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	<title>le parole degli altri &#187; [recensioni]</title>
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	<description>Il caso ci guida anche se non abbiamo lasciato niente al caso</description>
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		<title>La casa di Rosa [recensione]</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 04:51:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[La casa di Rosa - Klimko-Dobrzaniecki]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro]
Appena prendi in mano questo libro ti colpisce il fatto che non sai da che parte iniziare. Sì perché ha ben due copertine, ma nessuna quarta di copertina (aka: retro). E le due copertine sono identiche! Si può decidere di iniziare il libro dalla parte che, una volta aperta, si scopre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/03/20/la-casa-di-rosa-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p style="text-align: left;">Appena prendi in mano questo libro ti colpisce il fatto che non sai da che parte iniziare. Sì perché ha ben due copertine, ma nessuna quarta di copertina (aka: retro). E le due copertine sono identiche! Si può decidere di iniziare il libro dalla parte che, una volta aperta, si scopre essere chiamata <em>La casa</em> oppure dalla parte chiamata <em>Krýsuvík</em>, basta capovolgere il libro.</p>
<p style="text-align: left;">La Keller editore però ti dà un indizio. Infatti piazza una simpatica fascetta-attira-attenzione in posizione inusuale: verticalmente sulla copertina dal lato de <em>La casa</em>, come a dire: è da qui che ti conviene iniziare. La cosa che invece è chiara fin da subito è che, da qualunque punto tu voglia iniziare,  per capire l&#8217;opera intera dovrai  leggere entrambe le storie.</p>
<p style="text-align: left;">Non ci ho pensato troppo su, e ho iniziato da lì.</p>
<p style="text-align: left;"><em>La casa</em> parla di un immigrato polacco che trova lavoro in una casa di riposo per anziani, in Islanda. A tratti potrebbe sembrare un racconto autobiografico, dato che il buon Klimko-Dobrzaniecki ha vissuto per molti anni in Islanda, ed è a tutti gli effetti polacco. In seconda (o terza?) di copertina si può leggere una breve biografia dell&#8217;autore:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Hubert  Klimko-Dobrzaniecki è nato nel 1967 a Bielawa, nella Bassa Slesia. Ha  studiato  teologia, filosofia e filologia islandese. Nella sua vita ha svolto  diversi  mestieri, tra cui lo spennatore di tacchini, il mimo, il guardiano di  porci,  l&#8217;operaio agricolo, il contrabbandiere di diamanti, il commerciante di  caviale  e di opere d&#8217;arte. Ha pubblicato due raccolte di poesie in lingua  islandese.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: left;">eccetera eccetera.</p>
<p style="text-align: left;">E quindi il protagonista de <em>La casa</em> è molto facilmente identificabile con il buon Hubert. Detto questo potrei dilungarmi su come Klimko faccia riflettere il suo personaggio/alter-ego sulla vita e la morte, essendo sempre così vicino alla morte, anzi alla gestione cinica e burocratica della morte. Ma purtroppo <em>La casa</em> è un testo abbastanza scialbo, privo di vera profondità che si perde nella descrizione di alcuni personaggi assolutamente inutili e che mette in mezzo troppe digressioni senza soffermarsi mai sui passaggi fondamentali. Forse è il tentativo di trattare temi pesanti mediante una scrittura leggera; se così fosse è un tentativo non riuscito.</p>
<p style="text-align: left;">Il protagonista ha anche una figlia molto piccola e quindi si interroga sul senso della vita, strattonato fra i due poli estremi: l&#8217;inizio e la fine; i bambini e rimbambiti. Alcune delle sue riflessioni sono molto belle, ma in generale, quando la storia entra nel vivo, il libro perde mordente e ti frustra con aneddoti su infermieri melochecche che inculano pazienti incapaci di intendere e di volere usando le supposte come lubrificante anale, o sulla gestione degli escrementi dei pazienti.</p>
<p style="text-align: left;">Come dire, tutto questo passa abbastanza agevolmente perché ti ci fai su una risata e dici: arriverà il bello, a un certo punto. E invece no, Hubert decide che deve inserire un personaggio, a metà racconto, totalmente privo di senso, tale: Boro. E lì veramente tutta la trama va a farsi fottere. Come quando a scuola ti scrivevano sul compito in classe: &#8220;sei uscito fuori tema&#8221;. Uguale.</p>
<p style="text-align: left;">Per fortuna però, così come è arrivato, Boro sparisce senza lasciare granché ai lettori, né al protagonista. E dunque verso la fine il racconto <em>La casa</em> si riprende, in particolare quando il protagonista accede alla zona di lusso della casa di riposo (solo per i più ricchi), il famoso <em>Tetto</em>. Fino ad allora, essendo &#8220;in prova&#8221; gli avevano fatto fare tutti i reparti, ma siccome lui è il protagonista del libro, chiaramente ottiene qualche favore (essendo uno veramente figo; mai che il protagonista sia uno stronzo emerito, eh?).</p>
<p style="text-align: left;">In definitiva questa parte mi ha lasciato molto scettico. Sicuramente ci sono dei bei momenti, ma nel complesso è mediocre. Molti temi sono solo accennati, sviluppati pochissimo, così che ti lasciano appeso a un filo. Unico spunto di vera riflessione è sul cinismo dilagante: degli infermieri, dei pazienti stessi, ma soprattutto di alcuni parenti che non vedono l&#8217;ora che il vecchio schiatti di modo da ereditare qualcosa. E in questo senso, la casa di cura non fa che <em>agevolare</em> la morte di questi pazienti &#8220;raccomandati&#8221;.  Splendida  la descrizione della <em>morte assistita</em> di Eggert, che non ne voleva  sapere per nulla di morire, ma che alla fine deve soccombere alle <em>cure</em>. Anche qui: lo spunto sull&#8217;ambiguità dell&#8217;eutanasia c&#8217;è, ma non fai a tempo a mettertici a pensare che il protagonista già sta facendo mille altre cose vane come pubblicare un libro di poesia (altro elemento autobiografico). Allorché dici: e quindi? Quindi nulla: ti voleva solo dire che ha pubblicato un libro di poesie. Utile, eh? Panta rei.</p>
<p style="text-align: left;">Il protagonista è perso fra mille inutilità. La scrittura pure.</p>
<p style="text-align: left;">Alla fine de <em>La casa</em>, il protagonista sul <em>Tetto</em> incontra la famosa Rosa: la ricchissima paziente cieca che tutto percepisce. E lì le cose si fanno diverse. Innanzitutto capisci il senso del titolo del libro e poi intuisci che quando ti metterai a leggere la seconda parte, succederà qualcosa che non ti aspetti. E in effetti succede qualcosa di inaspettato: arriva della letteratura.</p>
<p style="text-align: left;">La cosa bella è che pure l&#8217;incontro fra il protagonista e Rosa è giusto un accenno, ma qui la sospensione è intensa, funziona davvero, perché poi devi capovolgere il libro e leggere <em>Krýsuvík&#8230;<br />
</em></p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-2644"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p style="text-align: left;">E quando capovolgi il libro avviene una sorta di magia: si capovolge anche il tempo. Ma questo lo capisci solo dopo un po&#8217;. Subito però si avverte che la scrittura è più concentrata, più misurata, più emozionante. C&#8217;è grande spiritualità. Klimko riesce finalmente a portarti in Islanda, in un&#8217;Islanda di inizio &#8216;900, nella vita quotidiana degli autoctoni.</p>
<p style="text-align: left;">Il narratore è un illetterato pescatore del paesino Krýsuvík che attraverso mille difficoltà, con una volontà di ferro e un&#8217;intelligenza non comune riesce a costruirsi un futuro e a soverchiare il suo destino di pescatore a vita (casa, moglie, lavoro redditizio come fioraio). Bellissimo il suo rapporto con Dio e col prete, come anche la sua umiltà e la sua tenacia, descritte giorno per giorno. Dolcissime le parti del corteggiamento sbilenco con la futura moglie, e poi, da fidanzati/sposati, l&#8217;intimità mai volgare, sempre a cavallo fra il comico e il tenero. Sicuramente un personaggio splendido che mi resterà nel cuore a vita per il suo atteggiamento positivo, ingenuo, mai presuntuoso; stupito dalla bellezza della vita.</p>
<p style="text-align: left;">La storia ha un finale dirompente che si riallaccia in maniera emozionante a <em>La casa</em> ma non vi sto a dire come sennò vi rovino tutto. Vi basti sapere che quasi non prendevo sonno quando ho finito il libro per quanto ero scosso.</p>
<p style="text-align: left;">In definitiva l&#8217;opera intera non la posso consigliare senza riserve, ma la seconda parte riscatta completamente tutte le inutili digressioni della prima e mi fa pensare che Klimko sia uno da tenere sott&#8217;occhio. Deve ancora crescere, ma se lo farà bene e saprà mettere a frutto la mole spaventosa di conoscenze che possiede, allora ci sarà dell&#8217;ottima letteratura a giro.</p>
<p style="text-align: left;"><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" title="Questa recensione ha licenza  Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>Europeana [recensione]</title>
		<link>http://www.leparoledeglialtri.com/2010/05/24/europeana-recensione/</link>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 05:17:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europeana - Ourednik]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro]
Ci ho messo tanto a decidere come scrivere questa recensione. Si potrebbe addirittura dire che ho avuto un blocco. Sì, dai, ammettiamolo: ho avuto un blocco. Ma perché ho avuto un blocco se invece il libro l&#8217;ho letto senza blocchi, ma anzi, me lo sono proprio gustato?
Innanzi tutto perché, sebbene Europeana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/02/27/europeana-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>Ci ho messo tanto a decidere come scrivere questa recensione. Si potrebbe addirittura dire che ho avuto un blocco. Sì, dai, ammettiamolo: ho avuto un blocco. Ma perché ho avuto un blocco se invece il libro l&#8217;ho letto senza blocchi, ma anzi, me lo sono proprio gustato?</p>
<p>Innanzi tutto perché, sebbene <em>Europeana (breve storia del XX secolo)</em> sia evidentemente un libro unico &#8211; lo si percepisce già dal titolo &#8211; è però molto difficile spiegarne i motivi. E la cosa più frustrante è che invece  è estremamente semplice descrivere, in teoria, ciò che è <em>Europeana</em>.</p>
<p><em>Europeana</em> è un esperimento:<strong> è l&#8217;anarchia applicata alla storia.</strong></p>
<p>Ecco fatto. Tutto chiaro, no?</p>
<p>Chiaramente no. La domanda immediatamente successiva è: in che maniera questo libro è anarchico? E quali sono i risvolti significativi di un libro di storia anarchico?  E qui si è piantato il sottoscritto; per un paio di mesi.</p>
<p>Qualcuno potrebbe osservare che la storia non può essere altrimenti che anarchica, e questa sarebbe un&#8217;osservazione più che legittima, se non addirittura <em>intelligente</em>, ma io chiaramente non mi sto riferendo alla storia intesa come La Storia &#8211; quella che si compie istantaneamente &#8211; , bensì alla saggistica storica, comunemente detta &#8220;storia&#8221;. Quella in cui a scuola prendevo sempre voti bassi.</p>
<p>Un&#8217;altra domanda (forse meno intelligente) potrebbe essere: perché prendevo voti bassi in storia e  poi mi sono andato a leggere un libro di storia?</p>
<p>Be&#8217;, prendevo voti bassi in storia perché era noiosissima; una palla terminale. Perché era un affastellamento di date e di nomi di luoghi e persone assolutamente privo di vitalità. Perché tutto questo ordine, tutta questa <em>coerenza</em>, aveva un sapore così smaccatamente marziale. D&#8217;altronde si parlava quasi solo di guerre e se mai c&#8217;è stato un argomento che mi ha sempre fatto letteralmente schifo, questo è senza dubbio la guerra.</p>
<p>Ma è stato attraverso <em>Europeana </em>che ho davvero capito cos&#8217;è che a pelle (a palle?) non mi andava giù nella storia. La storia, così come ce la fanno studiare, così come ci viene narrata, la storia per così dire <em>accademica</em>, è un falso storico. È completamente innaturale. La storia accademica, la <em>storiografia</em> (e l&#8217;etimologia di questa  parola già contiene in nuce tutto il mio discorso) è un dominare, un  incasellare, un <em>ordinare</em> ciò che invece è avvenuto  spontaneamente.</p>
<p>Tutta roba che va ampiamente contro il secondo principio della termodinamica.</p>
<p>E so che <a href="../2010/05/08/amras-pg-29/" target="_blank">Bernhard  sarebbe  fiero</a> di questa mia presa di posizione.</p>
<p>Io, che già sono di indole  insofferente verso qualunque forma di istituzione, gerarchia, eccetera, figuriamoci se mi entusiasmavo a studiare &#8217;ste cose!</p>
<p>L&#8217;altro motivo del mio blocco è che c&#8217;è tantissimo da dire. Questo libro mi ha stimolato un&#8217;infinità di pensieri. E uno non sa mai da dove diavolo partire. Cioè, uno non sa mai che <em>ordine</em> dare al tutto&#8230;</p>
<p>Proprio rimuginando su questa idea di ordine, di inizio, di svolgimento e di fine (cosa per altro inculcataci sempre dall&#8217;accademia) ho avuto un&#8217;epifania: l&#8217;unico modo per far davvero percepire la poeticità dell&#8217;esperimento di <em>Europeana</em> è riprodurre, per quanto possibile, lo stile di Ourednik, abbandonando  così ogni velleità di controllo sulla sequenza logica delle proprie  riflessioni. Ovvero: scrivere la recensione in maniera anarchica.</p>
<p>E allora: &#8216;fanculo incipit, svolgimento, fine. &#8216;Fanculo la storia. Pronti?</p>
<p>(Ah! Se a scuola mi avessero dato un libro come <em>Europeana</em> allora sì che mi ci sarei  divertito come un matto con la storia! Certo poi le interrogazioni sarebbero  state alquanto confuse&#8230;)</p>
<p>(Fra parentesi: per chi si rivede nelle mie riflessioni sulla storiografia, per chi si annoia con l&#8217;0rdine accademico, va comunque sottolineato che l&#8217;argomento di questo libello, questo famigerato XX secolo, è senza dubbio il    secolo più importante per la nostra storia personale &#8211; non foss&#8217;altro    perché ci siamo nati, a meno che questo blog non sia visitato da    ragazzini davvero precoci –, dunque buona cosa è farsene    un&#8217;infarinatura ed <em>Europeana</em> è un modo davvero sublime per farlo.)</p>
<p><span id="more-2131"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>E la prima cosa che colpisce nel leggere questo libro è che Ouredink decide di sua spontanea iniziativa di abolire le virgole. Sembra quasi una meta-dichiarazione che nella Storia non esistono subordinate e probabilmente da qualche parte qualcuno l&#8217;avrà anche detta una cosa simile e magari è passata inosservata. E comunque pure se nessuno l&#8217;ha detta adesso l&#8217;ho detta io. E per ovviare a questo problema dell&#8217;assenza di virgole la maggior parte delle frasi inizia con la congiunzione E. E anche questo dà parecchio da pensare perché fa un effetto che all&#8217;inizio un po&#8217; disorienta perché il libro appare come una sommatoria non convergente di eventi e di aneddoti.</p>
<p>Ma c&#8217;è di più. Ourednik non si limita ad abolire le virgole bensì decide di fare a meno di qualsiasi forma di <em>consecutio temporum</em>. Fra una frase all&#8217;altra possono passare 50 anni di tempo senza che a Ourednik gliene freghi qualcosa. In una sola pagina di questo libro potete ritrovarvi a seguire le vicende di un poveraccio in trincea nel 1916  e poi subito dopo a leggere del famoso <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Millennium_bug" target="_blank">baò der millennio</a> come lo chiamavano sul Vernacoliere all&#8217;epoca.</p>
<p>Si potrebbe dunque dire che <em>Europeana</em> è una sorta di libro anarco-agglutinante. Ed è proprio questa sua caratteristica agglutinante &#8220;a salti&#8221; che ti pone di fronte al vero valore dell&#8217;individualità dell&#8217;evento.</p>
<p>Mi viene quasi da dire che nella Storia esistono innumerevoli eventi simultanei e che di fatto non esiste <em>precedenza</em> nella Storia. È solo a posteriori che alcuni decidono chi e cosa sono meritevoli di essere inseriti nei saggi e nei testi che andranno a costituire la nostra memoria collettiva. La nostra memoria collettiva è quindi drammaticamente <em>selezionata da altri</em>. Cioè la storia canonica ci è sempre stata propinata tramite un presuntuosissimo taglio &#8220;top-down&#8221; come se fosse ovvia la rete di nessi fra la miriade di eventi e non un prodotto intellettuale a posteriori. <em>Europeana</em> invece ha un approccio completamente opposto ovvero &#8220;bottom-up&#8221;.</p>
<p>A pensarci bene non avrebbe molto senso scrivere l&#8217;ennesimo libro di     storia scritto come tutti gli altri se uno non trovasse un motivo davvero importante per farlo. E  probabilmente Ourednik non ha fatto altro che realizzare questa cosa  prima di mettersi a scrivere il suo libro di storia. Per questo <em>Europeana</em> è una storia che non ha una storia. D&#8217;altronde La Storia nella realtà è  così. Perché la realtà complessiva si condensa    solo in  forme  individuali prive di nessi e di logica aprioristica. E quindi la storia  di Ourednik è una    storia  che si frammenta nei suoi infiniti aneddoti  diventando la storia di se stessa in un    vortice  autoreferenziale.</p>
<p>Storie di sconosciuti individui che nessuno ha mai pensato degne di essere narrate ma che     invece mettono in luce perfettamente le contraddizioni e i chiaroscuri della realtà molto meglio di quanto non faccia l&#8217;accademia. L&#8217;ufficiale tedesco della prima guerra mondiale che     invia ai superiori le foto del genocidio armeno &#8211; pg. 48 -  dicendo    che la vergogna si abbatteva sul popolo tedesco e  che i tedeschi    avrebbero fatto bene a scegliere meglio i loro alleati (!) oppure il soldato  bretone che va in infermeria perché una pallottola gli aveva fatto  saltare un dito e il medico lo denuncia e lo fa fucilare perché ritiene  antipatriottico marcare visita per una ferita tanto insignificante &#8211; pg.  111 &#8211; o ancora quel tedesco   che impazzisce perché gli dicono che il  sapone con cui si  lavava era   fatto col grasso della sua ex-amante  ebrea &#8211; pg. 36. Storie minori la cui somma è il XX secolo. Storie minori che  non sono subordinate a nessuno.</p>
<p>Storie che fanno La Storia ma non la storiografia.</p>
<p>Infatti i grandi personaggi del XX secolo non vengono mai  menzionati  ma sono sempre sullo sfondo. Perché la storia dei grandi nomi e dei  grandi eventi la puoi andare a trovare ovunque non  serve  certo <em>Europeana </em>per farlo. La  storia in <em>Europeana </em>la ricavi dalla somma. La   domanda allora viene  spontanea: qual è il rapporto fra il tutto e la   somma delle sue parti? Il tutto può esser visto come la storia  accademica mentre la somma delle parti può esser vista come tutte le innumerevoli e vaste vite di tutti contemporaneamente.</p>
<p><em>Europeana</em> dunque ti pone costantemente la domanda CHE COSA È LA STORIA?  una  somma di piccoli punti o un&#8217;attesa che si condensino grandi eventi?   Facendo di nuovo un parallelo con la termodinamica conta più la   pressione che è una quantità macroscopica derivante dalla media di tutte   le velocità microscopiche o conta di più la velocità di ogni singola   molecola? Questa è una dicotomia irrisolta. Per alcuni conta il   microscopico da cui si può risalire sempre al macroscopico mentre per  altri conta solo  ciò che sopravvive quando si fa una media e che è  dunque più grande e importante della somma dei singoli  che l&#8217;hanno  generata.</p>
<p>E chi ha studiato bene la fisica sa che i due mondi non  si collegano affatto senza soluzioni di continuità. Chiunque ci provi  troverà delle cosiddette singolarità che continuamente vanificheranno i  suoi sforzi. I due mondi sono davvero separati ed <em>Europeana</em> dimostra la stessa cosa nella storiografia. Per questo oso dire che è un capolavoro. Ma anche perché è divertentissimo.</p>
<p>Infatti gli assurdi accostamenti di Ourednik a volte diventano quanto di più incongruente ci sia ma siccome tutto è sempre narrato con il massimo distacco alla fine ti viene da ridere o hai la netta sensazione che Ourednik ti sta prendendo per i fondelli. E anche questa è un&#8217;altra ricerca stilistica perché sono proprio l&#8217;incongruenza e il distacco ad introdurre un forte elemento di ironia e di sdrammatizzazione del tutto. Ed ecco che si compie la magia dell&#8217;aver tolto cose come le virgole e la logica temporale e qualunque forma di opinione personale ma aver prodotto qualcosa in più. Qualcosa di diverso e di nuovo. Sottrazioni che ironicamente danno risultati maggiori.</p>
<p>E Ourednik decide anche di mettere delle didascalie di poche parole a margine delle pagine. Le didascalie non sono mai più di 3-4 per pagina e condensano un passaggio più ampio in uno slogan come per esempio SPERMA DI QUALITÀ SUPERIORE quando parla del fatto che le donne potevano ordinare lo sperma sull&#8217;Internet scegliendo e pagando in base a tutta una serie di parametri relativi ai donatori. E queste didascalie non fanno che aumentare il senso di ironia e sarcasmo sottolineando anche il grottesco di tutto ciò. Il senso generale del libro è chiaramente un senso tragicomico.</p>
<p>Alcuni potrebbero dire che è un libro che si basa solo su dei luoghi  comuni e su degli stereotipi. E probabilmente è un&#8217;affermazione vera  come del resto è vero che i luoghi comuni e gli stereotipi fanno parte  della nostra vita. E forse Ourednik non sta facendo altro che tentare  una loro riabilitazione. Proprio perché è dal basso che Ourednik compone  il suo XX secolo.</p>
<p>Un mosaico in cui tutti si possono ritrovare in almeno qualche tessera. Un mosaico in cui ogni tessera è una storia e la somma delle tessere è la storia.</p>
<p>Dopo un po&#8217; che si legge <em>Europeana</em> si viene proprio rapiti dalla grande ironia e dal suo allegro e  anarchico e anti-accademico saltellare di palo in frasca. Perché  l&#8217;ordine e la successione non sono importanti. Ciò che è importante è venir sopraffatti dalla  moltitudine. Realizzare che esiste la moltitudine.</p>
<p>L&#8217;atemporalità che deriva da tutti gli accostamenti  incongrui e dai  salti temporali è anche forse un altro messaggio di  Ourednik. Io lo  leggo come LA MORTE DELLA STORIA. D&#8217;altronde da qualche  parte qualcuno  ha sicuramente detto che la storia è morta con la fine  del XX secolo  perché da adesso in poi con i mezzi tecnologici la storia è  scrivibile  in tempo reale e quindi muore il classico concetto di storia  quello in  cui prendevo i voti bassi.</p>
<p>È l&#8217;attuale passaggio dalla  parola  all&#8217;immagine. Ourednik lo sa bene e precisamente per questo motivo  non  segue nessun filo logico se non la sua amata anarchia. Un cut-up di immagini.  Che  poi va detto che questa è un&#8217;anarchia multidisciplinare perché <em>Europeana</em> tratta di tutto dalla nascita della psicoanalisi all&#8217;invenzione del   reggiseno al salutismo a scientology all&#8217;Internet.</p>
<p>Le parole che più  si ripetono nel libro oltre alla congiunzione  E sono NAZISMO e COMUNISMO a  riprova del fatto  che i due regimi  totalitari più forti e schiaccianti  del XX secolo sono e  resteranno per  sempre i due fatti più aberranti  che gli Europei siano  mai riusciti a  creare.</p>
<p>Questo è un libro che andrebbe citato tutto per intero per dare un&#8217;idea precisa di come funziona. Che è un po&#8217; come consigliare di leggerlo. In effetti questa mia recensione non dà per nulla l&#8217;idea di come funziona <em>Europeana</em> e rileggendo le citazioni da me scelte per il blog mi sembra di non avergli fatto per niente un favore a Ourednik. Anzi forse l&#8217;ho anche un po&#8217; svilito perché le citazioni che più mi colpivano ovviamente erano quelle sulle  aberrazioni del nazismo e del comunismo che però ti colpiscono ancora di più perché arrivavano come un fulmine a ciel sereno in mezzo a mille altre storie che non  c&#8217;entrano nulla. Citarle su questo blog ha diluito l&#8217;effetto di &#8220;mine vaganti&#8221; che nel testo era veramente micidiale oltre al fatto che si possono leggere una di fila all&#8217;altra annullando completamente il principio anarchico di Ourednik. È stato attraverso <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/03/31/europeana-pg-134/#comment-784" target="_blank">i commenti del caccialupi</a> che è il nostro lettore più assiduo che mi  sono reso conto che l&#8217;idea di citare da <em>Europeana</em> non solo non  rende giustizia al libro ma forse lo danneggia proprio.</p>
<p>Ma anche questo mi è servito. Infatti è proprio da questa vicenda che ho deciso di cambiare la gestione delle citazioni del blog. Prima mettevo citazioni sempre dallo stesso libro che stavo leggendo e quindi potevano passare 20 giorni in cui in homepage si leggevano citazioni dello stesso libro proprio com&#8217;è accaduto con <em>Europeana</em> mentre da adesso in poi le citazioni saranno sempre da due o tre libri contemporaneamente. Così almeno c&#8217;è un po&#8217; di varietà.</p>
<p>(E ci tengo anche a dire che <em>Europeana </em>esce per una delle case editrici indipendenti più interessanti d&#8217;Italia che si chiama <a href="http://www.duepuntiedizioni.it/" target="_blank">:duepunti editore</a>. Di questi ragazzi ho già letto anche <em>Il verbale</em> di J. M. G. Le Clézio e ho in programma di leggermi anche altri libri perché le loro scelte sono sempre di primissimo ordine.)</p>
<p>E notate pure la grande ironia del sottotitolo <em>(breve storia del XX secolo)</em> che fa il verso al famosissimo libro di Hobsbawm <em>Il secolo breve (1914-1991)</em> a riprova del fatto che Ourednik ti fa lo sgambetto da tutte le parti. Su un <a href="http://www.licenziamentodelpoeta.splinder.com/post/9675384" target="_blank">blog simpatico</a> infatti leggo &#8220;&#8230;se pure è vero che Ourednik  è uno a cui piace prendere per il culo la gente, lettori inclusi, devo  dire che farmi prendere per il culo da Ourednik m&#8217;è piaciuto  abbastanza.&#8221; Non posso che concordare appieno.</p>
<p>Mi sono a lungo chiesto come Ourednik sarebbe uscito dal tunnel di  questa assurda sommatoria e la cosa geniale è che ne esce fuori indenne. Ne esce  fuori senza strappi. Con l&#8217;indifferenza che caratterizza tutta l&#8217;opera e  una tranquillità che dimostrano una classe superiore. Il finale è  addirittura beffardo.</p>
<p><em>Europeana</em> è un nuovo modo  di fare letteratura storica che nasce e  contemporaneamente muore perché  nessuno recepirà questo messaggio.</p>
<p><em>Europeana</em> è l&#8217;epitaffio della storia.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>La prima persona [recensione]</title>
		<link>http://www.leparoledeglialtri.com/2010/04/12/la-prima-persona-recensione/</link>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 05:11:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[La prima persona - Smith]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro]
Tutto è cominciato da un&#8217;entusiastica recensione letta sull&#8217;Internazionale n. 839, anno 17 (per capirsi quello della settimana che va dal 26 marzo al 1 aprile 2010). Stuart Kelly, scrivendo per The Scotsman, recensisce questo libro di racconti e dice:
Parte della gioia di leggere i racconti di Ali Smith è vedere come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/03/08/la-prima-persona-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>Tutto è cominciato da un&#8217;entusiastica recensione letta sull&#8217;Internazionale n. 839, anno 17 (per capirsi quello della settimana che va dal 26 marzo al 1 aprile 2010). Stuart Kelly, scrivendo per <em>The Scotsman</em>, recensisce questo libro di racconti e dice:</p>
<p><em>Parte della gioia di leggere i racconti di Ali Smith è vedere come il suo genere particolare di letteratura sfidi, sovverta e rinvigorisca di continuo la forma della scrittura breve, ma sempre con un nucleo di carica emotiva e un fascino indiscutibile.</em></p>
<p>Quattro pallini rossi su cinque.</p>
<p>Sfidare, sovvertire e rinvigorire <em>la scrittura breve?</em></p>
<p>Davvero <em>davvero?</em></p>
<p>Mi annoto mentalmente il titolo e l&#8217;autrice. Poi esco.  È davvero una dannazione avere una buona memoria: alla prima occasione cerco il libro &#8211; ricordo titolo e autrice &#8211; e lo compro. Lo compro pur essendo pubblicato dalla Giangiacomo Feltrinelli Editore che, si sa, non pubblica più nulla di decente da lustri. Lo compro perché non voglio fare troppo lo snob. Lo compro perché sempre di meno si trovano in giro scrittori che affrontano i racconti in maniera innovativa (e Stuart Kelly mi ha detto che questa Smith lo fa). E io sono un cultore del racconto come forma di narrazione superiore.</p>
<p>Lo compro lottando contro quella copertina che mi diceva a chiare lettere: <em>dio bòno! non ti azzardare a togliermi da questo scaffale!</em> Una copertina che aveva quel classico <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/copertina_laprimapersona.jpg" target="_blank">pessimo gusto</a> delle copertine della merdinelli, quelle (per capirsi) <em>à la</em> Stefano Benni, Banana Yoshimoto, eccetera eccetera. Orrende.</p>
<p>Insomma, gli indizi c&#8217;erano tutti. Potevo risparmiarmi questi 13 euri. E invece no, ho voluto dare fiducia alla scrittrice di racconti, ai quattro pallini rossi, a Stuart.</p>
<p><span id="more-2162"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Ovviamente sapevo che la carta merdinelli è di merda, me lo ricordavo bene, quindi ho evitato lo choc iniziale, ma quando apri il libro, un presagio ti assale comunque. Capisci subito che Ali Smith ha qualche problema di autostima: il libro ha una dedica tripla (e fin qui nulla di male, se non fosse che sotto ad ogni nome poi c&#8217;è un verso di una canzone). Girata la pagina della tripla-dedica, la Smith ci inonda con 4, dico ben 4, citazioni. Di cui l&#8217;ultima ad opera di Murakami (giusto per arruffianarsi una bella fetta di lettori). Iniziamo malissimo.</p>
<p>Qui a <em>le parole degli altri</em> siamo grandi sostenitori delle citazioni, figuriamoci, ma siamo giustamente selettivi. Esistono due regole d&#8217;oro per le citazioni:</p>
<ol>
<li>vanno scelte con cura,</li>
<li>vanno usate con parsimonia.</li>
</ol>
<p>La Smith riesce ad infrangere entrambe le regole in una singola pagina. Grande.</p>
<p>Ci tengo a dire però che le citazioni scelte sono veramente in linea con li libro: nessuna è pessima, anzi sono tutte <em>godibili</em>, ma in finale, non ce n&#8217;è nemmeno una memorabile. In un mondo perfetto le citazioni dovrebbero essere scelte  in base alla loro forza espressiva. Se un autore sceglie, per aprire il suo libro, delle citazioni sgonfie, figuriamoci come può essere il contenuto della sua opera&#8230;</p>
<p>Forse la migliore citazione è proprio quella di Murakami, e con questo ho detto tutto.</p>
<p>Per non smentire i brutti presagi, i racconti sono esattamente come la paginata di citazioni amorfe. Qualcuno migliore, qualcuno peggiore, ma in definitiva tutti facenti parte di un genere particolarissimo detto: letteratura mediocre.</p>
<p>Francamente non riesco a vederci tutta quella poesia del quotidiano di cui si parla tanto in giro (la rete pullula di articoli entusiastici della Smith). Inoltre mi pare che la Smith ci tenga troppo a dirti che è bisessuale (ma attenzione! con maggiore inclinazione agli amori saffici!) e che questo permei eccessivamente le storie. Potrebbe anche non fregarmene nulla delle sue inclinazioni sessuali. Potrebbe anche essere troppo facile far girare tutto su questo elemento. Potrebbe addirittura essere noioso seguire le nevrosi di donne che si lasciano e poi si rimettono assieme e che non la smettono mai di essere così dannatamente isteriche e volubili.</p>
<p>Ora, per essere profondamente sinceri, non tutti i racconti sono poi così male, ma il problema reale è che questa è davvero letteratura mediocre. Dal mio punto di vista: inutile. Anzi dannosa perché distoglie l&#8217;attenzione da quella eccellente. E invece è probabilmente quella che vende di più. Perché è facile. È maledettamente facile da leggere, ma anche <em>da fare</em>, con queste storie che non finiscono e ti lasciano a metà, con questi accenni non portati a termine che creano micro-tensioni irrisolte.</p>
<p>Molto poetiche, per chi la poesia non l&#8217;ha mai letta.</p>
<p>Uno potrebbe dire: questa non-letteratura può addirittura esser buona, se piazzata fra un libro e un altro, così giusto per svagarsi un po&#8217;. E quell&#8217;uno che si fosse imbarcato in una simile affermazione non avrebbe nemmeno troppo torto, se non fosse che siamo <em>letteralmente</em> invasi, sopraffatti da scrittori di questo tipo; questi non-scrittori, questa non-letteratura, questo non avere nessun valore ma molto mercato.</p>
<p>Unica nota positiva del libro (oltre al fatto di avere un immediato potere evasivo che torna utile in metropolitana quando tutti puzzano e tu non fai eccezione) è che mi ha fatto riflettere su una differenza. Ci sono scrittori che quando scrivono hanno <em>un&#8217;idea</em>, mentre altri scrittori non hanno nessuna idea ma vogliono <em>raccontare qualcosa. </em>Non so se mi spiego: chi ha un&#8217;idea, usa la storia per veicolare il suo messaggio, usa la storia come strumento; mentre chi non ha nessuna idea scrive una storia per il solo gusto di farlo.</p>
<p>Ci possono essere molti validi motivi per non avere nessuna idea, primo fra tutti la mancanza di idee, ma anche la voglia di non appesantire il testo o la voglia di fare pura ricerca stilistica o anche banalmente la noia (che faccio oggi? mah, mi sa che scrivo due righe&#8230;). Ma quando si scrive una storia senza un&#8217;idea portante, è bene che almeno la storia sia una storia interessante, perché se mancano le idee e mancano pure le storie, allora andiamo tutti a casa. Ecco, la Smith mi fa un po&#8217; quell&#8217;effetto lì: stattene a casa per favore.</p>
<p>Mi sono sempre definito un lettore dal forte fiuto e il mio fiuto mi aveva ampiamente sconsigliato questo libro. Non penso di aver fatto male ad ignorarlo, ogni tanto è bene mettersi in discussione (e comunque ci ho messo solo 2 giorni a leggere i racconti, quindi nemmeno troppo tempo perso), ma la prossima volta torno a fidarmi di lui e non di quattro squallidi pallini rossi dell&#8217;Internazionale. Questo libro oggi poteva ancora starsene comodo comodo su uno scaffale in attesa di qualche non-lettore che lo apprezzasse (e pare che ce ne siano a bizzeffe là fuori), adesso invece giace sulla mia personale pila di libri da rivendere/riciclare/dismettere.</p>
<p>All&#8217;oblio ci penseranno i giorni.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>Un cinese a Buenos Aires [recensione]</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 07:37:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Un cinese a Buenos Aires - Magnus]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro]
Capita a tutti di sbagliare. Quindi, se non avete ancora letto questo libro, vi perdono. Ora uscite e andate a comprarlo. Oppure no, meglio, collegatevi al sito di questa piccola e importante casa editrice specializzata in lingue ispaniche (tutte, dal castigliano al galego). Lì potrete comprare con sconti sontuosi, usufruendo del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2009/12/29/un-cinese-a-buenos-aires-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>Capita a tutti di sbagliare. Quindi, se non avete ancora letto questo libro, vi perdono. Ora uscite e andate a comprarlo. Oppure no, meglio, <a href="http://www.gran-via.it/" target="_blank">collegatevi al sito</a> di questa piccola e importante casa editrice specializzata in lingue ispaniche (tutte, dal castigliano al galego). Lì potrete comprare con sconti sontuosi, usufruendo del <a href="http://www.gran-via.it/commercio.php" target="_blank">paradigma della zia Luisa</a>. E darete pure più soldi all&#8217;editore (e meno ai distributori), fico, no? Oppure, in ultima analisi, forse la cosa migliore è andare dal vostro libraio di fiducia (non parlo delle multinazionali della merda) e farglielo ordinare. Vano tentativo di tenere in vita quei posti splendidi e polverosi chiamati librerie. Insomma, vedete voi, però procuratevelo.</p>
<p>Ma procediamo con ordine.</p>
<p>Anche questo è uno dei tanti libercoli comprati alla fiera dei libri liberi. Quando son passato allo stand della <em>gran vía</em> sono stato attratto dalla solita fascetta attira attenzione (a questo punto mi sa che funzionano davvero). Vi campeggiava un&#8217;affermazione di tale <a href="http://www.nuriaamat.com/" target="_blank">Nuria Amat</a>. Diceva: &#8220;È nato un nuovo Cortázar? Non perdetevi queste avventure e disavventure di un cinese in Argentina&#8221;.</p>
<p>Mi chiedo se la Amat abbia mai letto questo libro. No, dico davvero.</p>
<ol>
<li>Cortázar non c&#8217;entra una mazza.</li>
<li>Non ci sono molte disavventure di un cinese in Argentina (a dispetto del titolo, ma avrò modo di parlarne più in avanti).</li>
</ol>
<p>Ora, chi pronuncia la parola Cortázar davanti al sottoscritto deve stare molto attento, perché va a toccare un pezzo di mitologia personale. Molti pensano che scrivere un racconto sia come scrivere un romanzo, solo più breve. Cortázar, seguendo le orme di Borges, ha creato una nuova dimensione per il racconto. Dopo di loro, il concetto istesso di racconto è mutato irrimediabilmente. Nessuno si può più cimentare su quella strada ignorando la loro rivoluzione.</p>
<p>E insomma, allo stand della <em>gran vía</em> c&#8217;era un Simpatico Ispido Barbuto, uno di quelli con la parlantina facile (ma che lo vedi che è un po&#8217; timido, la parlantina è tutta un&#8217;architettura protettiva), uno di quelli che ti aspetti di trovare in trattoria per condividere un cicchetto, quando stacchi dal lavoro (con l&#8217;unica differenza che lui ci passa la giornata intera, in trattoria – è evidente).</p>
<p>Gli chiesi – con tono abbastanza polemico, lo ammetto –, ma è davvero come Cortázar &#8217;sto qua?</p>
<p>Quel S. I. B. mi stupì (e non è una roba facile, stupirmi) disse semplicemente: non sono mica io che lo dico, quelle sono le parole di <a title="e qui ce ne sono altre, se vi interessano" href="http://www.barcelonareview.com/12/e_na_int.htm" target="_blank">Nuria Amat</a>.</p>
<p>(Pausa.)</p>
<p>(Pausa più prolungata dal chiaro significato, sì occhèi, ma tu allora che ne pensi?)</p>
<p>S. I. B. – Secondo me non c&#8217;entra nulla con Cortázar. Questo è un libro comico.</p>
<p>Ecco, se c&#8217;è una cosa che in questo mondo va onorata, è l&#8217;onestà. Specie l&#8217;onestà di quelli che sai che hanno come un certo interesse per i tuoi <a title="ma pensa, io dicevo sghei, che sfigato che son, xciò!" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Schei" target="_blank">schei</a>. Io l&#8217;ho rispettato per questo. E gli  ho comprato il libro. E ho fatto bene. E aveva ragione, non c&#8217;entra una mazza con Cortázar. E ti spacca dalle risate.</p>
<p>All&#8217;epoca non sapevo di star parlando nientepopodimeno che con l&#8217;esimio Fabio Cremonesi in persona, ovvero il creatore di questa piccola realtà italiana, oserei dire padana (ma non lo dirò perché suona troppo leghista); comunque sia, il buon Cremonesi è il patròn della <em>gran vía</em>. Adesso invece lo so, e non mi cambia nulla saperlo, se non forse che mi fa provare ancora più di stima nei suoi confronti (aho, se la baracca va per aria è lui a essere nella merda, non te).</p>
<p>Ma veniamo al libro. Partirò dal titolo. Come dicevo, a totale dispetto di questo, il personaggio principale non è un cinese a Buenos Aires, sebbene i cinesi nel libro, e a quanto pare a Buenos Aires, non mancano (io pensavo fossero tutti a <a href="http://maps.google.it/maps/place?oe=utf-8&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;client=firefox-a&amp;um=1&amp;ie=UTF-8&amp;q=roma+piazza+vittorio&amp;fb=1&amp;gl=it&amp;hq=Piazza+Vittorio&amp;hnear=Piazza+Vittorio&amp;cid=17456633141151954993" target="_blank">piazza Vittorio</a> o in Cina) e il cinese in questione, quello a cui fa riferimento il titolo, è presente per un buon 5% della storia.</p>
<p>5%?</p>
<p>Sì, infatti il nostro eroe è un&#8230; argentino, il quale si trova&#8230; a Buenos Aires. Strano eh?</p>
<p>Ho polemizzato con il traduttore (che è sempre Fabio Cremonesi; praticamente un <em>fac totum</em> – non so come sia in veste di patròn, ma come traduttore è sublime) sulla storpiatura del titolo. Il titolo originale è <em>Un cinese in bicicletta</em>. Lui dice che in italiano suona meglio la sua versione (e non gli posso dare torto) e che tutto sommato non si perde granché in termini semantici fra le due.</p>
<p>In effetti è così.</p>
<p>Dal mio punto di vista però entrambi i titoli sono sbagliati.</p>
<p>Questo libro si doveva chiamare <em>Un argentino a Buenos Aires</em>. Primo perché è un titolo che spiazza per la sua intrinseca proprietà lapalissiana. Poi perché il personaggio principale è in effetti argentino e perché l&#8217;azione si svolge, a tutti gli effetti, a Buenos Aires. Al limite, ma proprio al limite, si poteva mettere in calce una di quelle frasi ammiccanti tipo <em>non la Buenos Aires che pensi tu</em>. Ma adesso basta cazzate, veniamo al dunque.</p>
<p><span id="more-2004"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Magnus è un amante dei periodi lunghi ma anche della scorrevolezza del testo (sicuramente merito pure di Cremonesi con la sua ottima traduzione), Magnus è un eclettico, uno che con la sua lingua ci sa fare. Insomma, non un pivello alle prime armi con openoffice. Magnus è uno scrittore vero, uno scrittore del nostro tempo. Ha la classica cultura postmoderna: un substrato molto dotto (ha studiato filosofia, giornalismo, è poliglotta, e via dicendo) integrato con la cosiddetta cultura pop (qualunque cosa voglia dire questa locuzione oggidì). Mescola le due cose con naturalezza, cosa che in piccolo facciamo tutti ogni volta che apriamo l&#8217;internet, ma poi non so perché, quando compriamo un libro e ci troviamo dentro gente che parla dell&#8217;internet o gli sms o un iPod pensiamo subito che il libro sia di Fabio Volo e quindi di merda. Almeno, per me è così.</p>
<p><em>Un cinese a Buenos Aires</em> smentisce questo stereotipo e lo fa raccontando una storia complessa, dove la vera poeticità sta nella realtà delle cose. Magnus è un istrione, creatore di personaggi memorabili e di una storia divertentissima e piena di colpi di scena. Ma non di colpi di scena tipici della <em>fiction</em>, della narrativa. No, lui racconta cose ragionevoli, realistiche. Lavora contro quell&#8217;idea per cui una storia deve rapire il lettore immergendolo in un mondo fantastico fatto di situazioni al limite delle possibilità. Cioè, lui ti immerge in un mondo fantastico eccetera eccetera, ma lo fa realisticamente. E non è da tutti. Quante volte, indagando a fondo su situazioni molto articolate &#8211; al limite della comprensione &#8211; poi si scopre che  hanno delle cause relativamente ovvie o realistiche? Ecco, questo è un libro che ti stupisce perché è profondamente ragionevole. Ed esserlo, parlando di cinesi, direi che è un miracolo.</p>
<p>Ma soprattutto, ci tengo a dirlo, questo è un libro esilarante. Le situazioni comiche si susseguono a ripetizione mantenendo sempre alto il livello di ghigno. Le prime 100 pagine mi hanno fatto letteralmente piangere dalle risate.</p>
<p>E la Cina quindi dov&#8217;è? La Cina è incastonata dentro al libro, è lo sfondo, è ovunque. Perché questo è il vero viaggio che farete leggendo il libro. Esattamente l&#8217;opposto di ciò che lascia intendere il titolo del libro (ossia tutta una serie di stantii stereotipi sull&#8217;argentinità, narrati dal punto di vista di un emigrato cinese); verrete trasportati in una Cina <em>in vitro.</em></p>
<p>L&#8217;inghippo sta proprio qui: se è vero che l&#8217;azione si svolge a Buenos Aires, va precisato che è limitata ad una zona molto particolare, un luogo che per molti degli occidentali appare vago, fra il temibile e l&#8217;esotico, una specie di bolgia infernale (alla quale poi non tutti credono fino in fondo, perché <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Verificationism" target="_blank">non ci sono mai stati, quindi non esiste, giusto?</a>): China Town. Nel senso di: la china town di Buenos Aires (posto che probabilmente <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Chinatown" target="_blank">tutte le China Town del mondo si chiamano China Town</a>, così come tutti i cinesi sono uguali, no?).</p>
<p>La storia è quella di un ragazzo tracagnotto e apparentemente non molto fortunato (Ramiro) che si ritrova ad essere rapito da un cinese (eccolo il nostro 5%!) e sequestrato in una casa che è anche il retro di un ristorante, cinese. Il rapitore è il temibile Li Cerino, famoso per essere incriminato per una serie di incendi dolosi ai danni di negozi di arredamento.</p>
<p>Il nostro protagonista e narratore (quello vero, non il cinese) viene coinvolto in questa vicenda solo perché passeggiava nella stessa strada quando la polizia becca Cerino. Diviene quindi testimone ufficiale della scena e, quando i due si ri-incontrano al processo, Li Cerino pensa bene di fuggire dal processo brandendo il nostro ignaro testimone e protagonista come scudo e mostrando ai poliziotti una splendida pistola.</p>
<p>Fin da subito però il romanzo mostra il suo tratto caratterizzante (sia del narratore, sia del libro in toto): una prospettiva diversa, ribaltata. Un modo alternativo di concepire e interpretare la realtà. Il protagonista non è né spaventato né arrabbiato di venir rapito, anzi. Provenendo da una vita abbastanza scialba, trova tutta la faccenda del rapimento interessante. Cerino gli sta subito simpatico (come potrebbe non starti simpatico uno che, beccato dalla polizia, vicino al luogo di un incendio doloso, con dei fiammiferi lunghissimi, una pietra e una bici, spiega che con i fiammiferi ci si accende le sigarette e con la pietra ci aggiusta la bicicletta&#8230;) e fa il tifo per lui.</p>
<p>Parrebbe un giallo, ma in realtà il libro è molto più sofisticato. È un romanzo antropologico: descrive qualcosa di quasi indescrivibile, se vogliamo, una specie di concetto astratto, un topos surreale: i cinesi occidentali. Nello specifico, i cinargentini.</p>
<p>Il livello di introspezione e di attenzione ai dettagli di Ramiro è altissimo, e tramite questo filtro il lettore si avvicina all&#8217;ignoto per conoscerlo. Ramiro è il nostro occhio, il nostro orecchio nel mondo parallelo dei cinargentini. E il suo approccio è fantastico perché privo di preconcetti, di stereotipi. È ribaltato. Dopo un po&#8217; che è segregato nel retro cucina, inizia a capire che non è un vero sequestrato, perché può muoversi, può uscire, può parlare con la gente (comicissimo quando realizza che tutti i cinesi che gli sono intorno capiscono perfettamente lo spagnolo: all&#8217;improvviso termina la sua costrizione all&#8217;afasia, costrizione  che per i primi giorni si era auto-imposta immaginando che tutti parlassero solo cinese, cosa che, ovviamente, fra di loro facevano). Il culmine di questo ribaltamento di prospettive arriva quando Ramiro si rende conto che nessuno ha mai reclamato la sua assenza: è un sequestrato che nessuno rivuole indietro. Ma lui è più felice adesso, è (paradossalmente) più libero &#8211; merito anche del fatto che si innamora di una cinese &#8211; e non tornerebbe mai indietro alla sua noiosissima vita precedente. Lui è felice lì dentro, il suo è un dono piovuto dal cielo, e oltre all&#8217;amore gli ha portato una nuova concezione della realtà. Riuscire a vivere il proprio rapimento come un dono e costruirci sopra una nuova vita dà la dimensione del ribaltamento di cui parlo.</p>
<p>Mi chiedo dove Magnus abbia preso tutte queste informazioni sul modo di vivere dei cinargentini, perché è tutto così credibile, preciso, sembrerebbe vissuto in prima persona. Mi affascina vedere questi effetti della globalizzazione, questa cultura trasversale, vasta. Allora l&#8217;ho gugolato e ho scoperto com&#8217;è andata. <a href="http://www.criticasmagazine.com/article/CA6523906.html" target="_blank">È andata così</a>. <a href="http://www.gran-via.it/notizia.php?id=225" target="_blank">O così</a>.</p>
<p>Una nota: per chi ha paura di leggere per sbaglio l&#8217;ultima riga prima della fine del libro (della serie: come rovinarsi il piacere dell&#8217;ultima pagina), in questo libro non è possibile perché l&#8217;ultima frase è scritta in cinese, a dimostrazione del fatto che il protagonista si integra talmente bene nel suo nuovo mondo che da argentino diventa argencinese (cinargentino è impossibile). Ah, per i nostalgici, ovviamente potete sempre rovinarvi la penultima frase, se ci tenete tanto.</p>
<p>Ho chiesto al traduttore/editore-patròn cosa significa quella frase ma lui (assurdamente) mi dice che non ha mai sentito la necessità di chiederlo a Magnus. Ma dico? Ti pare che leggi un libro e l&#8217;ultima riga è criptata in inaccessibili (e molto graziosi) ideogrammi e a te, che hai un contatto diretto con l&#8217;autore, non ti viene in mente di chiedergli che diavolo significa? No a lui non è venuto in mente – probabilmente quando è giunto alla fine della traduzione, non gli pareva vero che poteva saltare l&#8217;ultima riga! È una triste verità: cresciamo, diventiamo adulti, ma siamo comunque tutti schiavi della sindrome da campanella dell&#8217;ultima ora. Ho intimato a Cremonesi una traduzione della frase, da richiedere espressamente al Magnus, ma mi sa che faccio prima a passare dal negozietto di cinesi sotto casa col libro aperto.</p>
<p>In definitiva, libro divertentissimo, tradotto impeccabilmente, con una valanga di nozioni e di storielle ironiche che si intrecciano. Un libro che non si può non adorare. Di certo non vi cambierà la vita, ma vi farà morire dal ridere gettando una luce completamente nuova su un mondo a voi sconosciuto; un mondo che lavora in parallelo al nostro mentre noi facciamo finta di nulla.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>Tasca di pietra [recensione]</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 05:32:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tasca di pietra - De Simone]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro]
A mia totale discolpa, ce l&#8217;ho messa tutta. Mosso dalle migliori intenzioni. Davvero, giuro. Ho comprato il libro, attratto dalla splendida copertina e dal titolo non banale; l&#8217;ho letto senza sapere nulla di De Simone (personaggio, a leggere le parole della Zandegù, eclettico e talentuoso); poi mi sono documentato e ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/01/17/tasca-di-pietra-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>A mia totale discolpa, ce l&#8217;ho messa tutta. Mosso dalle migliori intenzioni. Davvero, giuro. Ho comprato il libro, attratto dalla <a href="http://www.zandegu.it/wp-content/uploads/2008/10/tasca1.jpg" target="_blank">splendida copertina</a> e dal titolo non banale; l&#8217;ho letto senza sapere nulla di De Simone (personaggio, a <a href="http://www.zandegu.it/gli-autori/matteo-de-simone/" target="_blank">leggere le parole della Zandegù</a>, <em>eclettico e talentuoso</em>); poi mi sono documentato e ho ascoltato i pezzi dei <a href="http://www.myspace.com/nadarsolo" target="_blank">Nadàr Solo</a>; infine ho anche visto qualche foto del personaggio eclettico. Quindi posso parlare con cognizione di causa.</p>
<p>Parlerò prima del libro, poi se sono ancora in vena, anche del personaggio. Parto dal libro perché l&#8217;ho letto in una condizione esistenziale favorevole: ignorando tutto il resto. Quindi non ero influenzato negativamente. Ero puro, vergine. Tabula rasa. No, perché ci tengo a dirlo: indagando sul personaggio, ho solo ricevuto stimoli negativi. La faccenda peggiorava di link in link.</p>
<p>La cosa migliore di questo romanzo è la copertina. Il resto, come diceva Califano, è noia. Sarebbe stato più bello tutto come la grafica esterna, ovvero senza parole, ogni pagina vuota. Ma sarebbe stato troppo raffinato, troppo <em>à la </em>Cage.</p>
<p><span id="more-1911"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Si meriterebbe una bella recensione vuota. Ma anche quella sarebbe troppo raffinata. No, questa roba va spezzata. Bisogna che qualcuno almeno ci provi. E quindi mi attirerò le ire di gente che la letteratura non sa dov&#8217;è di casa (ovvero la maggior parte dei bipedi attualmente in vita), ma lo farò ugualmente. Non ho mai avuto come scopo quello di essere simpatico alla massa. Perché sulla massa, <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/01/22/litania-di-un-arbitro-pg-29-2/" target="_blank">io la penso esattamente come Brussig</a>.</p>
<p>Bene, veniamo al verdetto: il libro è veramente un libro inutile. Buono per chi legge 1 libro l&#8217;anno. Gli stessi che comprano 1 ciddì l&#8217;anno e pensano che il panorama musicale mondiale sia ciò che passa MTV. Ecco per voi, De Simone ha fatto l&#8217;accoppiata vincente! Potete comprare il suo libro e <em>anche </em>il suo ciddì (fra l&#8217;altro ho letto che viene passato spesso proprio su Brand New&#8230; ma tu guarda le coincidenze!) e essere paghi per 12 mesi interi! Fico, no? E ci fate pure la figura degli alternativi, che conoscete uno che ha meno di trent&#8217;anni ma già è così eclettico e talentuoso. (Trovo la parola &#8220;talentuoso&#8221; ributtevole.)</p>
<p>Devo dire però che il libro è ben mascherato. Sempre per rimanere in tema di citazioni, come diceva Gottfried Benn: lo smalto sul nulla. Ovvero: tutto ben fatto, ben costruito; peccato che non ci sia nulla dentro. Nulla.</p>
<p>Una storia di quelle in cui tutti (soprattutto le donne) possono immedesimarsi, che fa presa immediatamente. Helen, inglese trapiantata a Bologna e sposata con Said, marocchino grassotto, intelligente e molto buono, è infelice. Mannaggia! Povera! Vive all&#8217;ombra di quest&#8217;uomo al quale però non si può veramente rinfacciare nulla, perché è davvero uno a posto. Semplicemente Helen è un&#8217;idiota. Non sa perché l&#8217;ha sposato, non sa perché vive e non sa cosa vuole. Sa solo che è insoddisfatta. Il classico personaggio che detesti dall&#8217;inizio alla fine. E infatti ti chiedi: ma perché proprio lei deve sopravvivere alla strage dell&#8217;autogrill? Sì, perché il romanzo ha un colpo di scena che cambierà la vita di Helen (ma soprattutto quella di Said: muore). L&#8217;idiota, da insoddisfatta ma in una vita piena di certezze, passerà ad essere immersa in una vita senza certezze, ma finalmente libera dal marito. Che però, guarda caso, era anche la sua ancora di salvezza (da se stessa, ovviamente).</p>
<p>Cosa accade quando un&#8217;idiota piena di sé tenta di gestire un evento catastrofico sia al livello pragmatico che al livello emotivo? Fallisce.</p>
<p>De Simone deve veramente conoscere bene la psicologia femminile (visto che fra l&#8217;altro si prende il rischio di scrivere in prima persona, cosa molto difficile quando si è dell&#8217;altro sesso, non a caso ci si cimentano <a title="quando i premi erano ancora seri" href="http://it.wikipedia.org/wiki/L%27isola_di_Arturo_(romanzo)" target="_blank">in pochi</a> e magari non al loro esordio, ma lui è eclettico, si sa) perché un personaggio così fragile non è facile da costruire verosimilmente. Ma lui ci riesce, davvero. Non sono ironico. Gli è venuto bene. Chissà se pensa che di donne inette come questa ce ne siano a pacchi. Oppure se ha una stima bassissima della categoria sessuale. Quale sia la motivazione che ha spinto De Simone a scegliere di narrare le vicende di questo personaggio discutibilissimo la ignoro, ma il fatto rimane ineluttabile: Helen deve morire. È veramente una minorata.</p>
<p>Scritto in maniera scorrevole, il libro poi narra le scelte idiote dell&#8217;idiota che ha una fortuna smisurata (altrimenti sarebbe morta 16 volte) e termina con una scenata isterica che (si spera) porti l&#8217;idiota alla follia e fuori dai coglioni. Unico momento in cui De Simone riesce davvero a produrre un filo di inquietudine è la scena dell&#8217;autogrill. Per il resto produce solo fastidio.</p>
<p>Alla domanda: cosa c&#8217;entra la tasca di pietra?, rispondo solo: niente. Giusto per buttarla un po&#8217; più in caciara, De Simone ci infila una fiaba che la madre raccontò a Helen una volta sola. Una sorta di metafora della follia che alberga in ognuno di noi e che teniamo a freno altrimenti tutti perderemmo il senno. Detta con le parole della fiaba: la tasca di pietra, una volta rotta, non si può aggiustare. E nella tasca c&#8217;è la follia. Ecco, del libro consiglio di leggere solo la fiaba, quella è medio-decente.</p>
<p>Ci ho messo 2 giorni a leggere questo libro e non mi ha lasciato granché. Nemmeno la voglia di scrivere queste righe. Il fatto che i Wu Ming (altra oscenità in cui di letterario non ci vedo nulla &#8211; che tristezza questi italiani) abbiano scritto una <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropausa14.htm#desimone" target="_blank">recensione entusiasmante</a> di questo libro non fa che peggiorare la posizione di De Simone.</p>
<p>Parliamone: ha una posa che <a title="pazzesco!" href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/Coppola_vs_DeSimone.jpg" target="_blank">ricorda</a> Mr Brand New nelle sue inclinazioni peggiori, ha un gruppo che fa roba alla peggior-periodo-dei-Marlene-Kuntz-però-accattivante (posto che ci sia mai stato un &#8220;periodo decente&#8221; dei Marlene Kuntz; buono è impossibile), ha scritto un libro pretenzioso ma brutto e c&#8217;è gente che fa paralleli con <em>Lo straniero</em> di Albert Camus. Certo, De Simone premio Nobel. Come no.</p>
<p>Sento puzza di mossa commerciale.</p>
<p>Resterà solo disgusto.</p>
<p>Ah, a proposito, per chi ancora fosse incuriosito da &#8217;sta roba, c&#8217;è anche tutta una mossa commerciale (apertamente commerciale, intendo) fatta dalla Zandegù sulla copertina di <em>Tasca di pietra</em>. Dato che l&#8217;unica cosa buona era la copertina, hanno ben deciso di indire un concorso per rovinarla. Chiunque può cimentarsi nel creare la sua copertina personalizzata del libro e inviarla in un sito internet e poi, alle successive ristampe, il vincitore avrà l&#8217;onore di vedere la sua creazione in tutte le Merdinelli d&#8217;Italia. Sì, perché la mia copia, quella con la copertina bella, fa parte di una tiratura limitata a 1000 copie, firmate dall&#8217;autore. Cristo, ho pure la copia firmata di De Simone (che, fra parentesi, se la tira talmente tanto che non firma nemmeno per esteso, scrive, a mo&#8217; di droga sintetica, &#8220;MDS&#8221;, con una grafia che dire svogliata è fargli un complimento).</p>
<p>Ora, se posso dire la mia: tutta questa storia delle copertine è un modo per far lavorare la gente gratis. Comunque, attualmente il sito apposito per il concorso non è in linea, il che mi fa pensare che non deve aver avuto molta fortuna, tutta questa iniziativa. O forse ne ha avuta troppa.</p>
<p>Per chi fosse interessato, cedo la mia copia numerata, numero 207, preziosamente vergata dal personaggio eclettico e talentuoso, alla modica cifra di <strong>0.00€</strong>. Il valore letterario dell&#8217;opera.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>Una storia di Natale non finita [recensione]</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2010 06:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>bof</dc:creator>
				<category><![CDATA[Una storia di Natale non finita - Henry]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro]

Ho conosciuto il buon O. Henry durante quegli sprazzi di prima adolescenza in cui ti capita per le mani una zia o una ex babysitter che inizia a propinarti quello che ritiene letteratura per ragazzi cresciuti. Nello specifico, la mia pusher iniziò con i racconti cosiddetti &#8220;per adulti&#8221; di Roald Dahl, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/02/16/una-storia-di-natale-non-finita-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">Ho conosciuto il buon O. Henry durante quegli sprazzi di prima adolescenza in cui ti capita per le mani una zia o una ex babysitter che inizia a propinarti quello che ritiene letteratura per ragazzi cresciuti. Nello specifico, la mia pusher iniziò con i racconti cosiddetti &#8220;per adulti&#8221; di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Roald_Dahl" target="_blank">Roald Dahl</a>, che non sono roba erotica, chiaramente, ma non sono nemmeno le cose per cui è famoso, vale a dire i libri per ragazzi come &#8220;Le streghe&#8221; o &#8220;La fabbrica di cioccolato&#8221; e la nipote (compianta modella per taglie forti. Bisogna saperle, queste cose). Insomma sono i proverbiali racconti dal finale imprevisto.</p>
<p style="text-align: left;">In un sottogenere letterario simile potremmo inserire il buon O. Henry, che è precedente a Dahl, è americano, s&#8217;è fatto la galera per appropriazione indebita e l&#8217;alcolismo, e questo dice un sacco di cose.</p>
<p style="text-align: left;">Tutti i racconti di Henry sono uno spasso. Sono dominati da quell&#8217;umorismo critico verso la società che tanto piace agli americani, sono pieni di moralità cinica, buone intenzioni, e il fato che manda tutto a carte quarantotto all&#8217;ultimo momento, con grazia implacabile. Hanno un senso dell&#8217;umorismo che mi ricorda il contemporaneo <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/libri/favole-dotte-twain/" target="_blank">Mark Twain</a>, meno cattivo ma altrettanto spaccone, e anche questo la dice lunga.</p>
<p style="text-align: left;">Libretto consigliatissimo, insieme alla raccolta &#8220;<a href="http://www.adelphi.it/catalogo/schedaLibro.asp?id=512&amp;isbn=8845910164&amp;v=s&amp;metaTitolo=Memorie%20di%20un%20cane%20giallo%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20%20&amp;metaAutore=%20O.%20Henry" target="_blank">Memorie di un cane giallo</a>&#8220;, consigliato anche perché queste benedette edizioni della Mattioli 1885 sono proprio carine, la carta è molto bella, le copertine sono eleganti, sono piccoli e davvero tascabili e te le puoi portare in saccoccia dovunque, così dal dentista o alla fermata dell&#8217;autobus o aspettando un compare ritardatario si può impiegare il proprio tempo con estremo diletto. Se ne possono portare addirittura due, così si è sicuri che quando uno finisce non si rimane a bocca asciutta.</p>
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		<title>Litania di un arbitro [recensione]</title>
		<link>http://www.leparoledeglialtri.com/2010/02/12/litania-di-un-arbitro-recensione/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 05:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Litania di un arbitro - Brussig]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro]
Evidentemente nel mio karma, in questo periodo c&#8217;è il calcio. Il giorno che ho iniziato a leggere Litania di un arbitro, sono anche andato a vedere Il mio amico Eric, l&#8217;ultimo film di Ken Loach, che vanta nel cast il temutissimo Eric Cantona. Non me n&#8217;è mai fregata una mazza del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2009/12/10/litania-di-un-arbitro-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>Evidentemente nel mio karma, in questo periodo c&#8217;è il calcio. Il giorno che ho iniziato a leggere <em>Litania di un arbitro</em>, sono anche andato a vedere <em>Il mio amico Eric</em>, l&#8217;ultimo film di Ken Loach, che vanta nel cast il temutissimo Eric Cantona. Non me n&#8217;è mai fregata una mazza del calcio e nemmeno di Ken Loach, ma a dispetto di ciò che avrei mai immaginato, ho amato questo libro e ho amato il film. Per il film, vi rimando alla visione, non ne parlerò. Del libro invece due righe le butto giù. Ma prima, come sempre, un po&#8217; di inutili digressioni.</p>
<p>La scelta migliore del 2009 è stata senza dubbio andare alla <a href="http://www.piulibripiuliberi.it/" target="_blank">fiera della piccola e media editoria</a>, a Roma, quest&#8217;anno coll&#8217;imbarazzante nome di <em>più libri più liberi</em> &#8211; sì in effetti il mio portafogli si è sentito parecchio più libero, dopo gli esborsi. Ma basta esser venali! È pur sempre stata una decisione di qualità:  ho conosciuto editori eccezionali e coraggiosi di cui ignoravo l&#8217;esistenza, ho potuto vedere e toccare edizioni splendide, ho comprato libri a prezzi ragionevolissimi (mi si dirà che mi contraddico, ebbene sì, mi contraddico, contengo moltitudini&#8230;) e soprattutto sono paratissimo per tutto il 2010: dubito che avrò bisogno di comprare libri per i prossimi 12 mesi (eccetto, ovviamente, le eccezioni). Avrò acquistato intorno ai 60-70 libri in soli 2 giorni! (Ecco che si palesa l&#8217;apparente incongruenza: i prezzi erano sì ragionevoli, ma le moltitudini &#8211; di libri &#8211; hanno dato la mazzata ai risparmi di Whitman.)</p>
<p>Nel malloppo dei <em>più liberi</em>, c&#8217;è anche il libro di Brussig (che fra l&#8217;altro è diventata la mia scelta preferita come regalo di natale 2009). La storia del mio acquisto è quanto meno ironica e non posso esimermi dal narrarla.</p>
<p>Ho comprato questo libro sulla base di un equivoco. Quando mi sono fermato davanti allo stand della 66THAND2ND, c&#8217;erano pochi libri e tutti molto curati (si vede subito). Ho preso in mano questo e, leggendo di fretta, ho frainteso il titolo. Ciò che il mio povero cervello ha registrato è: <em>Litania di un arbitr<strong>i</strong>o. </em>Colpa forse anche del font usato in copertina, il <a title="anche se il file, lui no, non è compresso, pesa poco" href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/Linotype_Univers_Compressed.pdf" target="_blank">Linotype Univers Compressed</a> del buon vecchio <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Adrian_Frutiger" target="_blank">Adrian</a>, che essendo per l&#8217;appunto <em>compressed</em>, fa sembrare tutto un po&#8217; oblungo e quindi infilarci una i qua e là non è difficile. Il fatto vero gli è che un titolo come <em>Litania di un arbitrio</em> non significa nulla, ma me lo sogno la notte, per quanto è bello.</p>
<p>Dunque mi appresto a comprare un libro che ha un titolo e un argomento totalmente diversi da quelli che penso (ma è in una veste splendida) che vengo interrotto da una graziosa signorina facente parte della combriccola della sessantaseiesima e seconda (<a href="http://maps.google.com/maps/ms?ie=UTF8&amp;hl=it&amp;msa=0&amp;msid=115825470303941467911.00047e71efe86c6f93e66&amp;z=19" target="_blank">cosa vorrà dire?</a>), la quale spezza i miei sogni di letture astratte e prive di riconducibilità dicendomi: &lt;&lt;Questa è la nostra collana sullo sport.&gt;&gt;</p>
<p>Collana sullo che?</p>
<p>Ormai era tardi. Avevo già pronunciato la frase inequivocabile (col mio solito stile da presuntuoso impacciato): &lt;&lt;Salve, desidero uno di questi.&gt;&gt;</p>
<p>Eppure qualcosa mi incuriosiva di questo libro. La confezione era troppo bella, la fanciulla troppo seria (e troppo poco accondiscendente). E infatti, questo è stato il primo libro che ho letto, dal vagone racimolato alla fiera. E ho fatto benissimo.</p>
<p>È impossibile non adorare Brussig.</p>
<p><span id="more-1518"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Una scrittura intelligente, vivida, lucida e attuale. Brussig è semplicemente fenomenale. La storia si svolge dentro la testa di un arbitro, nello spazio-tempo da quando esce da un tribunale a quando arriva alla macchina parcheggiata nella piazza di fronte. E nella sua testa, c&#8217;è rabbia. Tanta. Tantissima.</p>
<p>Un fiume di bile, di parole sarcastiche e violente contro tutti e tutto. Il lettore viene letteralmente travolto, inondato, sopraffatto dalla furia tagliente di Fertig. Una collera indicibile, sempre lucida, acuta. Frasi brevi e apodittiche, che non ammettono repliche. Perché non si può, perché in fondo siamo tutti d&#8217;accordo con lui. O almeno, io lo sono. Come si fa a non esserlo, quando abbiamo costantemente sotto a gli occhi delle <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/01/18/litania-di-un-arbitro-pg-29/" target="_blank">palesi verità</a>? Lui si limita solo ad <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/01/16/litania-di-un-arbitro-pg-24/" target="_blank">enunciarle</a>.</p>
<p>Mano mano che si svolge il breve tragitto di Fertig, nella sua rabbia si fa strada il dolore. Lo sfogo diminuisce e l&#8217;odio nei confronti del mondo vira leggermente verso la speculazione (ma il tono polemico resta sempre molto alto).</p>
<p>Non a caso si tratta di una <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Litania_(preghiera)" target="_blank">litania</a>, parola scelta con una cura raffinata.<sup><a id="identifier_1" class="footnote-link footnote-identifier-link" title="c'è tutto un discorso, dietro" href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/02/12/litania-di-un-arbitro-recensione/#footnote_1">1</a></sup> Perché al di là della superficie, quella in cui il narratore snocciola il suo odio usando come metafora del mondo il calcio, e lo fa dalla sua prospettiva &#8211; una prospettiva diversa, essendo lui un arbitro, anzi, uno degli arbitri più importanti della Germania &#8211; dicevo, al di là della superficie, c&#8217;è un&#8217;altra storia, che si capisce solo alla fine, quando il narratore, terminando il suo silente sproloquio rivela gli eventi che lo hanno portato in questo suo tragitto mentale e fisico. Un tragitto dolorosissimo e catartico, quasi spirituale.</p>
<p>Quando Fertig  finalmente arriva alla macchina e tutto è ormai chiaro, non è più rabbioso; è un uomo stanco, svuotato, afflitto. L&#8217;odio, passando per il dolore, si è tramutato completamente in amarezza. E questo passaggio di stati d&#8217;animo è veramente sublime, perché così graduale, ma anche così drammatico, che il lettore non riesce a metterlo a fuoco, se non alla fine. Per percepire bene questa variazione, consiglio &#8211; una volta terminato il libro &#8211; di rileggere le prime pagine. Vi accorgerete della maestria con cui Brussig vi ha portati per mano nelle emozioni di Fertig senza farvi mai sentire strattonati.</p>
<p>Libro scritto perfettamente; uno stile brillante, indiscutibile. Tradotto benissimo, in un&#8217;edizione divina, curata in ogni dettaglio, con una carta splendida (<em>entrambe</em> le carte usate, quella per la copertina e quella degli interni) e con due articoli fantastici in calce &#8211; sempre di Brussig. <em>Breve excursus sulla mia vita da tifoso </em>è da lacrime; non ridevo così tanto dai tempi di Ignatius J. Reilly.</p>
<p>Adoro case editrici di questa levatura. Chi mi racconta i font che usa e stampa su una carta emozionante, per me è degno di rispetto. Perché mi parla al cuore. Io amo i libri, amo tutto dei libri. E la 66THAND2ND fa delle edizioni eccezionali, da brividi. In più pubblica autori di qualità. Allora non c&#8217;è molto altro da fare se non: sostenerla. Fino allo sfinimento (del portafogli).</p>
<p>Libro consigliatissimo a tutti, anche a chi (come me) il calcio dà solo fastidio. Brussig ti fa ridere, ti fa pensare e, soprattutto, ti fa capire perché odi il calcio, se lo odi; o perché lo ami, se lo ami.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><br />
</a></p>
<ol class="footnotes">
<li id="footnote_1" class="footnote"> Ripensando alla parola <em>litania</em>, ci scorgo dentro un&#8217;interessante analogia. Un po&#8217; come se Fertig fosse un sacerdote del calcio (l&#8217;arbitro è a tutti gli effetti il sacerdote della partita) e la partita incriminata una messa rituale in cui si consuma un sacrificio; e il suo, un fiume di parole liturgiche, una successione verbale necessaria al rito, con cui viene mondato il dolore. In retrospettiva, la scelta della parola <em>litania</em> mi pare quanto di più preciso si potesse usare. Brussig è così: è chirurgico. [<a class="footnote-link footnote-back-link" href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/02/12/litania-di-un-arbitro-recensione/#identifier_1">↩</a>]</li>
</ol>
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		<title>Il paese delle prugne verdi [recensione]</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 21:17:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il paese delle prugne verdi - Müller]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro]
Nobel sì, nobel no. Ogni anno si ripropone la diatriba (ma soprattutto, dove andrà l&#8217;accento su diatriba? Si dirà diàtriba? Diatrìba? Scopritelo qui) se questo premio è assolutamente necessario. Specie perché assegnato da presuntuosi svedesi che nessuno conosce o riconosce e quindi di dubbia autorità (ma chi cazz&#8217; sono?). Epperò la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="../2009/11/22/il-paese-delle-prugne-verdi-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>Nobel sì, nobel no. Ogni anno si ripropone la diatriba (ma soprattutto, dove andrà l&#8217;accento su <em>diatriba</em>? Si dirà diàtriba? Diatrìba? Scopritelo <a href="http://www.corriere.it/Rubriche/Scioglilingua/2005/22aprile.shtml" target="_blank">qui</a>) se questo premio è assolutamente necessario. Specie perché assegnato da presuntuosi svedesi che nessuno conosce o riconosce e quindi di dubbia autorità (ma chi cazz&#8217; sono?). Epperò la storia è la storia e la storia ha dimostrato che il Nobel ha avuto un peso enorme nel &#8216;900, spesso contraddittorio, ma comunque enorme. Forse non sarà un premio strettamente <em>necessario</em>, ma sicuramente crea dell&#8217;hype. Poi le diatribe le lascio pure a chi ha tempo di perdere tempo.</p>
<p>Io sono assolutamente a favore del Nobel. Ci sono tanti motivi per questa mia presa di posizione netta. Tanto per cominciare mette un punto chiaro, dice: questo sì. Poi produce movimento economico: pensate al caso della <a href="http://www.duepuntiedizioni.it/" target="_blank">duepunti</a>, piccolissima realtà palermitana che nel 2005 decide di comprare i diritti e tradurre il primo romanzo di J. -M. G. Le Clézio e che fino al 2008 non se l&#8217;è inculata nessuno (come del resto nessuno s&#8217;era mai accorto dell&#8217;esistenza di Le Clézio, siamo onesti), e poi di botto, eccola distribuita in tutte le Merdinelli di Italia; aho: questi sbarcano il lunario, mica cazzi, e a loro il Nobel ha portato un po&#8217; di visibilità (sicuramente) e di quattrini (lo spero). Poi è un premio assolutamente meritocratico e snob, cosa che apprezzo (sì, sono snob, che ci posso fare?). Poi fa una cosa che tanti hanno paura di fare: discrimina. E sì, com&#8217;è facile immaginare, sono sempre stato un grande sostenitore della discriminazione. D&#8217;altronde senza discriminazione, siamo tutti uguali, quindi tutti sostituibili, di conseguenza tutti inutili.</p>
<p>Ovviamente anche questi soloni del premio Nobel qualche cantonata l&#8217;hanno presa. Per esempio quando hanno dato il premio a&#8230; ma suvvia, basta farsi nemici! Passiamo invece a questa recente Laureata: Herta Müller. Primo Nobel per la letteratura rumeno. Tutti ne parlano, tutti la vogliono. Sarà davvero così brava? Più brava di&#8230; Obama?</p>
<p>Per farmi un&#8217;idea, mi sono letto <em>Il paese delle prugne verdi</em>, che poi in originale si chiama <em>Herztier</em> che si traduce una roba tipo <em>Bestia di cuore </em>o <em>Cuore di bestia</em>. Il motivo per cui la traduzione del titolo originale è incerta risiede nelle <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_agglutinante" target="_blank">proprietà intrinseche</a> dell&#8217;idioma tedesco, che alla fine i crucchi fanno un po&#8217; come i maniaci del <a href="http://www.bostik.it" target="_blank">bostik</a> e i traduttori sono costretti a inventarsi robe strane in lingue che non conservano quelle stesse proprietà. Idioma tedesco, perché la Müller era sì rumena, ma proveniente da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Banato" target="_blank">un&#8217;enclave</a>.</p>
<p>Dopo la lettura del libro, il verdetto è semplice, inequivocabile e assoluto: <strong>capolavoro</strong>. Letteratura con la <em>elle</em> maiuscola. E forse anche un paio di <em>ti</em> maiuscole. Sicuramente è un libro difficilissimo, che richiede al lettore un&#8217;attenzione quasi totale e una forza di spirito non comuni, ma è un romanzo che resterà per sempre nella storia. Un&#8217;opera di una poeticità impressionante. Provate a leggere <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/libri/il-paese-delle-prugne-verdi-muller/" target="_blank">qualche citazione</a>, per farvi un&#8217;idea. Lo giuro: non mento.</p>
<p><img title="Continua..." src="../wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><span id="more-1238"></span></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Quando guardi una foto della Müller, vedi il suo <a title="brividi" href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/herta_mueller_sguardo.jpg" target="_blank">sguardo</a>. Estraniato. Folle. Sospeso. Può ricordare quello di un clown molto triste o preoccupato. A me turba indicibilmente.</p>
<p>Buffo che io abbozzi queste parole e che pochi giorni dopo io stesso medesimo compri un pamphlet della Müller appena uscito per Sellerio intotolato: <a href="http://www.booksblog.it/post/5639/esce-per-sellerio-lo-sguardo-estraneo-un-breve-inedito-di-herta-muller" target="_blank"><em>Lo sguardo estraneo</em></a>; piccolo saggio sulla sua condizione di emigrata (dove il termine &#8220;emigrata&#8221; è declinabile quasi in &#8220;esiliata&#8221;)<em>.</em> È forse <em>sintomatico</em> che la scelta dell&#8217;aggettivo sia così simile: devo aver interiorizzato a fondo il suo cuore di bestia, l&#8217;angoscia esistenziale dei personaggi del libro (e il distacco che s&#8217;impose necessario per sopravvivere al regime di Ceauşescu; gran simpaticone, quello lì).</p>
<p>Avendo anche letto il micro-saggio (che si legge in meno di un&#8217;ora), posso auto-darmi una pacca sulla spalla con moto d&#8217;orgoglio dichiarando che il senso delle due parole è ancora più vicino di quanto non siano già le vocali e consonanti. Herta usa l&#8217;aggettivo <em>estraneo</em> perché gioca sul doppio senso legato all&#8217;emigrazione/immigrazione, ma il vero senso del suo sguardo sulle cose è chiaramente un senso estraniato, perché quando si è vissuti in quel terrore non si può più riacquistare la propria innocenza. Anche se alla fine si è riusciti a fuggire, anche se si è sopravvissuti. Tutto resta estraneo, perfino in casa propria. Perché la perturbazione è intima e irrecuperabile.</p>
<p>Comunque sia, la buona Herta nel saggio ci fornisce ben più di un indizio sulla natura del suo sguardo (saggio che fra parentesi straconsiglio), ma anche senza il suo aiuto ci si arriva da soli, semplicemente conoscendo la sua storia personale. E questo ci riporta a bomba al cuore di bestia. Sì, perché <em>Il paese delle prugne verdi</em> è in tutto e per tutto un romanzo autobiografico. Ma ci riporta anche ad una delle cose che io dico più spesso quando si parla di poesia (e su una cosa non ci sono dubbi: la Müller ha scritto un romanzo che è un esempio perfetto di poesia in forma di prosa), ovvero: per capire la poesia bisogna prima di tutto conoscere la storia del poeta, la sua vita, i suoi trascorsi, le sue debolezze, i suoi amori. Chiunque si affacci a delle poesie senza informarsi sul loro autore, è destinato a fraintendimenti o frustrazione. Troppo facile dire: non capisco. Bisogna applicarsi, no? Come capire Alda Merini se non si sa del suo rapporto col manicomio? Come capire Iosif Brodskij se non si sa del suo amore per Venezia o per il tempo? Se non si sa della sua condizione di perseguitato, di alcolismo a seguito del suo divertente soggiorno in Siberia a spaccare pietre per 18 mesi? Se non si comprende la sua nostalgia di esiliato?</p>
<p>Ma torniamo a questo paese dalle prugne verdi ed alla narratrice delle vicende. Herta è narratrice in prima persona; Herta è la protagonista. Ma è anche al di fuori di essa: Herta è al di fuori di sé. E con il suo sguardo al di fuori di tutto, estraneo a ogni cosa ed estraniato da ogni inezia, Herta si racconta, racconta se stessa e i suoi coetanei, i suoi amici. Racconta cosa significava vivere in Romania negli anni &#8216;80. E lo dice chiaro e tondo: significava <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2009/12/12/il-paese-delle-prugne-verdi-pg-86/" target="_blank">vivere nel terrore</a>. Un terrore silente, strisciante; un&#8217;inquietante minaccia sempre presente e mai apertamente visibile: in adesione perfetta con la quotidianità. Una vita che per essere vissuta necessitava di una <em>spersonalizzazione</em>, un <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dissociazione_%28psicologia%29#Disturbo_da_depersonalizzazione" target="_blank">distacco</a>. E nelle foto della Herta di oggi, la Herta del premio Nobel, è lo stesso sguardo della protagonista del romanzo a fissarci, lo sguardo del cuore di bestia, disturbato e distante: dissociato.</p>
<p>D&#8217;altronde parliamone: immaginare di passare gli anni dell&#8217;adolescenza, della formazione (quel bel periodo in cui tutto è un po&#8217; vago e l&#8217;importanza delle cose non si afferra bene), gli anni che dovrebbero essere della cosiddetta <em>spensieratezza</em>; ecco, immaginarli costellati di perquisizioni, interrogatori, violenze fisiche e psicologiche, sospetti di tradimenti da parte dei tuoi migliori amici e/o parenti, mi pare un incubo che non può lasciare indenni.</p>
<p>Mentre la cosa più grave che accadeva nelle nostre vite di adolescenti nei favolosi anni puttanta erano i <a href="http://www.youtube.com/watch?v=WlYt8tvuB64" target="_blank">videoclip</a>, le <a href="http://www.flickr.com/photos/25152449@N06/2474196518/" target="_blank">acconciature</a>, i <a title="ho sempre sostenuto che i monclèr facevano cagare" href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/sposero_saimonlebbon.jpg" target="_blank">paninari</a> e gli <a title="impara l'arte..." href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/yuppie_the_handbook.jpg" target="_blank">yuppie</a>, a Bucharest, be&#8217;, lì si viveva nell&#8217;angoscia, nella paura più buia. E le uniche vie d&#8217;uscita plausibili erano l&#8217;emigrazione, o il <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/01/06/il-paese-delle-prugne-verdi-pg-233/" target="_blank">suicidio</a>. Che tipo di sguardo potrebbe lasciarti, una cosa del genere?</p>
<p>Quando ero giovane io, ovvero nei famosi anni puttanta (nei quali tentavo di non affogare nel kitsch), di queste cose non si poteva parlare. Era come se i totalitarismi di sinistra non avessero mai davvero fatto disastri. Tutto veniva sotterrato. Ricordo benissimo che leggevo Hrabal e dicevo: diamine, ma questa non è mica vita. Stanno davvero così male, dall&#8217;altra parte? E perché se dico che il comunismo nega la libertà di espressione e con essa pressoché tutti i diritti fondamentali dell&#8217;uomo, qui mi tacciono di fascismo? Dico: ma sono solo io a leggere gli autori che <em>ci vivono</em> dall&#8217;altra parte (e che, fra parentesi, lì sono censurati)? Forse sì. Forse eravamo in pochi a leggerli e a indignarci. Gli altri, nel comodo delle loro case occidentali pontificavano su quanto di buono ci fosse, laggiù; non essendoci mai stati. Troppo facile. Non che io abbia fatto chissà che per cambiare qualcosa. No: me ne sono stato bel bello comodo sul mio letto occidentale a leggere. Ma almeno non difendevo quel sistema. Come avrei potuto?</p>
<p>Ora non voglio dire che il comunismo abbia fatto solo disastri, assolutamente no, perché prima ancora della libertà di espressione, vengono il diritto al cibo e ad una casa, e questi si è ben premurato di fornirli. Ma dopo che si sono raggiunti certi risultati, ecco, dopo bisogna evolversi con la società. E di certo il modo migliore per farlo non è <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/01/04/il-paese-delle-prugne-verdi-pg-218/" target="_blank">creare uno stato militare</a>.</p>
<p>Adesso, dopo decenni di terrore, milioni di morti, e innumerevoli artisti le cui voci tentarono di soffocare (per fortuna <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Arcipelago_Gulag" target="_blank">fallendo</a>), finalmente si può dire che il comunismo ha sbagliato e ha sbagliato tanto. Non che questo fatto mi faccia felice. Ero più felice se tutte queste aberrazioni umane non ci fossero proprio state, <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/muller_articolo_corriere.jpg" target="_blank">ma quando leggo un articolo come questo</a>, mi piace ribadire che i regimi comunisti hanno fatto disastri (un po&#8217; come gli ebrei giustamente si affaccendano per non far dimenticare al mondo la Shoah). La cosa spaventosa è che alcuni buontemponi delle gerarchie di partito dell&#8217;epoca ancora hanno la presunzione di poter fare affermazioni così volgari e offensive pensando di rimanere impuniti, pensando che il loro stato militare è ancora in auge. Mi chiedo perché, invece di permettere a questo delinquente di rilasciare interviste, non lo arrestano e gli fanno un bel processo per crimini contro l&#8217;umanità?</p>
<p>Leggendo le agghiaccianti dichiarazioni di questo ex(?) capo di polizia di Timisoara, ciò che mi viene da pensare è: sarà probabilmente vero che la Müller era una &#8220;psicopatica senza contatti con la realtà esterna&#8221;. D&#8217;altronde nessuno sano di mente avrebbe mai voluto avere contatti con una simile realtà, proprio perché era disumana. Ed è così che la Müller si è salvata, che si è messa in contatto con la vita: negando la barbarie della Securitate di Ceauşescu.</p>
<p>Ma veniamo un attimo alla trama (sennò che recensione è?). Herta (il nome della narratrice non viene mai detto, quindi la chiamerò Herta) e i suoi 3 amici maschi: Edgar, Georg e Kurt. E poi c&#8217;è Teresa. E poi c&#8217;è Lola. E poi c&#8217;è il capitano Pjele. Il destino di Lola si compie prestissimo e va ad influenzare per sempre la vita di Herta e i suoi 3 amici storici. È un destino drammatico, ma preannunciato, telefonato. È un segnale. È la perdita dell&#8217;innocenza. Da qui in poi Herta vivrà nella paura. E discuterà della paura e dei modi per eluderla con i suoi 3 amici, nascondendo libri &#8220;scomodi&#8221; con cui si alimentavano a vicenda in una casa disabitata in campagna. E Herta si aggrapperà a un sogno: dapprima, da giovane, l&#8217;idea di uccidere Ceauşescu (il &#8220;dittatore&#8221;). Poi da adulta <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2010/01/07/il-paese-delle-prugne-verdi-pg-241/" target="_blank">la fuga</a>, accarezzando spesso nel mezzo l&#8217;idea della morte.</p>
<p>Il lettore segue, attraverso lo sguardo estraniato della Müller, le vicende di questi 4 ragazzi, dalle stanze di un collegio a Bucharest (il &#8220;quadrilatero&#8221;) fino alla loro &#8220;integrazione&#8221; nella società. Integrazione che per loro però non avviene, perché tutti e 4 rifiutano i loro consimili. Loro infatti sono i perseguitati, volenti o nolenti. Sono &#8220;diversi&#8221;, strani, si pongono domande scomode, hanno velleità di una vita altrove. Anzi, hanno velleità di una vita. Ma non tutti riusciranno a prendersene una.</p>
<p>A un certo punto Herta conosce Teresa, che diventa la sua amica del cuore. Come viene trattato il tema dell&#8217;amicizia fra Herta e Teresa è sublime, a un passo dall&#8217;amore vero, totale, e allo stesso tempo eroso da dubbi, sospetti. Infatti, all&#8217;inizio Herta teme che Teresa sia la figlia di Pjele: il comandante che la tortura. Solo quando Herta avrà appurato che non è così, che non esiste legame fra Teresa e Pjele, potrà sbocciare definitivamente e a pieno il loro amore. Ma il dubbio è subdolo, e lascerà tracce incancellabili.</p>
<p>Il rapporto fra Herta e Teresa è intensissimo e infrange ogni regola, sia del regime che degli schemi pre-ordinati che abbiamo (anche attualmente) per le relazioni interpersonali. È amore, ma è amicizia. È amicizia, ma innamorata. (Personalmente conosco benissimo la faccenda perché provo una cosa analoga per il bof, con l&#8217;unica differenza che non ho sospetti su suo padre: le mie sono certezze.) Questo tipo di relazione è possibile anche perché Teresa è sostanzialmente il personaggio anarchico, è la ragazza strana che parla di sesso apertamente, che bestemmia, che urla, che fa domande ingenue. Teresa è l&#8217;innocenza che Herta riacquista, piano piano. Ma proprio perché così scombinata e meno pronta, Teresa soccomberà al sistema. Herta invece riuscirà a scappare e a portare con sé l&#8217;insegnamento di Teresa; Teresa sprofonderà nel male. Ed è davvero struggente quando Teresa fa il viaggio dalla Romania alla Germania per incontrare Herta: l&#8217;emozione incontenibile del ricongiungimento dell&#8217;amore che in pochissimo tempo si tramuta nella lacerazione, nella perdita; nello strappo. Ed è tremendo quando Herta, pur volendo (come vogliono tutti gli innamorati traditi), <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2009/12/29/il-paese-delle-prugne-verdi-pg-165/" target="_blank">si vieta categoricamente di scriverle</a>: ormai la loro amicizia non è più possibile. Fa male.</p>
<p>E poi c&#8217;è il passato. Ci sono le memorie scoordinate del passato di Herta, del Banato, di suo nonno ex-SS, di sua madre che le scrive per non farsi dimenticare, per non allentare troppo il legame con le radici. Delle sue due nonne, quella che prega e quella che canta (e che poi impazzisce). Quando Herta ritorna bambina descrive le cose in terza persona (giusto per aumentare quel senso di estraniamento e di distacco), ma in realtà tutto il libro è intriso da un utilizzo di una prospettiva infantile e esterna, come se le cose non accadessero a lei. Herta scrive con frasi cortissime, quasi sembrerebbero facili da leggere se non fosse per tutti quei nessi logici a salti dovuti ai ripetuti cambi di prospettiva e dalla distanza che pone fra sé e la realtà disumana. La vita in un sortilegio. Spesso chiama le cose con un nome diverso, inconsueto, deviato, un po&#8217; come fanno i bambini che giocano a cambiare i nomi delle cose per allineare i significati e i significanti. Dette così potrebbero sembrare simpatiche caratteristiche che non influenzano profondamente la lettura del romanzo. Addirittura si potrebbe pensare che, con tutte quelle frasi brevi, il libro sia di lettura scorrevole. E invece no: è difficilissimo. Strettamente parlando dello stile, se dovessi azzardare dei paragoni, farei i nomi di Hrabal e della Kristof. Ecco, <em>Il paese delle prugne verdi</em> è un po&#8217; così.</p>
<p>Infine, c&#8217;è la descrizione della minaccia. Pjele. Gli interrogatori. Gli avvertimenti: effetti personali che spariscono dalle case. Gente che ti pedina. E la cosa che colpisce la narratrice, e che entra a far parte delle sue speculazioni, è che maggiore è la presenza della Securitate nella sua vita, minore è la paura. Il terrore arriva quando i controlli spariscono, quando il nemico è diventato invisibile. Allora si è paralizzati.</p>
<p>Che dire di più? Questo è un libro intriso di magia e di cazzotti in faccia. Un libro struggente e indecente. Scritto un po&#8217; come se fosse poesia, un po&#8217; come se fosse prosa e un po&#8217; come se fosse terrore, silenzio. Un libro indicibile. Per non dimenticare che ogni vita è unica, irripetibile. Un capolavoro che ti picchia a sangue. Adatto solo a chi può permettersi di morire pestato ogni riga. Sul rinascere, non so.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>L&#8217;allegra compagnia del sogno [recensione]</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 05:01:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'allegra compagnia del sogno - Ballard]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro]
19 aprile 2009: muore Ballard.
Se si è d&#8217;accordo con l&#8217;espressione quasi tautologica di John Searle &#60;&#60;i cervelli creano le menti&#62;&#62; (ma che si porta dietro una serie di considerazioni interessanti) si può dunque dire addio ad una delle menti più spaventosamente originali e provocanti della letteratura del &#8216;900.
Comunque la si veda, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2009/10/23/lallegra-compagnia-del-sogno-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>19 aprile 2009: muore Ballard.</p>
<p>Se si è d&#8217;accordo con l&#8217;espressione quasi tautologica di John Searle &lt;&lt;i cervelli creano le menti&gt;&gt; (ma che si porta dietro una serie di considerazioni <a href="http://globetrotter.berkeley.edu/people/Searle/searle-con0.html" target="_blank">interessanti</a>) si può dunque dire addio ad una delle menti più spaventosamente originali e provocanti della letteratura del &#8216;900.</p>
<p>Comunque la si veda, un uomo eccezionale e la sua fantasia ineguagliabile non sono più fra noi, e di questo mi dispiaccio.</p>
<p>Prima di passare al libro, ho un paio di aneddoti su Ballard. Uno importante &#8211; personale -, l&#8217;altro meno e forse per questo, migliore.</p>
<p>Iniziamo da quello minore/migliore. Apprendo la notizia della morte di Ballard solo qualche giorno dopo, com&#8217;è consuetudine. Mi leggo tutto ciò che posso online. Conoscevo già abbastanza bene la storia di quest&#8217;uomo, rimasto vedovo prestissimo, a soli 34 anni, con 3 figli e pressoché nessun lavoro. Già avevo avuto modo di commuovermi all&#8217;idea che, con un bagaglio di dolore lancinante (per non parlare del suo passato da incubo), lui si sia comunque fidato della sua volontà, rivelatasi ferrea, e abbia scelto la strada più difficile: tentare la carriera letteraria. All&#8217;epoca aveva pubblicato ancora pochi racconti su sparute riviste: il suo futuro da scrittore era davvero incerto. Il fatto che sia emerso vincitore da questa scommessa è storia, ma nessuno potrà mai sapere quanta sofferenza gli sia costata la sfida. Probabilmente nemmeno leggendo la sua <a href="http://www.libreriauniversitaria.it/miracoli-vita-ballard-james-feltrinelli/libro/9788807702037" target="_blank">autobiografia</a> (bof: questo è uno dei prossimi) &#8211; scritta nell&#8217;anno in cui gli fu diagnosticato il tumore alla prostata con metastasi, incurabile -, penso si possano comprendere a fondo le paure, i dubbi e la disperazione che lo hanno attanagliato finché non ha iniziato a ricevere consensi di una certa portata. Dannazione, tre figli, vedovo e senza un lavoro. Brividi.</p>
<p>Dopo essermi letto l&#8217;impossibile (del cui impossibile consiglio vivamente <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/ballard_lungo dialogo.pdf" target="_blank">questo</a> articolo e <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/trovatingiro/ballard_ossessioni private.pdf" target="_blank">quest&#8217;altro</a>), mi ritengo soddisfatto e archivio la pratica. Poi, in maniera del tutto indipendente, decido che in pausa pranzo vado alla Merdinelli.</p>
<p>Una volta entrato in questo posto di angoscia e perdizione (che è tutto fuorché una libreria), noto che giusto per speculare un po&#8217; sulla morte di Ballard, i commessi avevano approntato in maniera sfacciata e discutibile una piccola bacheca verticale semovibile e piena di libri di Ballard. In alto campeggiava una scritta ipocrita, tipo: <em>Riscopriamo il genio di Ballard</em> o <em>La Feltrinelli rende omaggio a Ballard. </em>Insomma, una roba insulsa.</p>
<p>Non faccio in tempo a trattenere il mio disgusto che questo viene riscattato ampiamente (e le mie critiche confermate) quando una signora di mezz&#8217;età approccia un giovane commesso di mezz&#8217;età e, dinnanzi alla bacheca gli chiede candidamente: &lt;&lt;Non ho mai letto nulla di Ballard, sono incuriosita, mi sa consigliare qualcosa?&gt;&gt; Domanda più che lecita direi, dato l&#8217;ingombrante trabicolo.</p>
<p>Ho proprio goduto quando il commesso le ha risposto serafico: &lt;&lt;Non saprei dirle signora, non ho mai letto nulla di Ballard, ma so che è bravo. Però ho visto i film&#8230; Lui è quello del film, quello di Spielberg. E anche un altro.&gt;&gt; (Ciao brutta vecchiaccia, il mio nome è  approssimazione e pochezza e, cosa più importante, non mi devi rompere i coglioni, che ho da fare.)</p>
<p>Ehi! Dico a te, inutile commesso! Riscopri Ballard! Rendi omaggio a Ballard! Ma soprattutto, <em>leggi</em>, visto che lavori un posto che vende libri (ribadisco: guai a chiamare una Merdinelli <em>libreria</em>). Poi mi dicono che sono eccessivamente caustico nei miei giudizi&#8230; ma se non è ipocrisia questa, se non è speculazione questa, se non è ignoranza questa, be&#8217;, fate un po&#8217; voi. Mica c&#8217;era bisogno di montare &#8217;sta cazzo di bacheca, se poi nessuno ne capisce una mazza. Era palese che qualcuno avrebbe chiesto qualcosa, no? Mah.</p>
<p>Comunque sia, è davanti a una scena come questa che l&#8217;occhio mi è colpevolmente finito su un libro che (paradosso!) <strong>non</strong> stava nella bacheca, pur essendo di Ballard (valli a capi&#8217;, questi delle Merdinelli&#8230; forse non avevano realizzato che era lo stesso Ballard di cui sopra). Una bella fascetta-attira-attenzione rossa (adesso vanno di moda le fascette-attira-attenzione intorno ai libri) adornava il libro e recava una scritta che fa sempre gola: Inedito.</p>
<p>Non ho resistito. L&#8217;ho preso. Ed ecco che <em>L&#8217;allegra compagnia del sogno </em>è finito qui dentro.</p>
<p>(Meriterebbe tutta una digressione a parte l&#8217;edizione della Fanucci e la Fanucci in sé, casa editrice che pubblica un kasino di kagate come <a href="http://www.fanucci.it/libro.php?id=745" target="_blank">TVUKDB</a>, ma la farò, se mi prende bene, nella <a href="http://www.leparoledeglialtri.com/margine/case-editrici/" target="_blank">nuova sezione del sito dedicata</a> a &#8217;ste robe.)</p>
<p>Il secondo aneddoto è di natura personale e lo farò breve (lo so, lo so, sono prolisso, ma se si vogliono solo le delucidazioni sul libro si possono saltare a piè pari tutte le digressioni e andare alla seconda parte della recensione<em></em>). In età adolescente ero un disadattato (proprio come adesso, solo che non ne ero consapevole, ero in balia delle mie ossessioni private). Mentre i miei compagni di scuola scrivevano nei temi che il loro film preferito era Star Wars, o Gremlins (o, peggio mi sento: The Goonies), io avevo già costretto mia madre ad accompagnarmi 3 volte di fila al cinema a vedere <em>L&#8217;impero del Sole</em> (che a quel punto divenne il mio film preferito finché, parecchio dopo, non vidi Lynch). Avevo 12 anni.</p>
<p>Non ho mai più rivisto così tante volte un film al cinema.</p>
<p>Buoni 15 anni dopo scoprii che quel film che mi aveva segnato profondamente, che mi aveva fatto piangere ogni volta e che pensavo fosse una storia come un&#8217;altra (gli inglesi usano un termine perfetto: <em>fiction</em>, ma da noi non si può più usare, perché &#8211; drammaticamente &#8211; significa tutta un&#8217;altra cosa), in realtà era la storia vera di uno scrittore. Uno scrittore che mi piaceva e che stimavo. Era Ballard. Altre lacrime.</p>
<p><span id="more-1180"></span></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Mi tocca proprio parlare di questo libro? Non posso continuare a parlare di quanto sia riconoscente a Ballard, di quanto lo stimi? No? Va bene, su, facciamoci coraggio. Per chi volesse saperlo subito, questo non è un capolavoro. Ciò non toglie nulla al vero capolavoro di Ballard: la sua vita. Ma di quella non mi posso occupare. Quella è storia. Dunque dedichiamoci al libro.</p>
<p>Un giovane squilibrato (ex quasi-santone, ex quasi-pornomane, ex quasi-esagitato/maniaco) con l&#8217;ossessione del volo ruba un aeroplano a Heathrow e si schianta nel Tamigi, in un paesino vicino Londra.</p>
<p>Muore e resuscita.</p>
<p>No.</p>
<p>Sopravvive.</p>
<p>No.</p>
<p>Si reincarna.</p>
<p>Nemmeno.</p>
<p>Si tramuta in un semi-dio.</p>
<p>No.</p>
<p>Semplicemente muore e ciò che avviene dopo è la descrizione dell&#8217;al di là&#8230; a <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Shepperton" target="_blank">Shepperton</a>?</p>
<p>Mah.</p>
<p>Insomma, non si capisce una mazza di cosa succede, però da quando esce fuori dall&#8217;aeroplano, tutto è diverso. Si apre un Vangelo minore e apocalittico, relegato a Shepperton. Non a caso il protagonista si chiama <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/William_Blake" target="_blank">Blake</a>. È il matrimonio del cielo e dell&#8217;inferno.</p>
<p>Un libro per buoni tre quarti scritto e descritto solo attraverso epifanie. Quasi mistico. Visionario anche nella prospettiva. Perché il protagonista (e narratore) non capisce lui stesso cosa (gli) accade ed è continuamente sorpreso da se stesso e da tutto ciò che vede. E quando dico <em>sorpreso</em>, intendo <em>sconvolto</em>.</p>
<p>Ogni cosa è narrata come se fosse dietro una bolla di cristallo, distante e lievemente falsa. Quindi è difficilissimo capire ciò che è reale e ciò che non lo è. Ciò che è definitivo e ciò che è recuperabile/modificabile. Questi primi tre quarti sono intensissimi e bizzarri. Cambiano di continuo le regole e il lettore è costantemente assetato di arrivare al momento in cui tutto si stabilizzerà. Purtroppo l&#8217;ultimo quarto, quando si inizia a capire come funziona il libro e la storia, non è all&#8217;altezza del resto e tutta la potenza che Ballard ha portato incessantemente e faticosamente a crescere, si smonta in maniera meno efficace.</p>
<p>Per un lungo momento ho pensato (anche in virtù dei famosi <em>Studios</em> di Shepperton) che il libro fosse un antesignano del <em>Truman&#8217;s Show</em>, ma mi sbagliavo. Qui Jim Carrey non c&#8217;è. C&#8217;è Blake che semina (letteralmente) il suo mondo, lo crea e lo disfa. La sua visione, diventa. Punto.</p>
<p>Allora poi ho pensato che era una roba tipo <em>Vanilla Sky</em>, anche coadiuvato dal vero titolo del libro ovvero: L&#8217;illimitata compagnia del sogno. Quell&#8217;<em>illimitata</em>, mi suggeriva <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Vanilla_Sky" target="_blank">tante</a> <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Open_Your_Eyes_(film)" target="_blank">cose</a>. A proposito, ma chi cazzo decide di cambiare i titoli in maniera così assurda alla Fanucci? Dico, ma l&#8217;aggettivo <em>allegra</em>, che dà quel tono bonario da &#8220;fàmose du&#8217; risate&#8221; al libro &#8211; assolutamente fuorviante &#8211; chi ha deciso di mettercelo? Non mi fate parlare.</p>
<p>Alla fine, essendomi sbagliato in entrambe le previsioni, ho semplicemente deciso di abbandonarmi a Ballard. E ho fatto bene.</p>
<p>Questo è un libro cinematografico (sarebbe davvero bello vederne una rappresentazione su pellicola), pieno zeppo di immagini strane, mediatiche, messianiche; ma anche urbane, provinciali. E, come quasi sempre con Ballard: sessuali, estremamente sessuali.</p>
<p>Come dicevo, non un capolavoro, anzi, alla lunga stanca (come stanca l&#8217;abuso delle similitudini), ma pur sempre un libro <em>diverso</em> da tutto ciò che verrebbe in mente ad una mente che non è quella generata dal cervello di Ballard. Un delirio di onnipotenza misto a una strana forma di pornopoesia. Con Ballard è sempre così: bisogna inventarsi i termini, perché lui i termini li cambia in sé. Cambia la mappa sui cui combatti la battaglia del significato. Non è fantascienza&#8230; è meta-fantascienza. No. È fanta-teologia. No. È fanta-sociologia. Nemmeno.</p>
<p>Insomma, dimenticate la consuetudine e abbandonatevi all&#8217;ignoto. Scoprirete cose di voi stessi che nemmeno immaginereste. Questo accade al protagonista del libro e capita anche nella vita reale. Questo significa vera libertà. Ecco, sì: questo è un libro sulla libertà di essere diversi, unici (come del resto sono <em>diversi</em> i soli abitanti di Shepperton degni di descrizione &#8211; una donna (la Madonna? Maria Maddalena?) e tre bambini disabili (lo spirito santo?), e un &#8220;antagonista&#8221; (Giuda?) -  gli altri sono <em>la massa</em>). Un libro sulla libertà di essere sognatori e di poter amare senza confini tutto e tutti, e cambiare con l&#8217;amore, se non il mondo intero, una piccola parte. E scoprire se stessi.</p>
<p>Se riuscirete ad abbandonarvi all&#8217;ignoto di voi stessi, attenti a non smarrirvi: ricordatevi di uscire di casa e andare a comprare tutti i racconti di Ballard, sempre editi da Fanucci (parziale compensazione delle kagate, ammetto). Tre volumi. Un&#8217;opera essenziale in ogni biblioteca.</p>
<p>Non è fantascienza. È letteratura.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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		<title>Studi [recensione]</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 05:27:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fr</dc:creator>
				<category><![CDATA[Studi - Littel]]></category>
		<category><![CDATA[[recensioni]]]></category>

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		<description><![CDATA[[Apri la scheda del libro]
E quindi Littel è caso letterario (o littelario? &#8211; merda, non ho resistito) nel 2006 con Le Benevole. Chiaramente non l&#8217;ho letto: detesto partire dai casi letterari, specie quando sono lunghi 953 pagine. Io la vedo così: se sei un genio, ti devi riconfermare; non basta un&#8217;opera.
Così quando ho visto questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="http://www.leparoledeglialtri.com/2009/11/05/studi-scheda/" target="_blank">[Apri la scheda del libro]</a></p>
<p>E quindi Littel è caso letterario (o littelario? &#8211; merda, non ho resistito) nel 2006 con <em>Le Benevole</em>. Chiaramente non l&#8217;ho letto: detesto partire dai casi letterari, specie quando sono lunghi 953 pagine. Io la vedo così: se sei un genio, ti devi riconfermare; non basta un&#8217;opera.</p>
<p>Così quando ho visto questo libello edito da nottetempo (che fa delle edizioncine davvero commoventi per il loro rigore estetico e la loro dimensione minuta &#8211; dei veri &#8220;tascabili&#8221;) ho deciso di vincere lo scetticismo imposto dal titolo e comprarlo. Scetticismo, perché se un libro è intitolato <em>Studi </em>ed è composto da racconti e non da saggi, mi immagino che l&#8217;autore non avesse mai pensato ad una pubblicazione. Quindi fiuto la mossa commerciale. Comunque mi son detto: vediamo se in testi così ristretti si manifesta il genio. La risposta è stata lampante: no.</p>
<p>Di solito queste mosse commerciali vengono fatte <em>post mortem</em>, però evidentemente, dato il successo ottenuto col mattone epico sulle SS e la mancanza di altri titoli a disposizione, Littel si deve esser visto sul tavolo una proposta talmente allettante che alla fine ha ceduto a pubblicare questi brevissimi racconti. Molto probabilmente nella sua idea, non avrebbero mai dovuto vedere la luce. Almeno spero&#8230; leggo in rete che Littel stesso avrebbe <em>scelto</em> la nottetempo per pubblicare in Italia questi racconti, discostandosi da Einaudi. Mah. Resto perplesso: non sulla scelta dell&#8217;editore, che condivido a pieno, ma sulla scelta stessa di pubblicare i testi.</p>
<p><span id="more-1200"></span>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Tuttavia, qualcosa in questi micro racconti c&#8217;è. Forse non abbastanza a spingermi verso il mattone, ma il libretto l&#8217;ho letto volentieri in una trasferta Roma-Parigi. Se proprio devo stilare giudizi, direi che di ottimo non c&#8217;è nulla, di buono un po&#8217; e di mediocre tanto. I migliori racconti sono il primo e l&#8217;ultimo; i due di mezzo si possono tranquillamente buttare nel cesso.</p>
<p>Ma allora vale la pena comprarlo, leggerlo? Il mio suggerimento è questo: non compratelo. Se siete curiosi, il momento che lo adocchiate in libreria, prendetevi 15 minuti e vi leggete il primo racconto e l&#8217;ultimo. Il primo parla di una non meglio identificata guerra ed ha un finale che vale tutte le pagine. L&#8217;ultimo è davvero bello: storia di lui che, dopo aver beccato lei che lo ha tradito, discute analiticamente tutte le possibilità di svolgimento del loro futuro di coppia. Identifica 4 possibilità. La curiosità sta nel fatto che non chiama nulla per nome (si <em>capisce</em> che è stato tradito, ma non viene <em>mai </em>detto) e che affronta la cosa in maniera talmente teorica e astratta, che alla fine sembra una specie di trattato di logica. Mi ha divertito. Anche perché la tensione è ben dosata: il testo alterna rigore mentale a passione contratta dalla sofferenza.</p>
<p>Tutto sommato, un libretto di intrattenimento senza pretese se non quelle di essere degli studi funzionali per l&#8217;autore. Voi potete tranquillamente risparmiarveli.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/it/" target="_blank"><img class="alignright" style="border-width: 0pt;" title="Questa recensione ha licenza Creative Commons" src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/it/88x31.png" alt="Creative Commons License" width="88" height="31" /></a></p>
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