmente mandato a ramengo tutti i tuoi piani per entrare nel gotha della letteratura contemporanea. <em>En passant</em> ti ha anche tolto una casa, la donna, il gatto, per non parlare di quelle labili certezze su cui poggiavi.</p>
<p>Che fare?</p>
<p>Non resta che darsi alla macchia. Sparire come solo chi soffre per un tradimento può desiderare: rubare l&#8217;identità di qualcun altro; decontestualizzarsi; diventare un barbone.</p>
<p>Non farsi mai più trovare.</p>
<p>Da nessuno.</p>
<p>Nemmeno (soprattutto?) da te stesso.</p>
<p>Il depistaggio diventa così il romanzo scomposto di una vita interrotta che prova ad aggrapparsi a poche illuminate visioni per sopravvivere.</p>
<p>Scritto con una delicatezza sublime,  quest&#8217;opera breve è il non-resoconto della disperazione di un uomo, del suo tentativo di svanire; del modo in cui tutti i suoi frammenti, le sue paranoie, i suoi incerti incipit ricompongono la sua miseria. Un uomo che è costretto a realizzare di non aver fatto altro che perdere tempo, opportunità, scelte, vita e che tenta il riscatto in lievi marginalia. Un uomo troppo orgoglioso per farsi schiacciare dalla tranquillità con cui sua moglie gli offre di fare il padre di un figlio non suo.</p>
<p>Un uomo che anela solo a non esistere più, ma che è troppo umano per il suicidio. E quindi decide di stupirci. Un tentativo che ci commuove nel profondo, abbagliandoci con la sua sommessa esplosione di inezie.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>Una solitudine troppo rumorosa [recensione]</title>
		<link>http://www.leparoledeglialtri.com/2010/11/10/una-solitudine-troppo-rumorosa-recensione/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Nov 2010 07:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>bof</dc:creator>
				<category><![CDATA[Una solitudine troppo rumorosa - Hrabal]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[] Come si fa a parlare di questo libro? Ogni volta che ho provato le parole mi sono venute meno, perse nella pressa meccanica di Hanťa, il narratore e protagonista di questa solitudine troppo rumorosa, masticate insieme a sangue rappreso, surmolotti, mosche carnarie, insieme a tutta la poesia e tutto l&#8217;amore, parole chiuse nella mia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a title="vai alla scheda" href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/10/15/una-solitudine-troppo-rumorosa-scheda/">[]</a></p>
<p>Come si fa a parlare di questo libro? Ogni volta che ho provato le parole mi sono venute meno, perse nella pressa meccanica di Hanťa, il narratore e protagonista di questa solitudine troppo rumorosa, masticate insieme a sangue rappreso, surmolotti, mosche carnarie, insieme a tutta la poesia e tutto l&#8217;amore, parole chiuse nella mia faccia sgomenta come i pacchi di Hanťa sono rivestiti dalle stampe dei maestri pittori.</p>
<p><span id="more-3138"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Ho sfortuna con i libri che mi piacciono. Tendo a <a title="un bell'aneddoto" href="http://www.leparoledeglialtri.com/2009/08/04/il-disordine-del-tuo-nome-recensione/" target="_blank">perderli</a>. In questo caso, mi svegliai una notte con il desiderio di rileggermi il caro <a title="Amras, chiaro..." href="http://www.leparoledeglialtri.com/libri/amras-bernhard/" target="_blank">Bernhard</a>, e non lo trovai (mi ero trasferito da poco, e a quanto pare non avevo perso solo i bicchieri). Allora decisi per un altro mio grande classico, questa Solitudine troppo rumorosa. Non trovai nemmeno quello. Sconcerto, ma mi ci volle poco tempo per comprarne un&#8217;altra copia.</p>
<p>Bene, forse non è il libro adatto a questo blog, perché andrebbe citato tutto, da cima a fondo, e non perché le frasi estratte dal contesto non tornino, ma perché sostanzialmente è una lunga poesia in prosa, è un atto d&#8217;amore a tutto quello che chiamiamo letteratura, quindi non solo alla parola scritta, anche all&#8217;epulide, a tutto ciò che sta intorno alla parola, la carta, l&#8217;odore, il peso e la consistenza dei libri.</p>
<p>Hanťa fa un lavoro che è troppo per un uomo solo con i sensi funzionanti. Non può semplicemente sbarazzarsi di libri per quello che sono realmente, cioè pezzi di carta da riciclare o spesso <em>inutile</em>, lui sente tutto quel c&#8217;è scritto e lo trova prezioso, &#8220;mi metto in bocca una frase come se fosse una caramella&#8221;. Anche noi delle parole degli altri ci aggrappiamo a questi feticci, anche noi confondiamo tragicamente l&#8217;oggetto con il soggetto, a e anche noi siamo, come Hrabal, dei <em>pierrot incruditi</em>.</p>
<p>Leggete questo libro, per l&#8217;amordiddio, rileggetelo se l&#8217;avete già fatto. E se non ne sopporterete la bellezza, allora aiutatevi con caraffe di birra come fa Hanťa, magari come fa lui quando trova un libro ancora più prezioso mettetelo da una parte in attesa di essere abbastanza forti.</p>
<p>Una delle domande classiche dell&#8217;Arte è se l&#8217;arte possa cambiarti la vita. Per esperienza personale posso dire che certamente, e che ogni volta che guardo il mondo con gli occhi ingenui e meravigliati di Hrabal, ogni volta che mi faccio accarezzare dal mondo, ogni volta che cado per uno sgambetto o che mi appoggio, la vertigine di quegli occhi mi calma, perché mi ricordo che i cieli non sono umani, ma che forse l&#8217;infinito e l&#8217;eternità hanno un debole per quelli come me.</p>
<p>Santi numi&#8230;</p>
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		<title>Ingegnere del tempo perduto [recensione]</title>
		<link>http://www.leparoledeglialtri.com/2010/10/10/ingegnere-del-tempo-perduto-recensione/</link>
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		<pubDate>Sun, 10 Oct 2010 03:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ingegnere del tempo perduto - Duchamp]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro] A una di queste inutili cene di lavoro a cui partecipo con drammatica regolarità, per un qualche miracolo divino, l&#8217;argomento di conversazione non era, come sempre, il lavoro istesso, (è una terribile abitudine, quella di non avere altri argomenti oltre al lavoro), ma si parlava niente popò di meno che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/04/19/ingegnere-del-tempo-perduto-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>A una di queste inutili cene di lavoro a cui partecipo con drammatica regolarità, per un qualche miracolo divino, l&#8217;argomento di conversazione non era, come sempre, il lavoro istesso, (è una terribile abitudine, quella di non avere altri argomenti oltre al lavoro), ma si parlava niente popò di meno che di arte. L&#8217;arte, intesa come quella in cui ci sono i quadri e via dicendo (perché, detto fra noi, anche la letteratura è arte, ma quando uno dice che parla di arte, non intende mai di letteratura).</p>
<p>Ma vi rendete conto? Un argomento diverso dal lavoro? A una cena di lavoro? Impensabile. Praticamente un’eresia.</p>
<p>Un’eresia che per me però è stata come una boccata d’aria fresca. L’arte è uno dei miei argomenti preferiti; d&#8217;altronde come dice lo stesso Duchamp <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/06/23/ingegnere-del-tempo-perduto-pg-112/" target="_blank">è un atto masturbatorio</a> (e chi mi conosce lo sa: la masturbazione è fra le mie passioni più grandi) quindi a quella cena, invece di avere la consueta faccia da culo che sfodero senza colpo ferire per queste occasioni, avevo realmente appizzato le orecchie. In particolare a un certo punto si è addirittura arrivati a Duchamp (ed è il motivo per cui l’aneddoto è in questa recensione) e giunti a quel momento ero già al mio quarto bicchiere di rosso; dunque non solo ero particolarmente lucido, ma anche molto reattivo.</p>
<p>Un personaggio francese che assomiglia  a Mr Bean a un certo punto ha detto una frase del tipo: &#8220;Nell&#8217;arte classica c&#8217;è il soggetto, ma non c&#8217;è l&#8217;idea, mentre nell&#8217;arte moderna c&#8217;è l&#8217;idea ma non c&#8217;è nessun soggetto.&#8221; Posto che, chiaramente, questa è una semplificazione estrema, l’ho trovato un modo brillante di riassumere il passaggio di svolta fra l’arte classica all’arte moderna e poi all’arte contemporanea.</p>
<p>(Notoriamente esistono casi clamorosi in cui convivono entrambe le cose, anche molto in anticipo sul &#8217;900, in particolare mi viene in mente <em>Las Meninas</em> di Velázquez &#8211; per chi ne volesse scoprire i misteri, consiglio vivamente di leggere la splendida interpretazione fatta da Foucault ne <em>Le parole e le cose</em>, o procurarsi un libro come <a href="http://www.foglidarte.com/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=290&amp;Itemid=62" target="_blank">questo</a> &#8211; , ma l&#8217;affermazione di Mr Bean contiene in nuce una verità, ovvero che col passaggio all&#8217;arte moderna, e poi quella contemporanea, la progressiva perdita dei soggetti ha aumentato fortemente l&#8217;importanza della parte concettuale dell&#8217;opera, che sia relativa al processo o che sia relativa all&#8217;estetica.)</p>
<p>Allorché ho detto a Mr Bean che la genialità di Duchamp (una delle tante) sta proprio nel fatto che nelle sue opere, quelle della maturità, quelle nate dal distacco dalla pittura (lui la chiamava<em> egemonia retinica</em>), ci sono entrambi: i soggetti (a volte sono oggetti, in effetti) e le idee. E che questi, nelle opere di Duchamp sono intimamente collegati, sono indivisibili; si sorreggono a vicenda e creano qualcosa di speciale, di inaspettato, di rivoluzionario. Poi mi sono lanciato in un&#8217;apologia del personaggio, dichiarando apoditticamente che Duchamp è stato l&#8217;artista più importante del &#8217;900, per così dire, il padre putativo di tutto il &#8217;900, e che senza capire l&#8217;impatto che Duchamp ha avuto sulla cultura occidentale, non si può capire come siamo arrivati dove siamo arrivati.</p>
<p>La devo smettere di bere così tanto alle cene di lavoro. Mancava solo che gli dicessi che se non la pensavano come me voleva dire che non capivano una mazza, poveri inetti. E poi, via, correre nella brezza serotina di Valentia stringendo in mano una bella lettera di licenziamento! Perché bisogna essere spavaldi e difendere ciò in cui si crede, almeno una volta nella vita.</p>
<p>Ma torniamo a noi, licenziamento o no, resta il fatto che dopo Duchamp niente è più stato uguale a prima.</p>
<p><span id="more-2959"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Ricordo <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/09/18/michael-craig-martin/" target="_blank">un’opera</a> che mi colpì molto una volta che visitai la TATE Modern a Londra. Ad alcuni, forse a tanti, può sembrare l’ennesima cazzata di uno che non ha più idee, ma a me all&#8217;epoca mise di ottimo umore e ancora oggi non cessa di rallegrarmi. Approfondendo un pochino la questione, si capisce che quest&#8217;opera è un tentativo da parte dell&#8217;artista di comprendere o di mettere in dubbio il significato stesso di un&#8217;opera d&#8217;arte. È un espediente per minare ciò che noi attribuiamo al significato di significato. È un attentato al buon senso.</p>
<p>E questa, secondo me, è l’essenza dell’arte concettuale, ovvero della creatura più mostruosa creata da Duchamp (anche se lui, di suo, non ha mai fatto un pezzo puramente concettuale; ma il virus, quello sì, lo ha sparso lui in giro). E infatti il collegamento fra quest&#8217;opera concettuale e Marcello è netto.</p>
<p>Ma come fare il collegamento più ampio fra Marcellino e tutto il &#8217;900? Eh, è un casino. Innanzitutto bisognerebbe capire Duchamp, e già lì la faccenda si fa complicata. Poi bisognerebbe leggere, studiare, approfondire le opere di tutti gli artisti influenzati da Duchamp (ne cito uno emblematico: John Cage). Insomma, ci vuole un po&#8217;. Sicuramente, per avere tutta l&#8217;opera di Duchamp a portata di click è molto utile e istruttivo <a href="http://www.understandingduchamp.com/" target="_blank">questo sitariello</a> che consiglio vivamente perché fatto in maniera sublime. Che poi a guardarla bene, l&#8217;opera omnia di Marcellino è veramente limitatissima, il che rende ancora più impressionante l&#8217;influenza che ha avuto sul XX secolo; perché Duchamp non aveva il minimo interesse né stimolo a ripetersi. Mica come si fa oggi, che per vendere parecchio si replica all&#8217;infinito sempre la stessa idea. E infatti Marcello non fece mai molti soldi con le sue opere. Però rivoluzionò il mondo. Quisquilie.</p>
<p>Consiglio la visione del sito solo <em>dopo</em> che avrete tentato di farvi un&#8217;idea vostra delle opere di Duchamp. Poi potete andare lì. E dopo, per approfondire davvero tanto, <a href="http://www.toutfait.com/" target="_blank">anche qui</a>. E questo per ciò che riguarda il uebb. Poi di libri ce ne sono a sfare. In particolare non posso non citare <em>L’apparenza nuda</em> di Octavio Paz, utilissimo per capire il perché le opere di Marcellino hanno rivoluzionato il XX  secolo; con buona pace di Bolaño e dei realvisceralisti che  lo volevano uccidere (Paz, non Duchamp).</p>
<p>È chiaramente impensabile credere di poter di capire Duchamp senza fare un cambio di prospettiva, dato che lui decise volontariamente di abolire qualunque forma di appiglio o comodità estetica (retinica, pardon), a differenza dell&#8217;altro Grande del &#8217;900, Picasso, che, se mi passate il termine, è <em>totalmente retinico</em>. Dunque Duchamp all&#8217;inizio è sempre ostico, perché l&#8217;istinto è quello di provare a vederlo in maniera retinica. E giustamente, come da intento originario, da quel punto di vista le opere più importanti di Duchamp ti si rivoltano contro, perché sono anti-estetiche (salvo poi buttare tutto in caciara con la sua ultima, monumentale opera: <em>Etant Donnes : 1 La chute d&#8217;eau 2 le gaz d&#8217;éclairage</em>, una roba esclusivamente retinica, anche se, non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, in maniera totalmente anti-convenzionale; il suo testamento  nel  mondo che sembra dire:  nessuno mi capirà, nemmeno io posso capire tutto ciò che faccio, perché io gioco con la vita e la vita stessa è un mistero, e io  ne  faccio  parte).</p>
<p>Se dovessi dare un consiglio ad un amico che sta per iniziare questo lungo viaggio (comprendere Duchamp e la sua influenza), direi che ciò che è davvero indispensabile per affrontare le sue opere è munirsi di una grandissima dose di ironia e di gioco. Abbandonare il serio il prima possibile, abbandonare l&#8217;idea del bello. Abbandonare le proprie idee, in generale. In caso contrario, una pesante frustrazione è alle porte.</p>
<p>In effetti, quando guardi qualunque cosa fatta da Duchamp, devi innanzitutto ridere; ghignare di gusto. Duchamp amava divertirsi, sempre; di tutto: di sé, degli altri, delle regole imposte, del buon senso (Duchamp è stato un costante attentato al buon senso). Dunque divertirsi guardando le opere di Duchamp è fondamentale perché attraverso le emozioni che colpirono lui, che lo indussero a creare quelle particolari opere, si crea un vero legame fra l&#8217;artista e lo spettatore. Per Duchamp la componente ludica era una forma di arte in sé perché ne riconosceva il grandissimo potere sovversivo. Forse per Duchamp il gioco era la forma d&#8217;arte più sublime, assieme al caso. Basta pensare ai titoli delle sue opere. Tutti splendidi, ineffabili, sardonici. Fra i miei preferiti ci sono: <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/duchamp_LHOOQ.jpg" target="_blank"><em>L.H.O.O.Q.</em></a> &#8211; un titolo completamente onomatopeico, che, <em>letto</em>, traduce più o meno così: <em>Ella ha caldo al culo</em>; poi c&#8217;è il geniale <strong><em>Tu m&#8217;</em></strong> [<a href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/duchamp_tu_m_fronte.jpg" target="_blank">fronte</a>/<a href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/duchamp_tu_m_laterale.jpg">laterale</a>]- che traduce esattamente uguale in italiano e il cui senso è impossibile da afferrare perché manca il verbo: è lo spettatore che dovrebbe fornirlo&#8230; Tu m&#8217;annoi, Tu m&#8217;irriti, Tu m&#8217;ami, Tu m&#8217;incastri, e così via; e il sempre verde <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/duchamp_bras_casse.jpg" target="_blank"><em>En prévision du bras cassé</em></a> &#8211; che traduce <em>In previsione di un braccio rotto</em>. Insomma, Duchamp era un buontempone. E a me mette tanta allegria.</p>
<p>Coerentemente con l&#8217;idea dell&#8217;arte come gioco è anche il suo amore per gli <a href="http://www.chessgames.com/perl/chessplayer?pid=36967" target="_blank">scacchi</a> (per chi ne fosse ignaro, Duchamp ha anche scritto un libro sugli scacchi: <em><a href="http://www.mti.dmu.ac.uk/%7Eahugill/writings/chess.htm" target="_blank">Opposition and Sister Squares are Reconciled</a> </em>- che traduce più o meno così: <em>Opposizione e sorelle case sono riconciliate, </em>bizzarro  esercizio che prende in considerazione solo una tipologia di problema,  fra l&#8217;altro rarissimo: quando sulla scacchiera sono rimasti solo pedoni <em>immobilizzati</em> e i due re<em>)</em>.  Questo amore è ben comprensibile se lo si vede come contrapposizione o  complemento all&#8217;amore che aveva per il caso, per l&#8217;aleatorietà. Come  ebbe a dire lo stesso Cage, in riferimento alla dedica che Duchamp gli  scrisse quando gli diede il suo libro in dono (&lt;&lt;Stai attento caro  John, un altro fungo ancora più velenoso&gt;&gt;): <em>Perché sia i funghi </em>(di cui Cage era un <a href="http://www.eschaton.it/blog/?p=625" target="_blank">esperto</a>) <em>che gli scacchi sono l&#8217;opposto delle operazioni casuali</em>.  Perché gli scacchi sono un sistema completamente deterministico. Nella vita di  Duchamp questa passione &#8211; dedizione quasi totale &#8211; che gli durò fin verso i 50 anni, va presa come un&#8217;ulteriore opera d&#8217;arte. Perché Duchamp fece della sua vita intera, un&#8217;immensa opera d&#8217;arte. D&#8217;altronde gli scacchi sono il distillato perfetto fra serietà e gioco e Duchamp,  come dicevo, amava giocare; ma per lui il gioco era davvero una cosa  seria.</p>
<p>Questo  approccio è interessante collegarlo agli studi che fece Bateson sul gioco e sul metalinguaggio insito nel gioco. Bateson dice:</p>
<p><em>Un  gioco cessa di essere tale, quando l’esercizio è dettato da una  necessità    di sopravvivere, prima fra tutte sfamarsi. La sopravvivenza  nell’uomo include    anche il guadagnarsi il pane. Questo spiega perché  un uomo può lavorare dall’alba    al tramonto correndo su e giù per  cunicoli e gallerie per conto di una compagnia    mineraria, e avere  ciononostante la sensazione di aver fatto tutto quel che    poteva  volere in una giornata lavorativa di 8 ore. Ormai non è più un gioco    e  diventa un lavoro.</em></p>
<p>Non a caso per Duchamp l&#8217;arte non fu mai sostentamento! E infatti la risposta che Duchamp dà alla primissima domanda di Cabanne (<em>&#8230; Quando guarda indietro nella sua vita, qual è il suo principale motivo di soddisfazione?</em>) è questa:</p>
<p><em>Prima  di tutto di avere avuto la fortuna di non esser costretto a lavorare  per vivere. Lo ritengo un obbligo piuttosto deprimente. Mi auguro che  giunga il giorno in cui si potrà vivere senza esser costretti a  lavorare. Io ho avuto fortuna, ne sono uscito indenne.</em></p>
<p>Non so se mi spiego.</p>
<p>E così giungiamo (finalmente!) a quest&#8217;intervista. Conoscere il pensiero di Duchamp ovviamente aiuta a comprendere la sua arte, dato che la sua arte derivava sempre da un preciso pensiero. Il modo migliore per farlo è senza dubbio attraverso le sue parole, ad esempio quelle di questa splendida intervista. In un certo senso, l&#8217;intervista a cura di Cabanne (rivista nel dettaglio, corretta e approvata da Duchamp) è un&#8217;ulteriore opera  d&#8217;arte. Sicuramente è un pezzo fondamentale per capire questo  buffo e geniale personaggio il quale anche in questo caso non si lascia scappare l&#8217;0ccasione di seminare indizi discordanti sulla sua opera e su di sé; depistaggi, dissimulazioni.</p>
<p>Un Duchamp vecchietto, quasi ottantenne, che in un tono colloquiale e pacato si prende gioco di tutti e di tutto, a metà fra il  serio e faceto e getta le basi per la sua opera più ambigua <em>Etant Donnes</em>, all&#8217;epoca sconosciuta a tutti eccetto che alla moglie e al notaio, depositario del suo testamento. Lo stesso Cabanne, all&#8217;epoca dell&#8217;intervista, non poteva sapere che il suo interlocutore celava un segreto da oltre vent&#8217;anni (tanto è durato il lavoro di quest&#8217;ultima opera) e che quindi rispondeva alle domande sapendo che a breve, quando oramai morto, tutti avrebbero saputo e potuto vedere <em>Etant Donnes</em>, queste sue parole avrebbero assunto un senso molto diverso.<em> Etant Donnes</em> è il culmine del percorso di Duchamp perché ne è contemporaneamente la contraddizione e la riaffermazione. E Marcellino ne era ben consapevole, per questo se la ride sotto ai baffi anche sul punto della sua dipartita.</p>
<p>Proprio Pierre Cabanne ci regala due bellissime postfazioni all&#8217;intervista, la prima scritta per la prima edizione del libro (1966): accorata e profonda. La seconda, aggiunta in seguito alla morte di Duchamp e alla scoperta di <em>Etant Donnes</em>, per le successive ristampe: emozionata, divertita e ammirata. Scrive Cabanne in questa seconda postfazione:</p>
<p><em>&lt;&lt;Non potrei fare un quadro, qualcosa su tela o su carta, o una scultura. Dovrei riflettere a lungo per poter fare qualcosa che abbia un senso. [Dovrei trovare questo senso] prima di cominciare&gt;&gt;. Quando alla fine della nostra intervista, nel maggio-giugno del 1966, Duchamp fece questa dichiarazione Etant&#8230; era già stato portato a termine; sapeva benissimo che un giorno, dopo la sua scomparsa, quest&#8217;opera avrebbe smentito le sue parole, in ultima e perentoria contraddizione che avrebbe confuso, stupito, esasperato sia i suoi ammiratori che i suoi detrattori. E questo forse spiega il sottile sorriso ironico che Duchamp seppe conservare nella morte.</em></p>
<p><em>Il vero &lt;&lt;scandalo&gt;&gt; del &lt;&lt;grande perturbatore&gt;&gt; è precisamente questo: ci dimostra che tutto nella vita è gioco. Un gioco che neppure la morte può interrompere: assume solo un&#8217;altra direzione, propositi diversi.<br />
</em></p>
<p>Sarò azzardato: questa intervista è davvero essenziale per capire Duchamp; l’uomo, la sua vita e le sue opere. Decisamente un libro che non può mancare in casa di chi ama l&#8217;arte del XX secolo. Fra l&#8217;altro è edito da Abscondita (che fa sempre delle edizioni bellissime) in una veste sublime, raffinata, e con un compendio biografico e  fotografico che rendono l&#8217;opera ancora più pregiata.</p>
<p>L’epitaffio inciso sulla tomba di Duchamp è l’ennesima prova di tutto ciò che si è detto fin qui:</p>
<p><em>D’altronde, sono sempre gli altri a morire.</em></p>
<p>Sottile, autoironico, beffardo, paradossale. Geniale. Come del resto anche titolo di questa stessa intervista, suggerito da Cabanne, e approvato da Duchamp: <em>Ingegnere del tempo perduto</em>, ovvero lo studio analitico &#8211; la meccanica di precisione &#8211; dell&#8217;essere perditempo.</p>
<p>L&#8217;essenza negli interstizi, il distillato di ciò che non c&#8217;è, di ciò che nessun altro riesce a vedere.</p>
<p>Il che significa essere sovversivi nel profondo. E solo così si può cambiare il mondo.</p>
<p>Chapeau.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>La morte eroica nell&#8217;antica Grecia [recensione]</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 03:12:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[La morte eroica nell'antica Grecia - Vernant]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro] Un giorno mi chiama mia madre e mi racconta che una sua amica stava leggendo I miti del nostro tempo, di Umberto Galimberti (su Merdinelli, giusto per essere precisi) e che, fra questi miti odierni, il Galimbo trattava anche quello della guerra. In questa trattazione c&#8217;era tutto un diverbio con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/07/24/la-morte-eroica-nellantica-grecia-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>Un giorno mi chiama mia madre e mi racconta che una sua amica stava leggendo <em>I miti del nostro tempo</em>, di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Galimberti" target="_blank">Umberto Galimberti</a> (su Merdinelli, giusto per essere precisi) e che, fra questi miti odierni, il Galimbo trattava anche quello della guerra. In questa trattazione c&#8217;era tutto un diverbio con <em>s</em>Baricco che non so in quale altro capolavoro del non-pensiero aveva detto chissà cosa, ma di questo mi interessa poco. Insomma, la suddetta genitrice, mi illustra che Galimbo faceva risalire il mito bellicoso (drammatico sì, ma culturale) agli antichi Greci, la qual cosa l&#8217;aveva scandalizzata e l&#8217;aveva indotta a redarguire la sua amica indicandole che gli antichi Greci non avevano affatto il mito della guerra, bensì quello del <em>guerriero</em>, il che fa una bella differenza. A sentire mia madre i Greci avevano l&#8217;orrore della guerra (seppur la ritenessero necessaria, a volte) e, proprio per questo, ammiravano i guerrieri che la affrontavano senza paura, andando incontro a morte quasi certa.</p>
<p>Si sa come ci si deve comportare con i propri genitori: si annuisce, si ascolta, gli si vuole bene, ma poi si continua per la propria strada. E così feci. Tempo una settimana e mi imbatto in casa in un libricino di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Pierre_Vernant" target="_blank">Jean-Pierre Vernant</a> che avevo comprato mesi fa:  <em>La morte eroica nell&#8217;antica Grecia</em>. Buffa coincidenza perché questo libello, che tratta in particolare il problema della morte presso gli antichi Greci (che col loro pragmatismo avevano un che di &#8220;ateo&#8221;, se mi si passa l&#8217;eresia), conferma senza dubbio la tesi della mia genitrice. Infatti Vernant spiega chiaramente che i Greci avevano moltissima paura di morire perché credevano che non ci fosse nulla dopo (<a title="buona idea!" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Scommessa_di_Pascal" target="_blank">pensa tu che fessi!</a>). O peggio, che ci fosse l&#8217;Ade, luogo inaccessibile ai vivi, in cui i morti, tutti, nessuno escluso, perdevano la propria individualità e venivano a far parte di un <em>mare magnum</em> di ombre indistinte. Capiamoci bene: manco anime, ombre! Ed essere privati della propria identità per i Greci significava perdere tutto.</p>
<p>Datosi che la guerra di solito produce qualche morto in eccesso, ecco qui che appare evidente l&#8217;impossibilità da parte degli antichi Greci di avere un mito della guerra. Altresì diviene palese il perché avessero il mito del guerriero: colui che sfida l&#8217;orrore supremo dev&#8217;essere giustamente ricompensato in vita del più grande onore.</p>
<p><span id="more-2900"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Particolarmente illuminante di tutto ciò è il passaggio dell&#8217;Odissea  in cui Ulisse fa visita ad Achille, nell&#8217;Ade. A un certo punto Ulisse si fa venire un po&#8217; di paura che pure lui potrebbe finire male e quindi, fra i suoi tanti viaggi, bussa alle porte dell&#8217;Ade chiedendo di Achille. Achille beve sangue d&#8217;ariete e così gli viene concesso di riapparire per pochi istanti e parlare con Ulisse.</p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Di Peleo&#8221;, io rispondea, &#8220;figlio, da cui<br />
Tanto spazio rimase ogni altro Greco,<br />
Tiresia io scesi a interrogar, che l&#8217;arte<br />
Di prender m&#8217;insegnasse Itaca alpestre<br />
Sempre involto ne&#8217; guai, l&#8217;Acaica terra<br />
Non vidi ancor, né il patrio lido attinsi.<br />
Ma di te, forte Achille, uom più beato<br />
Non fu, né giammai fia. Vivo d&#8217;un nume<br />
T&#8217;onoravamo al pari, ed or tu regni<br />
Sovra i defunti. Puoi tristarti morto?&#8221;</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>&#8220;Non consolarmi della morte&#8221;, a Ulisse<br />
Replicava il Pelìde. &#8220;Io pria torrei<br />
Servir bifolco per mercede, a cui<br />
Scarso e vil cibo difendesse i giorni,<br />
Che del Mondo defunto aver l&#8217;impero.</em></p>
<p>Detto in italiano: Ulisse gli dice che nessun uomo più di Achille è stato felice, prima onorato come un dio fra i vivi e ora re dei morti, mentre Achille gli risponde che se avesse saputo la fine che lo aspettava, non avrebbe mai fatto il guerriero! Avrebbe preferito essere lo schiavo di un qualsiasi bifolco che lo trattasse male, piuttosto che essere morto.</p>
<p>Vernant fa anche un&#8217;interessante contrapposizione fra Achille e Ulisse:</p>
<p><em>Ulisse è il contrario di Achille. Achille è l&#8217;uomo della vita breve e della morte gloriosa; Ulisse è l&#8217;uomo del ritorno a casa, della lunga vita con la compagna, della fedeltà a se stesso, a Itaca, a Penelope, alla sua vita.</em></p>
<p>Questo illustra il grande bivio che ogni essere umano deve porsi a un certo punto della sua vita: scegliere di mettere sempre tutto in gioco, in maniera definitiva, totale, col rischio di vivere poco (un giorno da leoni); oppure scegliere di vivere senza rischi, arrivando alla fine dei propri giorni vecchio, decrepito, magari rimbambito (cento anni da pecora). Chi sfida la morte eroica viene ricordato per sempre come bello, giovane, affascinante, mentre chi si ritira in una vita mite, non verrà ricordato da nessuno. Ma questo per i Greci, come ammonisce Vernant, ha a che fare solo con la vita, non con la morte:</p>
<p><em>L&#8217;immortalità, il </em>kléos áphthiton<em>, che la morte eroica conferisce, non passa le frontiere dell&#8217;Ade: è tra i vivi che Achille è conosciuto ma, nel regno dei morti, Achille cessa di esistere.</em></p>
<p>Dunque la morte eroica era un modo sofisticato per gli antichi Greci di <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/08/02/la-morte-eroica-nellantica-grecia-pg-26/" target="_blank">esorcizzare la morte comune, banale; la morte degli uomini normali.</a></p>
<p>Che altro aggiungere? Il libro (che poi non è altro che la sbobinatura di una conferenza) si legge in mezz&#8217;oretta scarsa ed è godibilissimo. Un pamphlet molto utile per comprendere (non <em>risolvere</em>, eh!) alcuni problemi esistenziali che ci accompagnano da millenni. In calce ci sono anche delle interessanti domande poste da alcuni presenti, a cui Vernant risponde con il suo fare gentile.</p>
<p>Più in generale mi sento di consigliare questo autore a chiunque sia interessato alla mitologia greca. Vernant, pur essendone stato uno dei massimi studiosi, è uno di quegli scrittori che riesce sempre ad affascinare. Di solito gli esperti di ogni settore si parlano fra di loro quasi in codice, diventando immediatamente fastidiosi e lasciando poco o nulla di interessante a noi passanti. Ma Vernant era diverso.  Aveva due doni in simbiosi: amava la sua ricerca ed era un divulgatore eccezionale. E per chi come me ha studiato altro ma è curioso di un po&#8217; tutto, è sempre un piacere leggere i testi di persone così: sono approfonditi, accorati, e comprensibili. In definitiva: splendidi.</p>
<p>Di Vernant non posso non consigliare anche <em>L&#8217;universo, gli dèi, gli uomini</em>, probabilmente la sua opera più divulgativa in assoluto. È con questo libro che mi sono affezionato a quest&#8217;uomo, al suo modo limpido di illustrare quei personaggi e quelle storie che sembrano sempre complicatissime e così intimamente collegate alla nostra civiltà e alla nostra psicologia.</p>
<p>Senza dubbio un autore da leggere e rileggere, se si sceglie la via mite. Chi invece affronta la morte eroica, probabilmente non avrà nemmeno il tempo di una breve consultazione.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>Io sono paranoico [recensione]</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Aug 2010 04:21:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Io sono paranoico - DiClaudio]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro] Dopo aver scritto Io sono ipocondriaco (sempre edito da ISBN) Dennis DiClaudio fa outing rivelando che non è ipocondriaco manco per la cippa e torna a bomba con un libro analogo, sulle paranoie. L&#8217;idea che mi sono fatto è che DiClaudio è sano come un pesce, non è né ipocondriaco, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/01/15/io-sono-paranoico-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>Dopo aver scritto <a href="http://isbnedizioni.it/catalogo/varia/io-sono-ipocondriaco/" target="_blank"><em>Io sono ipocondriaco</em></a> (sempre edito da ISBN) Dennis DiClaudio fa outing rivelando che non è ipocondriaco manco per la cippa e torna a bomba con un libro analogo, sulle paranoie. L&#8217;idea che mi sono fatto è che DiClaudio è sano come un pesce, non è né ipocondriaco, né paranoico, ma si diverte tantissimo a sondare le perversioni del cervello umano, il quale è sublime creatore delle più bizzarre barriere contro lo svolgimento naturale della nostra vita.</p>
<p>Visto che questo è un sito sulle citazioni, non posso non linkare una citazione che a tal proposito ci casca a fagiuolo: <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/02/02/un-cinese-a-buenos-aires-pg-125/" target="_blank">eccola</a>.</p>
<p>Ebbene sarò diretto: comprate questo libro. Ci sono tanti motivi per farlo. Il primo è perché il sottotitolo  contiene la dicitura &#8220;guida tascabile&#8221; e lo è. Sì è un vero tascabile, di quelli che, come suggerisce la parola, entrano in tasca. Non come quei libri che sono ipocritamente chiamati &#8220;tascabili&#8221; e che poi non ti entrano in nessuna cazzo di tasca di tutto il tuo guardaroba (ricordo una filippica di Trevisan su questo argomento in <em>Un mondo meraviglioso</em> che mi fece piangere dalle risate &#8211; alla fine lui è talmente disperato che si compra un giaccone solo in base alla misura delle tasche e per fare il test si porta <em>I Fratelli Karamazov</em>, ovviamente l&#8217;edizione tascabile, dell&#8217;Einaudi).</p>
<p>Alcuni editori, non paghi di essere già ipocriti, decisero di diventare anche incoerenti chiamando alcune loro collane: Grandi Tascabili. Cioè, fatemi capire: siccome non entra in tasca, non è un tascabile (e fin qui, chiaro). Ergo è grande per essere classificato come tascabile&#8230; dunque è un Grande Tascabile? Si può essere più stupidi?  Invece di dire, be&#8217; in effetti non sono molto tascabili i nostri tascabili, perché non cambiamo il nome della collana? Potremmo chiamarla, chennesò tipo I Sassi, che dà quel bel senso di pesantezza che non te li puoi mettere così,<em> sic et simpliciter</em>, in tasca e portarli in giro con te senza provare un fastidio smodato. Non è molto meglio? (Probabilmente il tipo che ha fatto una proposta simile è attualmente il benzinaio sotto casa mia.)</p>
<p>L&#8217;altro motivo (quello serio) per cui dovete leggere questo libro è che DiClaudio conosce benissimo il significato delle parole ironia e sarcasmo e sa come usarle, entrambe. La cosa potrebbe apparire ovvia, ma non lo è affatto. La maggior parte delle persone le confonde e non le capisce quando ce le ha di fronte, anche perché di solito si accompagnano ad una caratteristica che lascia perplessi gli ottusi: la sintesi. DiClaudio maneggia tutto ciò con estrema destrezza. Il che produce una cosa che adoro fare spesso: ridere.</p>
<p>E <em>last bat not liist</em>, questo libro va letto/comprato perché DiClaudio ha fatto tanta ricerca e sa bene di cosa parla. Ci tiene a specificare che il libro assolutamente non è da utilizzare come testo medico, anche se le informazioni (parziali) sono tutte vere: resta pur sempre un&#8217;opera umoristica. E lasciatemelo dire: lo è.</p>
<p>Dunque: onore al merito per aver trattato un argomento così complesso con una leggerezza e una precisione invidiabili.</p>
<p>I disturbi presi in considerazione sono divisi nelle seguenti categorie:</p>
<ul>
<li>ansiosi</li>
<li>dissociativi</li>
<li>fittizi</li>
<li>del controllo degli impulsi</li>
<li>della personalità</li>
<li>psicotici</li>
<li>sessuali</li>
<li>del sonno</li>
<li>somatoformi.</li>
</ul>
<p>Ogni disturbo è poi trattato con uno schema molto intelligente che ricorda un po&#8217; le guide turistiche. Tenterò di spiegarmi.</p>
<p>Dopo il titolo del disturbo (e possibili nomi alternativi riportati in parentesi) c&#8217;è un <em>perché</em>. Non è una domanda, bensì una spiegazione sintetica di una singola frase che riassume il disturbo in maniera intelligente e, diciamo così, ne fornisce una spiegazione fulminea. Questi <em>perché</em> iniziano tutti invariabilmente con la parola &#8220;perché&#8221; (maddai!) e ti cacciano fuori molti ghigni. Sono dei distillati che portano il lettore subito nel cuore (e nella mente) di chi è tormentato, come ad esempio <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/07/08/io-sono-paranoico-pg-170/" target="_blank">questo</a>.</p>
<p>Poi c&#8217;è un simpatico <em>questionario</em> che pone delle domande al lettore. In base alle risposte, immagino che il lettore stesso possa capire se è incline a una certa paranoia oppure no; alcune di queste sono facete, altre più serie, ma tutte sempre inerenti al disturbo in maniera chiara. Per così dire: introducono ciò che vi verrà spiegato meglio nelle sezioni successive facendovi riflettere sulla possibilità che voi siate affetti dalla sindrome.</p>
<p>La sezione dopo è una novità rispetto al libro precedente ed è senza dubbio il nocciolo del divertimento (un&#8217;idea davvero geniale): il <em>monologo interiore</em>. Il lettore ascolta la conversazione che il malato fa con se stesso (per l&#8217;appunto: un monologo) e assiste all&#8217;inevitabile circolo vizioso che da un&#8217;inezia porta all&#8217;ossessione. Qui la creatività di DiClaudio è al massimo: gli spunti sono eccezionali perché comuni al punto che ogni lettore può immedesimarcisi,  mentre gli esiti sono esilaranti ed esasperati.  DiClaudio simula ciò che potrebbe accadere all&#8217;interno della capoccia del malato, e lo fa in maniera sublime.</p>
<p>A seguito del monologo c&#8217;è sempre una stampa: ebbene sì, nel libro ci sono anche le figure! Le stampe potrebbero essere prese da originali o disegnate a posta per il libro (non sono riuscito a scoprirlo, ma sono incline alla seconda ipotesi), fatto sta che sono in stile medico del &#8217;700, quindi bislacche da morire, ma anche molto affascinanti.</p>
<p>Dopo la figura ci sono le sezioni più serie del libro, ossia la <em>diagnosi</em> (in cui DiClaudio ti spiega in maniera un po&#8217; più analitica &#8211; ma sempre ironica &#8211; come funziona la paranoia e dà altri dati utili come la frequenza, i sintomi, i comportamenti più comuni, eccetera), <em>l&#8217;eziologia</em> (le cause e il perché &#8211; posto che si sappia &#8211; esiste questo disturbo), e <em>la cura</em> (sempre se esiste).</p>
<p>Ogni sindrome è chiusa con una <em>nota</em>, in cui DiClaudio fornisce dei casi particolari o semplicemente dà sfogo alla sua simpatia o alla sua cultura comico-medica.</p>
<p><span id="more-1802"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Con questo libercolo imparerete tante cose e vi divertirete un mondo (sempre se  avete qualche trascorso con i concetti di ironia e sarcasmo). Uno di quei classici da tenere sempre in bagno, per le vostre sedute più impegnative o quelle dei vostri ospiti.</p>
<p>Per esempio io ho imparato che l&#8217;erotomania non è quella patologia di  cui pensavo esser afflitto (quella che mi fa voler copulare con ogni  bella gnocca che mi capita di vedere a giro). No quella non è una mania,  si chiama molto banalmente testosterone. L&#8217;erotomania è una simpatica paranoia che vi fa credere che un personaggio particolarmente famoso e noto al pubblico, chennesò, tipo Brad Pitt o Claudia Schiffer, sia innamorato di voi! L&#8217;avreste mai detto? Io no. E quindi vi lascia messaggi in codice per segnalarvi il suo amore (farvi trovare un pezzo di formaggio ammuffito in frigo, o spostarvi le chiavi di casa &#8211; ecco perché non le trovate! -, così per indurvi a pensare a lui/lei; tutti segnali inequivocabili del loro amore spasmodico).</p>
<p>Da quando ho letto il libro ho smesso di pensare al <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/05/30/io-sono-paranoico-pg-158/" target="_blank">frottage</a> solo come una tecnica usata egregiamente da <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/l_evade_(histoire_naturelle)_max_ernst.jpg" target="_blank">Max Ernst</a> (o forse ne era afflitto anche lui e dava sfogo alla mania tramite i quadri? Con <em>cosa</em> esattamente sfrottaggiava?).</p>
<p>Ho scoperto che la follia che coglie Homer  in <a href="http://www.watch-simpsons-online.net/Watch_The_Simpsons_Online_Season_21_Episode_16_The_Greatest_Story_Ever_Dohed.html" target="_blank">un episodio geniale dei Simpson</a> non è frutto della fantasia sfrenata degli sceneggiatori, bensì una sindrome realmente esistente che colpisce alcune persone che visitano Gerusalemme (sindrome di Gerusalemme). E ho anche imparato che Nabokov era afflitto da <em>sinestesia</em>, una curiosissima sindrome per cui il cervello confonde stimoli e sensazioni corrispondenti. Se siete afflitti da questa sindrome, il colore rosso potrebbe essere per voi asperrimo, mentre un do diesis virare sul verdognolo&#8230; (interessante immaginare come uno scrittore della levatura di Nabokov dovesse <em>intellettualmente ricostruire</em> sensazioni che in lui erano provocate da stimoli incongruenti per trasporle nei personaggi).</p>
<p>Insomma, è proprio il caso di dire che la nostra mente può combinarcene di tutti i colori; può farci desiderare una mutilazione specifica per tutta la vita (disturbo dell&#8217;integrità corporea), può indurci a strapparci i capelli dalla testa <em>provando sollievo</em> ed altre amenità (leggere il libro per saperne di più, neh). Alcune di queste amenità vi saranno più familiari (sindrome di Munchausen), ma la maggior parte vi coglieranno di sorpresa e vi faranno pensare che la follia, è davvero folle.</p>
<p>Decisamente un libro  che ti insegna tantissime cose facendoti divertire come un matto. Anzi,  come un paranoico. Un libro che potrebbe addirittura illuminarvi su alcuni dei vostri comportamenti più inspiegabili. Io per esempio ho scoperto di essere afflitto da una forma lieve di <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/04/05/io-sono-paranoico-pg-92/" target="_blank">accumulo compulsivo</a>. (Da notare che il &#8220;lieve&#8221; lo metto io, quindi sarebbe interessante sapere cosa ne dicono gli altri&#8230; è risaputo che chi soffre di paranoie ne è ignaro o minimizza&#8230;)</p>
<p>In appendice c&#8217;è anche un brevissimo e dettagliato elenco delle principali fobie e manie di cui si è attualmente a conoscenza. Utile compendio a un&#8217;opera essenziale per capire meglio i vostri amici così <em>strani</em>.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>La casa di Rosa [recensione]</title>
		<link>http://www.leparoledeglialtri.com/2010/07/10/la-casa-di-rosa-recensione/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 04:51:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[La casa di Rosa - Klimko-Dobrzaniecki]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro] Appena prendi in mano questo libro ti colpisce il fatto che non sai da che parte iniziare. Sì perché ha ben due copertine, ma nessuna quarta di copertina (aka: retro). E le due copertine sono identiche! Si può decidere di iniziare il libro dalla parte che, una volta aperta, si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/03/20/la-casa-di-rosa-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p style="text-align: left;">Appena prendi in mano questo libro ti colpisce il fatto che non sai da che parte iniziare. Sì perché ha ben due copertine, ma nessuna quarta di copertina (aka: retro). E le due copertine sono identiche! Si può decidere di iniziare il libro dalla parte che, una volta aperta, si scopre essere chiamata <em>La casa</em> oppure dalla parte chiamata <em>Krýsuvík</em>, basta capovolgere il libro.</p>
<p style="text-align: left;">La Keller editore però ti dà un indizio. Infatti piazza una simpatica fascetta-attira-attenzione in posizione inusuale: verticalmente sulla copertina dal lato de <em>La casa</em>, come a dire: è da qui che ti conviene iniziare. La cosa che invece è chiara fin da subito è che, da qualunque punto tu voglia iniziare,  per capire l&#8217;opera intera dovrai  leggere entrambe le storie.</p>
<p style="text-align: left;">Non ci ho pensato troppo su, e ho iniziato da lì.</p>
<p style="text-align: left;"><em>La casa</em> parla di un immigrato polacco che trova lavoro in una casa di riposo per anziani, in Islanda. A tratti potrebbe sembrare un racconto autobiografico, dato che il buon Klimko-Dobrzaniecki ha vissuto per molti anni in Islanda, ed è a tutti gli effetti polacco. In seconda (o terza?) di copertina si può leggere una breve biografia dell&#8217;autore:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Hubert  Klimko-Dobrzaniecki è nato nel 1967 a Bielawa, nella Bassa Slesia. Ha  studiato  teologia, filosofia e filologia islandese. Nella sua vita ha svolto  diversi  mestieri, tra cui lo spennatore di tacchini, il mimo, il guardiano di  porci,  l&#8217;operaio agricolo, il contrabbandiere di diamanti, il commerciante di  caviale  e di opere d&#8217;arte. Ha pubblicato due raccolte di poesie in lingua  islandese.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: left;">eccetera eccetera.</p>
<p style="text-align: left;">E quindi il protagonista de <em>La casa</em> è molto facilmente identificabile con il buon Hubert. Detto questo potrei dilungarmi su come Klimko faccia riflettere il suo personaggio/alter-ego sulla vita e la morte, essendo sempre così vicino alla morte, anzi alla gestione cinica e burocratica della morte. Ma purtroppo <em>La casa</em> è un testo abbastanza scialbo, privo di vera profondità che si perde nella descrizione di alcuni personaggi assolutamente inutili e che mette in mezzo troppe digressioni senza soffermarsi mai sui passaggi fondamentali. Forse è il tentativo di trattare temi pesanti mediante una scrittura leggera; se così fosse è un tentativo non riuscito.</p>
<p style="text-align: left;">Il protagonista ha anche una figlia molto piccola e quindi si interroga sul senso della vita, strattonato fra i due poli estremi: l&#8217;inizio e la fine; i bambini e rimbambiti. Alcune delle sue riflessioni sono molto belle, ma in generale, quando la storia entra nel vivo, il libro perde mordente e ti frustra con aneddoti su infermieri melochecche che inculano pazienti incapaci di intendere e di volere usando le supposte come lubrificante anale, o sulla gestione degli escrementi dei pazienti.</p>
<p style="text-align: left;">Come dire, tutto questo passa abbastanza agevolmente perché ti ci fai su una risata e dici: arriverà il bello, a un certo punto. E invece no, Hubert decide che deve inserire un personaggio, a metà racconto, totalmente privo di senso, tale: Boro. E lì veramente tutta la trama va a farsi fottere. Come quando a scuola ti scrivevano sul compito in classe: &#8220;sei uscito fuori tema&#8221;. Uguale.</p>
<p style="text-align: left;">Per fortuna però, così come è arrivato, Boro sparisce senza lasciare granché ai lettori, né al protagonista. E dunque verso la fine il racconto <em>La casa</em> si riprende, in particolare quando il protagonista accede alla zona di lusso della casa di riposo (solo per i più ricchi), il famoso <em>Tetto</em>. Fino ad allora, essendo &#8220;in prova&#8221; gli avevano fatto fare tutti i reparti, ma siccome lui è il protagonista del libro, chiaramente ottiene qualche favore (essendo uno veramente figo; mai che il protagonista sia uno stronzo emerito, eh?).</p>
<p style="text-align: left;">In definitiva questa parte mi ha lasciato molto scettico. Sicuramente ci sono dei bei momenti, ma nel complesso è mediocre. Molti temi sono solo accennati, sviluppati pochissimo, così che ti lasciano appeso a un filo. Unico spunto di vera riflessione è sul cinismo dilagante: degli infermieri, dei pazienti stessi, ma soprattutto di alcuni parenti che non vedono l&#8217;ora che il vecchio schiatti di modo da ereditare qualcosa. E in questo senso, la casa di cura non fa che <em>agevolare</em> la morte di questi pazienti &#8220;raccomandati&#8221;.  Splendida  la descrizione della <em>morte assistita</em> di Eggert, che non ne voleva  sapere per nulla di morire, ma che alla fine deve soccombere alle <em>cure</em>. Anche qui: lo spunto sull&#8217;ambiguità dell&#8217;eutanasia c&#8217;è, ma non fai a tempo a mettertici a pensare che il protagonista già sta facendo mille altre cose vane come pubblicare un libro di poesia (altro elemento autobiografico). Allorché dici: e quindi? Quindi nulla: ti voleva solo dire che ha pubblicato un libro di poesie. Utile, eh? Panta rei.</p>
<p style="text-align: left;">Il protagonista è perso fra mille inutilità. La scrittura pure.</p>
<p style="text-align: left;">Alla fine de <em>La casa</em>, il protagonista sul <em>Tetto</em> incontra la famosa Rosa: la ricchissima paziente cieca che tutto percepisce. E lì le cose si fanno diverse. Innanzitutto capisci il senso del titolo del libro e poi intuisci che quando ti metterai a leggere la seconda parte, succederà qualcosa che non ti aspetti. E in effetti succede qualcosa di inaspettato: arriva della letteratura.</p>
<p style="text-align: left;">La cosa bella è che pure l&#8217;incontro fra il protagonista e Rosa è giusto un accenno, ma qui la sospensione è intensa, funziona davvero, perché poi devi capovolgere il libro e leggere <em>Krýsuvík&#8230;<br />
</em></p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-2644"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: left;">E quando capovolgi il libro avviene una sorta di magia: si capovolge anche il tempo. Ma questo lo capisci solo dopo un po&#8217;. Subito però si avverte che la scrittura è più concentrata, più misurata, più emozionante. C&#8217;è grande spiritualità. Klimko riesce finalmente a portarti in Islanda, in un&#8217;Islanda di inizio &#8217;900, nella vita quotidiana degli autoctoni.</p>
<p style="text-align: left;">Il narratore è un illetterato pescatore del paesino Krýsuvík che attraverso mille difficoltà, con una volontà di ferro e un&#8217;intelligenza non comune riesce a costruirsi un futuro e a soverchiare il suo destino di pescatore a vita (casa, moglie, lavoro redditizio come fioraio). Bellissimo il suo rapporto con Dio e col prete, come anche la sua umiltà e la sua tenacia, descritte giorno per giorno. Dolcissime le parti del corteggiamento sbilenco con la futura moglie, e poi, da fidanzati/sposati, l&#8217;intimità mai volgare, sempre a cavallo fra il comico e il tenero. Sicuramente un personaggio splendido che mi resterà nel cuore a vita per il suo atteggiamento positivo, ingenuo, mai presuntuoso; stupito dalla bellezza della vita.</p>
<p style="text-align: left;">La storia ha un finale dirompente che si riallaccia in maniera emozionante a <em>La casa</em> ma non vi sto a dire come sennò vi rovino tutto. Vi basti sapere che quasi non prendevo sonno quando ho finito il libro per quanto ero scosso.</p>
<p style="text-align: left;">In definitiva l&#8217;opera intera non la posso consigliare senza riserve, ma la seconda parte riscatta completamente tutte le inutili digressioni della prima e mi fa pensare che Klimko sia uno da tenere sott&#8217;occhio. Deve ancora crescere, ma se lo farà bene e saprà mettere a frutto la mole spaventosa di conoscenze che possiede, allora ci sarà dell&#8217;ottima letteratura a giro.</p>
<p style="text-align: left;"><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" title="Questa recensione ha licenza  Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>Europeana [recensione]</title>
		<link>http://www.leparoledeglialtri.com/2010/05/24/europeana-recensione/</link>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 05:17:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europeana - Ourednik]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro] Ci ho messo tanto a decidere come scrivere questa recensione. Si potrebbe addirittura dire che ho avuto un blocco. Sì, dai, ammettiamolo: ho avuto un blocco. Ma perché ho avuto un blocco se invece il libro l&#8217;ho letto senza blocchi, ma anzi, me lo sono proprio gustato? Innanzi tutto perché, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/02/27/europeana-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>Ci ho messo tanto a decidere come scrivere questa recensione. Si potrebbe addirittura dire che ho avuto un blocco. Sì, dai, ammettiamolo: ho avuto un blocco. Ma perché ho avuto un blocco se invece il libro l&#8217;ho letto senza blocchi, ma anzi, me lo sono proprio gustato?</p>
<p>Innanzi tutto perché, sebbene <em>Europeana (breve storia del XX secolo)</em> sia evidentemente un libro unico &#8211; lo si percepisce già dal titolo &#8211; è però molto difficile spiegarne i motivi. E la cosa più frustrante è che invece  è estremamente semplice descrivere, in teoria, ciò che è <em>Europeana</em>.</p>
<p><em>Europeana</em> è un esperimento:<strong> è l&#8217;anarchia applicata alla storia.</strong></p>
<p>Ecco fatto. Tutto chiaro, no?</p>
<p>Chiaramente no. La domanda immediatamente successiva è: in che maniera questo libro è anarchico? E quali sono i risvolti significativi di un libro di storia anarchico?  E qui si è piantato il sottoscritto; per un paio di mesi.</p>
<p>Qualcuno potrebbe osservare che la storia non può essere altrimenti che anarchica, e questa sarebbe un&#8217;osservazione più che legittima, se non addirittura <em>intelligente</em>, ma io chiaramente non mi sto riferendo alla storia intesa come La Storia &#8211; quella che si compie istantaneamente &#8211; , bensì alla saggistica storica, comunemente detta &#8220;storia&#8221;. Quella in cui a scuola prendevo sempre voti bassi.</p>
<p>Un&#8217;altra domanda (forse meno intelligente) potrebbe essere: perché prendevo voti bassi in storia e  poi mi sono andato a leggere un libro di storia?</p>
<p>Be&#8217;, prendevo voti bassi in storia perché era noiosissima; una palla terminale. Perché era un affastellamento di date e di nomi di luoghi e persone assolutamente privo di vitalità. Perché tutto questo ordine, tutta questa <em>coerenza</em>, aveva un sapore così smaccatamente marziale. D&#8217;altronde si parlava quasi solo di guerre e se mai c&#8217;è stato un argomento che mi ha sempre fatto letteralmente schifo, questo è senza dubbio la guerra.</p>
<p>Ma è stato attraverso <em>Europeana </em>che ho davvero capito cos&#8217;è che a pelle (a palle?) non mi andava giù nella storia. La storia, così come ce la fanno studiare, così come ci viene narrata, la storia per così dire <em>accademica</em>, è un falso storico. È completamente innaturale. La storia accademica, la <em>storiografia</em> (e l&#8217;etimologia di questa  parola già contiene in nuce tutto il mio discorso) è un dominare, un  incasellare, un <em>ordinare</em> ciò che invece è avvenuto  spontaneamente.</p>
<p>Tutta roba che va ampiamente contro il secondo principio della termodinamica.</p>
<p>E so che <a href="../2010/05/08/amras-pg-29/" target="_blank">Bernhard  sarebbe  fiero</a> di questa mia presa di posizione.</p>
<p>Io, che già sono di indole  insofferente verso qualunque forma di istituzione, gerarchia, eccetera, figuriamoci se mi entusiasmavo a studiare &#8216;ste cose!</p>
<p>L&#8217;altro motivo del mio blocco è che c&#8217;è tantissimo da dire. Questo libro mi ha stimolato un&#8217;infinità di pensieri. E uno non sa mai da dove diavolo partire. Cioè, uno non sa mai che <em>ordine</em> dare al tutto&#8230;</p>
<p>Proprio rimuginando su questa idea di ordine, di inizio, di svolgimento e di fine (cosa per altro inculcataci sempre dall&#8217;accademia) ho avuto un&#8217;epifania: l&#8217;unico modo per far davvero percepire la poeticità dell&#8217;esperimento di <em>Europeana</em> è riprodurre, per quanto possibile, lo stile di Ourednik, abbandonando  così ogni velleità di controllo sulla sequenza logica delle proprie  riflessioni. Ovvero: scrivere la recensione in maniera anarchica.</p>
<p>E allora: &#8216;fanculo incipit, svolgimento, fine. &#8216;Fanculo la storia. Pronti?</p>
<p>(Ah! Se a scuola mi avessero dato un libro come <em>Europeana</em> allora sì che mi ci sarei  divertito come un matto con la storia! Certo poi le interrogazioni sarebbero  state alquanto confuse&#8230;)</p>
<p>(Fra parentesi: per chi si rivede nelle mie riflessioni sulla storiografia, per chi si annoia con l&#8217;0rdine accademico, va comunque sottolineato che l&#8217;argomento di questo libello, questo famigerato XX secolo, è senza dubbio il    secolo più importante per la nostra storia personale &#8211; non foss&#8217;altro    perché ci siamo nati, a meno che questo blog non sia visitato da    ragazzini davvero precoci –, dunque buona cosa è farsene    un&#8217;infarinatura ed <em>Europeana</em> è un modo davvero sublime per farlo.)</p>
<p><span id="more-2131"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>E la prima cosa che colpisce nel leggere questo libro è che Ouredink decide di sua spontanea iniziativa di abolire le virgole. Sembra quasi una meta-dichiarazione che nella Storia non esistono subordinate e probabilmente da qualche parte qualcuno l&#8217;avrà anche detta una cosa simile e magari è passata inosservata. E comunque pure se nessuno l&#8217;ha detta adesso l&#8217;ho detta io. E per ovviare a questo problema dell&#8217;assenza di virgole la maggior parte delle frasi inizia con la congiunzione E. E anche questo dà parecchio da pensare perché fa un effetto che all&#8217;inizio un po&#8217; disorienta perché il libro appare come una sommatoria non convergente di eventi e di aneddoti.</p>
<p>Ma c&#8217;è di più. Ourednik non si limita ad abolire le virgole bensì decide di fare a meno di qualsiasi forma di <em>consecutio temporum</em>. Fra una frase all&#8217;altra possono passare 50 anni di tempo senza che a Ourednik gliene freghi qualcosa. In una sola pagina di questo libro potete ritrovarvi a seguire le vicende di un poveraccio in trincea nel 1916  e poi subito dopo a leggere del famoso <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Millennium_bug" target="_blank">baò der millennio</a> come lo chiamavano sul Vernacoliere all&#8217;epoca.</p>
<p>Si potrebbe dunque dire che <em>Europeana</em> è una sorta di libro anarco-agglutinante. Ed è proprio questa sua caratteristica agglutinante &#8220;a salti&#8221; che ti pone di fronte al vero valore dell&#8217;individualità dell&#8217;evento.</p>
<p>Mi viene quasi da dire che nella Storia esistono innumerevoli eventi simultanei e che di fatto non esiste <em>precedenza</em> nella Storia. È solo a posteriori che alcuni decidono chi e cosa sono meritevoli di essere inseriti nei saggi e nei testi che andranno a costituire la nostra memoria collettiva. La nostra memoria collettiva è quindi drammaticamente <em>selezionata da altri</em>. Cioè la storia canonica ci è sempre stata propinata tramite un presuntuosissimo taglio &#8220;top-down&#8221; come se fosse ovvia la rete di nessi fra la miriade di eventi e non un prodotto intellettuale a posteriori. <em>Europeana</em> invece ha un approccio completamente opposto ovvero &#8220;bottom-up&#8221;.</p>
<p>A pensarci bene non avrebbe molto senso scrivere l&#8217;ennesimo libro di     storia scritto come tutti gli altri se uno non trovasse un motivo davvero importante per farlo. E  probabilmente Ourednik non ha fatto altro che realizzare questa cosa  prima di mettersi a scrivere il suo libro di storia. Per questo <em>Europeana</em> è una storia che non ha una storia. D&#8217;altronde La Storia nella realtà è  così. Perché la realtà complessiva si condensa    solo in  forme  individuali prive di nessi e di logica aprioristica. E quindi la storia  di Ourednik è una    storia  che si frammenta nei suoi infiniti aneddoti  diventando la storia di se stessa in un    vortice  autoreferenziale.</p>
<p>Storie di sconosciuti individui che nessuno ha mai pensato degne di essere narrate ma che     invece mettono in luce perfettamente le contraddizioni e i chiaroscuri della realtà molto meglio di quanto non faccia l&#8217;accademia. L&#8217;ufficiale tedesco della prima guerra mondiale che     invia ai superiori le foto del genocidio armeno &#8211; pg. 48 -  dicendo    che la vergogna si abbatteva sul popolo tedesco e  che i tedeschi    avrebbero fatto bene a scegliere meglio i loro alleati (!) oppure il soldato  bretone che va in infermeria perché una pallottola gli aveva fatto  saltare un dito e il medico lo denuncia e lo fa fucilare perché ritiene  antipatriottico marcare visita per una ferita tanto insignificante &#8211; pg.  111 &#8211; o ancora quel tedesco   che impazzisce perché gli dicono che il  sapone con cui si  lavava era   fatto col grasso della sua ex-amante  ebrea &#8211; pg. 36. Storie minori la cui somma è il XX secolo. Storie minori che  non sono subordinate a nessuno.</p>
<p>Storie che fanno La Storia ma non la storiografia.</p>
<p>Infatti i grandi personaggi del XX secolo non vengono mai  menzionati  ma sono sempre sullo sfondo. Perché la storia dei grandi nomi e dei  grandi eventi la puoi andare a trovare ovunque non  serve  certo <em>Europeana </em>per farlo. La  storia in <em>Europeana </em>la ricavi dalla somma. La   domanda allora viene  spontanea: qual è il rapporto fra il tutto e la   somma delle sue parti? Il tutto può esser visto come la storia  accademica mentre la somma delle parti può esser vista come tutte le innumerevoli e vaste vite di tutti contemporaneamente.</p>
<p><em>Europeana</em> dunque ti pone costantemente la domanda CHE COSA È LA STORIA?  una  somma di piccoli punti o un&#8217;attesa che si condensino grandi eventi?   Facendo di nuovo un parallelo con la termodinamica conta più la   pressione che è una quantità macroscopica derivante dalla media di tutte   le velocità microscopiche o conta di più la velocità di ogni singola   molecola? Questa è una dicotomia irrisolta. Per alcuni conta il   microscopico da cui si può risalire sempre al macroscopico mentre per  altri conta solo  ciò che sopravvive quando si fa una media e che è  dunque più grande e importante della somma dei singoli  che l&#8217;hanno  generata.</p>
<p>E chi ha studiato bene la fisica sa che i due mondi non  si collegano affatto senza soluzioni di continuità. Chiunque ci provi  troverà delle cosiddette singolarità che continuamente vanificheranno i  suoi sforzi. I due mondi sono davvero separati ed <em>Europeana</em> dimostra la stessa cosa nella storiografia. Per questo oso dire che è un capolavoro. Ma anche perché è divertentissimo.</p>
<p>Infatti gli assurdi accostamenti di Ourednik a volte diventano quanto di più incongruente ci sia ma siccome tutto è sempre narrato con il massimo distacco alla fine ti viene da ridere o hai la netta sensazione che Ourednik ti sta prendendo per i fondelli. E anche questa è un&#8217;altra ricerca stilistica perché sono proprio l&#8217;incongruenza e il distacco ad introdurre un forte elemento di ironia e di sdrammatizzazione del tutto. Ed ecco che si compie la magia dell&#8217;aver tolto cose come le virgole e la logica temporale e qualunque forma di opinione personale ma aver prodotto qualcosa in più. Qualcosa di diverso e di nuovo. Sottrazioni che ironicamente danno risultati maggiori.</p>
<p>E Ourednik decide anche di mettere delle didascalie di poche parole a margine delle pagine. Le didascalie non sono mai più di 3-4 per pagina e condensano un passaggio più ampio in uno slogan come per esempio SPERMA DI QUALITÀ SUPERIORE quando parla del fatto che le donne potevano ordinare lo sperma sull&#8217;Internet scegliendo e pagando in base a tutta una serie di parametri relativi ai donatori. E queste didascalie non fanno che aumentare il senso di ironia e sarcasmo sottolineando anche il grottesco di tutto ciò. Il senso generale del libro è chiaramente un senso tragicomico.</p>
<p>Alcuni potrebbero dire che è un libro che si basa solo su dei luoghi  comuni e su degli stereotipi. E probabilmente è un&#8217;affermazione vera  come del resto è vero che i luoghi comuni e gli stereotipi fanno parte  della nostra vita. E forse Ourednik non sta facendo altro che tentare  una loro riabilitazione. Proprio perché è dal basso che Ourednik compone  il suo XX secolo.</p>
<p>Un mosaico in cui tutti si possono ritrovare in almeno qualche tessera. Un mosaico in cui ogni tessera è una storia e la somma delle tessere è la storia.</p>
<p>Dopo un po&#8217; che si legge <em>Europeana</em> si viene proprio rapiti dalla grande ironia e dal suo allegro e  anarchico e anti-accademico saltellare di palo in frasca. Perché  l&#8217;ordine e la successione non sono importanti. Ciò che è importante è venir sopraffatti dalla  moltitudine. Realizzare che esiste la moltitudine.</p>
<p>L&#8217;atemporalità che deriva da tutti gli accostamenti  incongrui e dai  salti temporali è anche forse un altro messaggio di  Ourednik. Io lo  leggo come LA MORTE DELLA STORIA. D&#8217;altronde da qualche  parte qualcuno  ha sicuramente detto che la storia è morta con la fine  del XX secolo  perché da adesso in poi con i mezzi tecnologici la storia è  scrivibile  in tempo reale e quindi muore il classico concetto di storia  quello in  cui prendevo i voti bassi.</p>
<p>È l&#8217;attuale passaggio dalla  parola  all&#8217;immagine. Ourednik lo sa bene e precisamente per questo motivo  non  segue nessun filo logico se non la sua amata anarchia. Un cut-up di immagini.  Che  poi va detto che questa è un&#8217;anarchia multidisciplinare perché <em>Europeana</em> tratta di tutto dalla nascita della psicoanalisi all&#8217;invenzione del   reggiseno al salutismo a scientology all&#8217;Internet.</p>
<p>Le parole che più  si ripetono nel libro oltre alla congiunzione  E sono NAZISMO e COMUNISMO a  riprova del fatto  che i due regimi  totalitari più forti e schiaccianti  del XX secolo sono e  resteranno per  sempre i due fatti più aberranti  che gli Europei siano  mai riusciti a  creare.</p>
<p>Questo è un libro che andrebbe citato tutto per intero per dare un&#8217;idea precisa di come funziona. Che è un po&#8217; come consigliare di leggerlo. In effetti questa mia recensione non dà per nulla l&#8217;idea di come funziona <em>Europeana</em> e rileggendo le citazioni da me scelte per il blog mi sembra di non avergli fatto per niente un favore a Ourednik. Anzi forse l&#8217;ho anche un po&#8217; svilito perché le citazioni che più mi colpivano ovviamente erano quelle sulle  aberrazioni del nazismo e del comunismo che però ti colpiscono ancora di più perché arrivavano come un fulmine a ciel sereno in mezzo a mille altre storie che non  c&#8217;entrano nulla. Citarle su questo blog ha diluito l&#8217;effetto di &#8220;mine vaganti&#8221; che nel testo era veramente micidiale oltre al fatto che si possono leggere una di fila all&#8217;altra annullando completamente il principio anarchico di Ourednik. È stato attraverso <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/03/31/europeana-pg-134/#comment-784" target="_blank">i commenti del caccialupi</a> che è il nostro lettore più assiduo che mi  sono reso conto che l&#8217;idea di citare da <em>Europeana</em> non solo non  rende giustizia al libro ma forse lo danneggia proprio.</p>
<p>Ma anche questo mi è servito. Infatti è proprio da questa vicenda che ho deciso di cambiare la gestione delle citazioni del blog. Prima mettevo citazioni sempre dallo stesso libro che stavo leggendo e quindi potevano passare 20 giorni in cui in homepage si leggevano citazioni dello stesso libro proprio com&#8217;è accaduto con <em>Europeana</em> mentre da adesso in poi le citazioni saranno sempre da due o tre libri contemporaneamente. Così almeno c&#8217;è un po&#8217; di varietà.</p>
<p>(E ci tengo anche a dire che <em>Europeana </em>esce per una delle case editrici indipendenti più interessanti d&#8217;Italia che si chiama <a href="http://www.duepuntiedizioni.it/" target="_blank">:duepunti editore</a>. Di questi ragazzi ho già letto anche <em>Il verbale</em> di J. M. G. Le Clézio e ho in programma di leggermi anche altri libri perché le loro scelte sono sempre di primissimo ordine.)</p>
<p>E notate pure la grande ironia del sottotitolo <em>(breve storia del XX secolo)</em> che fa il verso al famosissimo libro di Hobsbawm <em>Il secolo breve (1914-1991)</em> a riprova del fatto che Ourednik ti fa lo sgambetto da tutte le parti. Su un <a href="http://www.licenziamentodelpoeta.splinder.com/post/9675384" target="_blank">blog simpatico</a> infatti leggo &#8220;&#8230;se pure è vero che Ourednik  è uno a cui piace prendere per il culo la gente, lettori inclusi, devo  dire che farmi prendere per il culo da Ourednik m&#8217;è piaciuto  abbastanza.&#8221; Non posso che concordare appieno.</p>
<p>Mi sono a lungo chiesto come Ourednik sarebbe uscito dal tunnel di  questa assurda sommatoria e la cosa geniale è che ne esce fuori indenne. Ne esce  fuori senza strappi. Con l&#8217;indifferenza che caratterizza tutta l&#8217;opera e  una tranquillità che dimostrano una classe superiore. Il finale è  addirittura beffardo.</p>
<p><em>Europeana</em> è un nuovo modo  di fare letteratura storica che nasce e  contemporaneamente muore perché  nessuno recepirà questo messaggio.</p>
<p><em>Europeana</em> è l&#8217;epitaffio della storia.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>La prima persona [recensione]</title>
		<link>http://www.leparoledeglialtri.com/2010/04/12/la-prima-persona-recensione/</link>
		<comments>http://www.leparoledeglialtri.com/2010/04/12/la-prima-persona-recensione/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 05:11:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[La prima persona - Smith]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro] Tutto è cominciato da un&#8217;entusiastica recensione letta sull&#8217;Internazionale n. 839, anno 17 (per capirsi quello della settimana che va dal 26 marzo al 1 aprile 2010). Stuart Kelly, scrivendo per The Scotsman, recensisce questo libro di racconti e dice: Parte della gioia di leggere i racconti di Ali Smith è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/03/08/la-prima-persona-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>Tutto è cominciato da un&#8217;entusiastica recensione letta sull&#8217;Internazionale n. 839, anno 17 (per capirsi quello della settimana che va dal 26 marzo al 1 aprile 2010). Stuart Kelly, scrivendo per <em>The Scotsman</em>, recensisce questo libro di racconti e dice:</p>
<p><em>Parte della gioia di leggere i racconti di Ali Smith è vedere come il suo genere particolare di letteratura sfidi, sovverta e rinvigorisca di continuo la forma della scrittura breve, ma sempre con un nucleo di carica emotiva e un fascino indiscutibile.</em></p>
<p>Quattro pallini rossi su cinque.</p>
<p>Sfidare, sovvertire e rinvigorire <em>la scrittura breve?</em></p>
<p>Davvero <em>davvero?</em></p>
<p>Mi annoto mentalmente il titolo e l&#8217;autrice. Poi esco.  È davvero una dannazione avere una buona memoria: alla prima occasione cerco il libro &#8211; ricordo titolo e autrice &#8211; e lo compro. Lo compro pur essendo pubblicato dalla Giangiacomo Feltrinelli Editore che, si sa, non pubblica più nulla di decente da lustri. Lo compro perché non voglio fare troppo lo snob. Lo compro perché sempre di meno si trovano in giro scrittori che affrontano i racconti in maniera innovativa (e Stuart Kelly mi ha detto che questa Smith lo fa). E io sono un cultore del racconto come forma di narrazione superiore.</p>
<p>Lo compro lottando contro quella copertina che mi diceva a chiare lettere: <em>dio bòno! non ti azzardare a togliermi da questo scaffale!</em> Una copertina che aveva quel classico <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/copertina_laprimapersona.jpg" target="_blank">pessimo gusto</a> delle copertine della merdinelli, quelle (per capirsi) <em>à la</em> Stefano Benni, Banana Yoshimoto, eccetera eccetera. Orrende.</p>
<p>Insomma, gli indizi c&#8217;erano tutti. Potevo risparmiarmi questi 13 euri. E invece no, ho voluto dare fiducia alla scrittrice di racconti, ai quattro pallini rossi, a Stuart.</p>
<p><span id="more-2162"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Ovviamente sapevo che la carta merdinelli è di merda, me lo ricordavo bene, quindi ho evitato lo choc iniziale, ma quando apri il libro, un presagio ti assale comunque. Capisci subito che Ali Smith ha qualche problema di autostima: il libro ha una dedica tripla (e fin qui nulla di male, se non fosse che sotto ad ogni nome poi c&#8217;è un verso di una canzone). Girata la pagina della tripla-dedica, la Smith ci inonda con 4, dico ben 4, citazioni. Di cui l&#8217;ultima ad opera di Murakami (giusto per arruffianarsi una bella fetta di lettori). Iniziamo malissimo.</p>
<p>Qui a <em>le parole degli altri</em> siamo grandi sostenitori delle citazioni, figuriamoci, ma siamo giustamente selettivi. Esistono due regole d&#8217;oro per le citazioni:</p>
<ol>
<li>vanno scelte con cura,</li>
<li>vanno usate con parsimonia.</li>
</ol>
<p>La Smith riesce ad infrangere entrambe le regole in una singola pagina. Grande.</p>
<p>Ci tengo a dire però che le citazioni scelte sono veramente in linea con li libro: nessuna è pessima, anzi sono tutte <em>godibili</em>, ma in finale, non ce n&#8217;è nemmeno una memorabile. In un mondo perfetto le citazioni dovrebbero essere scelte  in base alla loro forza espressiva. Se un autore sceglie, per aprire il suo libro, delle citazioni sgonfie, figuriamoci come può essere il contenuto della sua opera&#8230;</p>
<p>Forse la migliore citazione è proprio quella di Murakami, e con questo ho detto tutto.</p>
<p>Per non smentire i brutti presagi, i racconti sono esattamente come la paginata di citazioni amorfe. Qualcuno migliore, qualcuno peggiore, ma in definitiva tutti facenti parte di un genere particolarissimo detto: letteratura mediocre.</p>
<p>Francamente non riesco a vederci tutta quella poesia del quotidiano di cui si parla tanto in giro (la rete pullula di articoli entusiastici della Smith). Inoltre mi pare che la Smith ci tenga troppo a dirti che è bisessuale (ma attenzione! con maggiore inclinazione agli amori saffici!) e che questo permei eccessivamente le storie. Potrebbe anche non fregarmene nulla delle sue inclinazioni sessuali. Potrebbe anche essere troppo facile far girare tutto su questo elemento. Potrebbe addirittura essere noioso seguire le nevrosi di donne che si lasciano e poi si rimettono assieme e che non la smettono mai di essere così dannatamente isteriche e volubili.</p>
<p>Ora, per essere profondamente sinceri, non tutti i racconti sono poi così male, ma il problema reale è che questa è davvero letteratura mediocre. Dal mio punto di vista: inutile. Anzi dannosa perché distoglie l&#8217;attenzione da quella eccellente. E invece è probabilmente quella che vende di più. Perché è facile. È maledettamente facile da leggere, ma anche <em>da fare</em>, con queste storie che non finiscono e ti lasciano a metà, con questi accenni non portati a termine che creano micro-tensioni irrisolte.</p>
<p>Molto poetiche, per chi la poesia non l&#8217;ha mai letta.</p>
<p>Uno potrebbe dire: questa non-letteratura può addirittura esser buona, se piazzata fra un libro e un altro, così giusto per svagarsi un po&#8217;. E quell&#8217;uno che si fosse imbarcato in una simile affermazione non avrebbe nemmeno troppo torto, se non fosse che siamo <em>letteralmente</em> invasi, sopraffatti da scrittori di questo tipo; questi non-scrittori, questa non-letteratura, questo non avere nessun valore ma molto mercato.</p>
<p>Unica nota positiva del libro (oltre al fatto di avere un immediato potere evasivo che torna utile in metropolitana quando tutti puzzano e tu non fai eccezione) è che mi ha fatto riflettere su una differenza. Ci sono scrittori che quando scrivono hanno <em>un&#8217;idea</em>, mentre altri scrittori non hanno nessuna idea ma vogliono <em>raccontare qualcosa. </em>Non so se mi spiego: chi ha un&#8217;idea, usa la storia per veicolare il suo messaggio, usa la storia come strumento; mentre chi non ha nessuna idea scrive una storia per il solo gusto di farlo.</p>
<p>Ci possono essere molti validi motivi per non avere nessuna idea, primo fra tutti la mancanza di idee, ma anche la voglia di non appesantire il testo o la voglia di fare pura ricerca stilistica o anche banalmente la noia (che faccio oggi? mah, mi sa che scrivo due righe&#8230;). Ma quando si scrive una storia senza un&#8217;idea portante, è bene che almeno la storia sia una storia interessante, perché se mancano le idee e mancano pure le storie, allora andiamo tutti a casa. Ecco, la Smith mi fa un po&#8217; quell&#8217;effetto lì: stattene a casa per favore.</p>
<p>Mi sono sempre definito un lettore dal forte fiuto e il mio fiuto mi aveva ampiamente sconsigliato questo libro. Non penso di aver fatto male ad ignorarlo, ogni tanto è bene mettersi in discussione (e comunque ci ho messo solo 2 giorni a leggere i racconti, quindi nemmeno troppo tempo perso), ma la prossima volta torno a fidarmi di lui e non di quattro squallidi pallini rossi dell&#8217;Internazionale. Questo libro oggi poteva ancora starsene comodo comodo su uno scaffale in attesa di qualche non-lettore che lo apprezzasse (e pare che ce ne siano a bizzeffe là fuori), adesso invece giace sulla mia personale pila di libri da rivendere/riciclare/dismettere.</p>
<p>All&#8217;oblio ci penseranno i giorni.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>Un cinese a Buenos Aires [recensione]</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 07:37:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un cinese a Buenos Aires - Magnus]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro] Capita a tutti di sbagliare. Quindi, se non avete ancora letto questo libro, vi perdono. Ora uscite e andate a comprarlo. Oppure no, meglio, collegatevi al sito di questa piccola e importante casa editrice specializzata in lingue ispaniche (tutte, dal castigliano al galego). Lì potrete comprare con sconti sontuosi, usufruendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2009/12/29/un-cinese-a-buenos-aires-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>Capita a tutti di sbagliare. Quindi, se non avete ancora letto questo libro, vi perdono. Ora uscite e andate a comprarlo. Oppure no, meglio, <a href="http://www.gran-via.it/" target="_blank">collegatevi al sito</a> di questa piccola e importante casa editrice specializzata in lingue ispaniche (tutte, dal castigliano al galego). Lì potrete comprare con sconti sontuosi, usufruendo del <a href="http://www.gran-via.it/commercio.php" target="_blank">paradigma della zia Luisa</a>. E darete pure più soldi all&#8217;editore (e meno ai distributori), fico, no? Oppure, in ultima analisi, forse la cosa migliore è andare dal vostro libraio di fiducia (non parlo delle multinazionali della merda) e farglielo ordinare. Vano tentativo di tenere in vita quei posti splendidi e polverosi chiamati librerie. Insomma, vedete voi, però procuratevelo.</p>
<p>Ma procediamo con ordine.</p>
<p>Anche questo è uno dei tanti libercoli comprati alla fiera dei libri liberi. Quando son passato allo stand della <em>gran vía</em> sono stato attratto dalla solita fascetta attira attenzione (a questo punto mi sa che funzionano davvero). Vi campeggiava un&#8217;affermazione di tale <a href="http://www.nuriaamat.com/" target="_blank">Nuria Amat</a>. Diceva: &#8220;È nato un nuovo Cortázar? Non perdetevi queste avventure e disavventure di un cinese in Argentina&#8221;.</p>
<p>Mi chiedo se la Amat abbia mai letto questo libro. No, dico davvero.</p>
<ol>
<li>Cortázar non c&#8217;entra una mazza.</li>
<li>Non ci sono molte disavventure di un cinese in Argentina (a dispetto del titolo, ma avrò modo di parlarne più in avanti).</li>
</ol>
<p>Ora, chi pronuncia la parola Cortázar davanti al sottoscritto deve stare molto attento, perché va a toccare un pezzo di mitologia personale. Molti pensano che scrivere un racconto sia come scrivere un romanzo, solo più breve. Cortázar, seguendo le orme di Borges, ha creato una nuova dimensione per il racconto. Dopo di loro, il concetto istesso di racconto è mutato irrimediabilmente. Nessuno si può più cimentare su quella strada ignorando la loro rivoluzione.</p>
<p>E insomma, allo stand della <em>gran vía</em> c&#8217;era un Simpatico Ispido Barbuto, uno di quelli con la parlantina facile (ma che lo vedi che è un po&#8217; timido, la parlantina è tutta un&#8217;architettura protettiva), uno di quelli che ti aspetti di trovare in trattoria per condividere un cicchetto, quando stacchi dal lavoro (con l&#8217;unica differenza che lui ci passa la giornata intera, in trattoria – è evidente).</p>
<p>Gli chiesi – con tono abbastanza polemico, lo ammetto –, ma è davvero come Cortázar &#8216;sto qua?</p>
<p>Quel S. I. B. mi stupì (e non è una roba facile, stupirmi) disse semplicemente: non sono mica io che lo dico, quelle sono le parole di <a title="e qui ce ne sono altre, se vi interessano" href="http://www.barcelonareview.com/12/e_na_int.htm" target="_blank">Nuria Amat</a>.</p>
<p>(Pausa.)</p>
<p>(Pausa più prolungata dal chiaro significato, sì occhèi, ma tu allora che ne pensi?)</p>
<p>S. I. B. – Secondo me non c&#8217;entra nulla con Cortázar. Questo è un libro comico.</p>
<p>Ecco, se c&#8217;è una cosa che in questo mondo va onorata, è l&#8217;onestà. Specie l&#8217;onestà di quelli che sai che hanno come un certo interesse per i tuoi <a title="ma pensa, io dicevo sghei, che sfigato che son, xciò!" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Schei" target="_blank">schei</a>. Io l&#8217;ho rispettato per questo. E gli  ho comprato il libro. E ho fatto bene. E aveva ragione, non c&#8217;entra una mazza con Cortázar. E ti spacca dalle risate.</p>
<p>All&#8217;epoca non sapevo di star parlando nientepopodimeno che con l&#8217;esimio Fabio Cremonesi in persona, ovvero il creatore di questa piccola realtà italiana, oserei dire padana (ma non lo dirò perché suona troppo leghista); comunque sia, il buon Cremonesi è il patròn della <em>gran vía</em>. Adesso invece lo so, e non mi cambia nulla saperlo, se non forse che mi fa provare ancora più di stima nei suoi confronti (aho, se la baracca va per aria è lui a essere nella merda, non te).</p>
<p>Ma veniamo al libro. Partirò dal titolo. Come dicevo, a totale dispetto di questo, il personaggio principale non è un cinese a Buenos Aires, sebbene i cinesi nel libro, e a quanto pare a Buenos Aires, non mancano (io pensavo fossero tutti a <a href="http://maps.google.it/maps/place?oe=utf-8&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;client=firefox-a&amp;um=1&amp;ie=UTF-8&amp;q=roma+piazza+vittorio&amp;fb=1&amp;gl=it&amp;hq=Piazza+Vittorio&amp;hnear=Piazza+Vittorio&amp;cid=17456633141151954993" target="_blank">piazza Vittorio</a> o in Cina) e il cinese in questione, quello a cui fa riferimento il titolo, è presente per un buon 5% della storia.</p>
<p>5%?</p>
<p>Sì, infatti il nostro eroe è un&#8230; argentino, il quale si trova&#8230; a Buenos Aires. Strano eh?</p>
<p>Ho polemizzato con il traduttore (che è sempre Fabio Cremonesi; praticamente un <em>fac totum</em> – non so come sia in veste di patròn, ma come traduttore è sublime) sulla storpiatura del titolo. Il titolo originale è <em>Un cinese in bicicletta</em>. Lui dice che in italiano suona meglio la sua versione (e non gli posso dare torto) e che tutto sommato non si perde granché in termini semantici fra le due.</p>
<p>In effetti è così.</p>
<p>Dal mio punto di vista però entrambi i titoli sono sbagliati.</p>
<p>Questo libro si doveva chiamare <em>Un argentino a Buenos Aires</em>. Primo perché è un titolo che spiazza per la sua intrinseca proprietà lapalissiana. Poi perché il personaggio principale è in effetti argentino e perché l&#8217;azione si svolge, a tutti gli effetti, a Buenos Aires. Al limite, ma proprio al limite, si poteva mettere in calce una di quelle frasi ammiccanti tipo <em>non la Buenos Aires che pensi tu</em>. Ma adesso basta cazzate, veniamo al dunque.</p>
<p><span id="more-2004"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Magnus è un amante dei periodi lunghi ma anche della scorrevolezza del testo (sicuramente merito pure di Cremonesi con la sua ottima traduzione), Magnus è un eclettico, uno che con la sua lingua ci sa fare. Insomma, non un pivello alle prime armi con openoffice. Magnus è uno scrittore vero, uno scrittore del nostro tempo. Ha la classica cultura postmoderna: un substrato molto dotto (ha studiato filosofia, giornalismo, è poliglotta, e via dicendo) integrato con la cosiddetta cultura pop (qualunque cosa voglia dire questa locuzione oggidì). Mescola le due cose con naturalezza, cosa che in piccolo facciamo tutti ogni volta che apriamo l&#8217;internet, ma poi non so perché, quando compriamo un libro e ci troviamo dentro gente che parla dell&#8217;internet o gli sms o un iPod pensiamo subito che il libro sia di Fabio Volo e quindi di merda. Almeno, per me è così.</p>
<p><em>Un cinese a Buenos Aires</em> smentisce questo stereotipo e lo fa raccontando una storia complessa, dove la vera poeticità sta nella realtà delle cose. Magnus è un istrione, creatore di personaggi memorabili e di una storia divertentissima e piena di colpi di scena. Ma non di colpi di scena tipici della <em>fiction</em>, della narrativa. No, lui racconta cose ragionevoli, realistiche. Lavora contro quell&#8217;idea per cui una storia deve rapire il lettore immergendolo in un mondo fantastico fatto di situazioni al limite delle possibilità. Cioè, lui ti immerge in un mondo fantastico eccetera eccetera, ma lo fa realisticamente. E non è da tutti. Quante volte, indagando a fondo su situazioni molto articolate &#8211; al limite della comprensione &#8211; poi si scopre che  hanno delle cause relativamente ovvie o realistiche? Ecco, questo è un libro che ti stupisce perché è profondamente ragionevole. Ed esserlo, parlando di cinesi, direi che è un miracolo.</p>
<p>Ma soprattutto, ci tengo a dirlo, questo è un libro esilarante. Le situazioni comiche si susseguono a ripetizione mantenendo sempre alto il livello di ghigno. Le prime 100 pagine mi hanno fatto letteralmente piangere dalle risate.</p>
<p>E la Cina quindi dov&#8217;è? La Cina è incastonata dentro al libro, è lo sfondo, è ovunque. Perché questo è il vero viaggio che farete leggendo il libro. Esattamente l&#8217;opposto di ciò che lascia intendere il titolo del libro (ossia tutta una serie di stantii stereotipi sull&#8217;argentinità, narrati dal punto di vista di un emigrato cinese); verrete trasportati in una Cina <em>in vitro.</em></p>
<p>L&#8217;inghippo sta proprio qui: se è vero che l&#8217;azione si svolge a Buenos Aires, va precisato che è limitata ad una zona molto particolare, un luogo che per molti degli occidentali appare vago, fra il temibile e l&#8217;esotico, una specie di bolgia infernale (alla quale poi non tutti credono fino in fondo, perché <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Verificationism" target="_blank">non ci sono mai stati, quindi non esiste, giusto?</a>): China Town. Nel senso di: la china town di Buenos Aires (posto che probabilmente <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Chinatown" target="_blank">tutte le China Town del mondo si chiamano China Town</a>, così come tutti i cinesi sono uguali, no?).</p>
<p>La storia è quella di un ragazzo tracagnotto e apparentemente non molto fortunato (Ramiro) che si ritrova ad essere rapito da un cinese (eccolo il nostro 5%!) e sequestrato in una casa che è anche il retro di un ristorante, cinese. Il rapitore è il temibile Li Cerino, famoso per essere incriminato per una serie di incendi dolosi ai danni di negozi di arredamento.</p>
<p>Il nostro protagonista e narratore (quello vero, non il cinese) viene coinvolto in questa vicenda solo perché passeggiava nella stessa strada quando la polizia becca Cerino. Diviene quindi testimone ufficiale della scena e, quando i due si ri-incontrano al processo, Li Cerino pensa bene di fuggire dal processo brandendo il nostro ignaro testimone e protagonista come scudo e mostrando ai poliziotti una splendida pistola.</p>
<p>Fin da subito però il romanzo mostra il suo tratto caratterizzante (sia del narratore, sia del libro in toto): una prospettiva diversa, ribaltata. Un modo alternativo di concepire e interpretare la realtà. Il protagonista non è né spaventato né arrabbiato di venir rapito, anzi. Provenendo da una vita abbastanza scialba, trova tutta la faccenda del rapimento interessante. Cerino gli sta subito simpatico (come potrebbe non starti simpatico uno che, beccato dalla polizia, vicino al luogo di un incendio doloso, con dei fiammiferi lunghissimi, una pietra e una bici, spiega che con i fiammiferi ci si accende le sigarette e con la pietra ci aggiusta la bicicletta&#8230;) e fa il tifo per lui.</p>
<p>Parrebbe un giallo, ma in realtà il libro è molto più sofisticato. È un romanzo antropologico: descrive qualcosa di quasi indescrivibile, se vogliamo, una specie di concetto astratto, un topos surreale: i cinesi occidentali. Nello specifico, i cinargentini.</p>
<p>Il livello di introspezione e di attenzione ai dettagli di Ramiro è altissimo, e tramite questo filtro il lettore si avvicina all&#8217;ignoto per conoscerlo. Ramiro è il nostro occhio, il nostro orecchio nel mondo parallelo dei cinargentini. E il suo approccio è fantastico perché privo di preconcetti, di stereotipi. È ribaltato. Dopo un po&#8217; che è segregato nel retro cucina, inizia a capire che non è un vero sequestrato, perché può muoversi, può uscire, può parlare con la gente (comicissimo quando realizza che tutti i cinesi che gli sono intorno capiscono perfettamente lo spagnolo: all&#8217;improvviso termina la sua costrizione all&#8217;afasia, costrizione  che per i primi giorni si era auto-imposta immaginando che tutti parlassero solo cinese, cosa che, ovviamente, fra di loro facevano). Il culmine di questo ribaltamento di prospettive arriva quando Ramiro si rende conto che nessuno ha mai reclamato la sua assenza: è un sequestrato che nessuno rivuole indietro. Ma lui è più felice adesso, è (paradossalmente) più libero &#8211; merito anche del fatto che si innamora di una cinese &#8211; e non tornerebbe mai indietro alla sua noiosissima vita precedente. Lui è felice lì dentro, il suo è un dono piovuto dal cielo, e oltre all&#8217;amore gli ha portato una nuova concezione della realtà. Riuscire a vivere il proprio rapimento come un dono e costruirci sopra una nuova vita dà la dimensione del ribaltamento di cui parlo.</p>
<p>Mi chiedo dove Magnus abbia preso tutte queste informazioni sul modo di vivere dei cinargentini, perché è tutto così credibile, preciso, sembrerebbe vissuto in prima persona. Mi affascina vedere questi effetti della globalizzazione, questa cultura trasversale, vasta. Allora l&#8217;ho gugolato e ho scoperto com&#8217;è andata. <a href="http://www.criticasmagazine.com/article/CA6523906.html" target="_blank">È andata così</a>. <a href="http://www.gran-via.it/notizia.php?id=225" target="_blank">O così</a>.</p>
<p>Una nota: per chi ha paura di leggere per sbaglio l&#8217;ultima riga prima della fine del libro (della serie: come rovinarsi il piacere dell&#8217;ultima pagina), in questo libro non è possibile perché l&#8217;ultima frase è scritta in cinese, a dimostrazione del fatto che il protagonista si integra talmente bene nel suo nuovo mondo che da argentino diventa argencinese (cinargentino è impossibile). Ah, per i nostalgici, ovviamente potete sempre rovinarvi la penultima frase, se ci tenete tanto.</p>
<p>Ho chiesto al traduttore/editore-patròn cosa significa quella frase ma lui (assurdamente) mi dice che non ha mai sentito la necessità di chiederlo a Magnus. Ma dico? Ti pare che leggi un libro e l&#8217;ultima riga è criptata in inaccessibili (e molto graziosi) ideogrammi e a te, che hai un contatto diretto con l&#8217;autore, non ti viene in mente di chiedergli che diavolo significa? No a lui non è venuto in mente – probabilmente quando è giunto alla fine della traduzione, non gli pareva vero che poteva saltare l&#8217;ultima riga! È una triste verità: cresciamo, diventiamo adulti, ma siamo comunque tutti schiavi della sindrome da campanella dell&#8217;ultima ora. Ho intimato a Cremonesi una traduzione della frase, da richiedere espressamente al Magnus, ma mi sa che faccio prima a passare dal negozietto di cinesi sotto casa col libro aperto.</p>
<p>In definitiva, libro divertentissimo, tradotto impeccabilmente, con una valanga di nozioni e di storielle ironiche che si intrecciano. Un libro che non si può non adorare. Di certo non vi cambierà la vita, ma vi farà morire dal ridere gettando una luce completamente nuova su un mondo a voi sconosciuto; un mondo che lavora in parallelo al nostro mentre noi facciamo finta di nulla.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>Tasca di pietra [recensione]</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 05:32:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tasca di pietra - De Simone]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro] A mia totale discolpa, ce l&#8217;ho messa tutta. Mosso dalle migliori intenzioni. Davvero, giuro. Ho comprato il libro, attratto dalla splendida copertina e dal titolo non banale; l&#8217;ho letto senza sapere nulla di De Simone (personaggio, a leggere le parole della Zandegù, eclettico e talentuoso); poi mi sono documentato e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/01/17/tasca-di-pietra-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>A mia totale discolpa, ce l&#8217;ho messa tutta. Mosso dalle migliori intenzioni. Davvero, giuro. Ho comprato il libro, attratto dalla <a href="http://www.zandegu.it/wp-content/uploads/2008/10/tasca1.jpg" target="_blank">splendida copertina</a> e dal titolo non banale; l&#8217;ho letto senza sapere nulla di De Simone (personaggio, a <a href="http://www.zandegu.it/gli-autori/matteo-de-simone/" target="_blank">leggere le parole della Zandegù</a>, <em>eclettico e talentuoso</em>); poi mi sono documentato e ho ascoltato i pezzi dei <a href="http://www.myspace.com/nadarsolo" target="_blank">Nadàr Solo</a>; infine ho anche visto qualche foto del personaggio eclettico. Quindi posso parlare con cognizione di causa.</p>
<p>Parlerò prima del libro, poi se sono ancora in vena, anche del personaggio. Parto dal libro perché l&#8217;ho letto in una condizione esistenziale favorevole: ignorando tutto il resto. Quindi non ero influenzato negativamente. Ero puro, vergine. Tabula rasa. No, perché ci tengo a dirlo: indagando sul personaggio, ho solo ricevuto stimoli negativi. La faccenda peggiorava di link in link.</p>
<p>La cosa migliore di questo romanzo è la copertina. Il resto, come diceva Califano, è noia. Sarebbe stato più bello tutto come la grafica esterna, ovvero senza parole, ogni pagina vuota. Ma sarebbe stato troppo raffinato, troppo <em>à la </em>Cage.</p>
<p><span id="more-1911"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Si meriterebbe una bella recensione vuota. Ma anche quella sarebbe troppo raffinata. No, questa roba va spezzata. Bisogna che qualcuno almeno ci provi. E quindi mi attirerò le ire di gente che la letteratura non sa dov&#8217;è di casa (ovvero la maggior parte dei bipedi attualmente in vita), ma lo farò ugualmente. Non ho mai avuto come scopo quello di essere simpatico alla massa. Perché sulla massa, <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/01/22/litania-di-un-arbitro-pg-29-2/" target="_blank">io la penso esattamente come Brussig</a>.</p>
<p>Bene, veniamo al verdetto: il libro è veramente un libro inutile. Buono per chi legge 1 libro l&#8217;anno. Gli stessi che comprano 1 ciddì l&#8217;anno e pensano che il panorama musicale mondiale sia ciò che passa MTV. Ecco per voi, De Simone ha fatto l&#8217;accoppiata vincente! Potete comprare il suo libro e <em>anche </em>il suo ciddì (fra l&#8217;altro ho letto che viene passato spesso proprio su Brand New&#8230; ma tu guarda le coincidenze!) e essere paghi per 12 mesi interi! Fico, no? E ci fate pure la figura degli alternativi, che conoscete uno che ha meno di trent&#8217;anni ma già è così eclettico e talentuoso. (Trovo la parola &#8220;talentuoso&#8221; ributtevole.)</p>
<p>Devo dire però che il libro è ben mascherato. Sempre per rimanere in tema di citazioni, come diceva Gottfried Benn: lo smalto sul nulla. Ovvero: tutto ben fatto, ben costruito; peccato che non ci sia nulla dentro. Nulla.</p>
<p>Una storia di quelle in cui tutti (soprattutto le donne) possono immedesimarsi, che fa presa immediatamente. Helen, inglese trapiantata a Bologna e sposata con Said, marocchino grassotto, intelligente e molto buono, è infelice. Mannaggia! Povera! Vive all&#8217;ombra di quest&#8217;uomo al quale però non si può veramente rinfacciare nulla, perché è davvero uno a posto. Semplicemente Helen è un&#8217;idiota. Non sa perché l&#8217;ha sposato, non sa perché vive e non sa cosa vuole. Sa solo che è insoddisfatta. Il classico personaggio che detesti dall&#8217;inizio alla fine. E infatti ti chiedi: ma perché proprio lei deve sopravvivere alla strage dell&#8217;autogrill? Sì, perché il romanzo ha un colpo di scena che cambierà la vita di Helen (ma soprattutto quella di Said: muore). L&#8217;idiota, da insoddisfatta ma in una vita piena di certezze, passerà ad essere immersa in una vita senza certezze, ma finalmente libera dal marito. Che però, guarda caso, era anche la sua ancora di salvezza (da se stessa, ovviamente).</p>
<p>Cosa accade quando un&#8217;idiota piena di sé tenta di gestire un evento catastrofico sia al livello pragmatico che al livello emotivo? Fallisce.</p>
<p>De Simone deve veramente conoscere bene la psicologia femminile (visto che fra l&#8217;altro si prende il rischio di scrivere in prima persona, cosa molto difficile quando si è dell&#8217;altro sesso, non a caso ci si cimentano <a title="quando i premi erano ancora seri" href="http://it.wikipedia.org/wiki/L%27isola_di_Arturo_(romanzo)" target="_blank">in pochi</a> e magari non al loro esordio, ma lui è eclettico, si sa) perché un personaggio così fragile non è facile da costruire verosimilmente. Ma lui ci riesce, davvero. Non sono ironico. Gli è venuto bene. Chissà se pensa che di donne inette come questa ce ne siano a pacchi. Oppure se ha una stima bassissima della categoria sessuale. Quale sia la motivazione che ha spinto De Simone a scegliere di narrare le vicende di questo personaggio discutibilissimo la ignoro, ma il fatto rimane ineluttabile: Helen deve morire. È veramente una minorata.</p>
<p>Scritto in maniera scorrevole, il libro poi narra le scelte idiote dell&#8217;idiota che ha una fortuna smisurata (altrimenti sarebbe morta 16 volte) e termina con una scenata isterica che (si spera) porti l&#8217;idiota alla follia e fuori dai coglioni. Unico momento in cui De Simone riesce davvero a produrre un filo di inquietudine è la scena dell&#8217;autogrill. Per il resto produce solo fastidio.</p>
<p>Alla domanda: cosa c&#8217;entra la tasca di pietra?, rispondo solo: niente. Giusto per buttarla un po&#8217; più in caciara, De Simone ci infila una fiaba che la madre raccontò a Helen una volta sola. Una sorta di metafora della follia che alberga in ognuno di noi e che teniamo a freno altrimenti tutti perderemmo il senno. Detta con le parole della fiaba: la tasca di pietra, una volta rotta, non si può aggiustare. E nella tasca c&#8217;è la follia. Ecco, del libro consiglio di leggere solo la fiaba, quella è medio-decente.</p>
<p>Ci ho messo 2 giorni a leggere questo libro e non mi ha lasciato granché. Nemmeno la voglia di scrivere queste righe. Il fatto che i Wu Ming (altra oscenità in cui di letterario non ci vedo nulla &#8211; che tristezza questi italiani) abbiano scritto una <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa14.htm#desimone" target="_blank">recensione entusiasmante</a> di questo libro non fa che peggiorare la posizione di De Simone.</p>
<p>Parliamone: ha una posa che <a title="pazzesco!" href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/Coppola_vs_DeSimone.jpg" target="_blank">ricorda</a> Mr Brand New nelle sue inclinazioni peggiori, ha un gruppo che fa roba alla peggior-periodo-dei-Marlene-Kuntz-però-accattivante (posto che ci sia mai stato un &#8220;periodo decente&#8221; dei Marlene Kuntz; buono è impossibile), ha scritto un libro pretenzioso ma brutto e c&#8217;è gente che fa paralleli con <em>Lo straniero</em> di Albert Camus. Certo, De Simone premio Nobel. Come no.</p>
<p>Sento puzza di mossa commerciale.</p>
<p>Resterà solo disgusto.</p>
<p>Ah, a proposito, per chi ancora fosse incuriosito da &#8216;sta roba, c&#8217;è anche tutta una mossa commerciale (apertamente commerciale, intendo) fatta dalla Zandegù sulla copertina di <em>Tasca di pietra</em>. Dato che l&#8217;unica cosa buona era la copertina, hanno ben deciso di indire un concorso per rovinarla. Chiunque può cimentarsi nel creare la sua copertina personalizzata del libro e inviarla in un sito internet e poi, alle successive ristampe, il vincitore avrà l&#8217;onore di vedere la sua creazione in tutte le Merdinelli d&#8217;Italia. Sì, perché la mia copia, quella con la copertina bella, fa parte di una tiratura limitata a 1000 copie, firmate dall&#8217;autore. Cristo, ho pure la copia firmata di De Simone (che, fra parentesi, se la tira talmente tanto che non firma nemmeno per esteso, scrive, a mo&#8217; di droga sintetica, &#8220;MDS&#8221;, con una grafia che dire svogliata è fargli un complimento).</p>
<p>Ora, se posso dire la mia: tutta questa storia delle copertine è un modo per far lavorare la gente gratis. Comunque, attualmente il sito apposito per il concorso non è in linea, il che mi fa pensare che non deve aver avuto molta fortuna, tutta questa iniziativa. O forse ne ha avuta troppa.</p>
<p>Per chi fosse interessato, cedo la mia copia numerata, numero 207, preziosamente vergata dal personaggio eclettico e talentuoso, alla modica cifra di <strong>0.00€</strong>. Il valore letterario dell&#8217;opera.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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