‘Un cinese a Buenos Aires - Magnus’
- 13.1.10Un cinese a Buenos Aires [recensione]
Capita a tutti di sbagliare. Quindi, se non avete ancora letto questo libro, vi perdono. Ora uscite e andate a comprarlo. Oppure no, meglio, collegatevi al sito di questa piccola e importante casa editrice specializzata in lingue ispaniche (tutte, dal castigliano al galego). Lì potrete comprare con sconti sontuosi, usufruendo del paradigma della zia Luisa. E darete pure più soldi all’editore (e meno ai distributori), fico, no? Oppure, in ultima analisi, forse la cosa migliore è andare dal vostro libraio di fiducia (non parlo delle multinazionali della merda) e farglielo ordinare. Vano tentativo di tenere in vita quei posti splendidi e polverosi chiamati librerie. Insomma, vedete voi, però procuratevelo.
Ma procediamo con ordine.
Anche questo è uno dei tanti libercoli comprati alla fiera dei libri liberi. Quando son passato allo stand della gran vía sono stato attratto dalla solita fascetta attira attenzione (a questo punto mi sa che funzionano davvero). Vi campeggiava un’affermazione di tale Nuria Amat. Diceva: “È nato un nuovo Cortázar? Non perdetevi queste avventure e disavventure di un cinese in Argentina”.
Mi chiedo se la Amat abbia mai letto questo libro. No, dico davvero.
- Cortázar non c’entra una mazza.
- Non ci sono molte disavventure di un cinese in Argentina (a dispetto del titolo, ma avrò modo di parlarne più in avanti).
Ora, chi pronuncia la parola Cortázar davanti al sottoscritto deve stare molto attento, perché va a toccare un pezzo di mitologia personale. Molti pensano che scrivere un racconto sia come scrivere un romanzo, solo più breve. Cortázar, seguendo le orme di Borges, ha creato una nuova dimensione per il racconto. Dopo di loro, il concetto istesso di racconto è mutato irrimediabilmente. Nessuno si può più cimentare su quella strada ignorando la loro rivoluzione.
E insomma, allo stand della gran vía c’era un Simpatico Ispido Barbuto, uno di quelli con la parlantina facile (ma che lo vedi che è un po’ timido, la parlantina è tutta un’architettura protettiva), uno di quelli che ti aspetti di trovare in trattoria per condividere un cicchetto, quando stacchi dal lavoro (con l’unica differenza che lui ci passa la giornata intera, in trattoria – è evidente).
Gli chiesi – con tono abbastanza polemico, lo ammetto –, ma è davvero come Cortázar ’sto qua?
Quel S. I. B. mi stupì (e non è una roba facile, stupirmi) disse semplicemente: non sono mica io che lo dico, quelle sono le parole di Nuria Amat.
(Pausa.)
(Pausa più prolungata dal chiaro significato, sì occhèi, ma tu allora che ne pensi?)
S. I. B. – Secondo me non c’entra nulla con Cortázar. Questo è un libro comico.
Ecco, se c’è una cosa che in questo mondo va onorata, è l’onestà. Specie l’onestà di quelli che sai che hanno come un certo interesse per i tuoi schei. Io l’ho rispettato per questo. E gli ho comprato il libro. E ho fatto bene. E aveva ragione, non c’entra una mazza con Cortázar. E ti spacca dalle risate.
All’epoca non sapevo di star parlando nientepopodimeno che con l’esimio Fabio Cremonesi in persona, ovvero il creatore di questa piccola realtà italiana, oserei dire padana (ma non lo dirò perché suona troppo leghista); comunque sia, il buon Cremonesi è il patròn della gran vía. Adesso invece lo so, e non mi cambia nulla saperlo, se non forse che mi fa provare ancora più di stima nei suoi confronti (aho, se la baracca va per aria è lui a essere nella merda, non te).
Ma veniamo al libro. Partirò dal titolo. Come dicevo, a totale dispetto di questo, il personaggio principale non è un cinese a Buenos Aires, sebbene i cinesi nel libro, e a quanto pare a Buenos Aires, non mancano (io pensavo fossero tutti a piazza Vittorio o in Cina) e il cinese in questione, quello a cui fa riferimento il titolo, è presente per un buon 5% della storia.
5%?
Sì, infatti il nostro eroe è un… argentino, il quale si trova… a Buenos Aires. Strano eh?
Ho polemizzato con il traduttore (che è sempre Fabio Cremonesi; praticamente un fac totum – non so come sia in veste di patròn, ma come traduttore è sublime) sulla storpiatura del titolo. Il titolo originale è Un cinese in bicicletta. Lui dice che in italiano suona meglio la sua versione (e non gli posso dare torto) e che tutto sommato non si perde granché in termini semantici fra le due.
In effetti è così.
Dal mio punto di vista però entrambi i titoli sono sbagliati.
Questo libro si doveva chiamare Un argentino a Buenos Aires. Primo perché è un titolo che spiazza per la sua intrinseca proprietà lapalissiana. Poi perché il personaggio principale è in effetti argentino e perché l’azione si svolge, a tutti gli effetti, a Buenos Aires. Al limite, ma proprio al limite, si poteva mettere in calce una di quelle frasi ammiccanti tipo non la Buenos Aires che pensi tu. Ma adesso basta cazzate, veniamo al dunque.
- 02.15.10Un cinese a Buenos Aires [pg. 256]
Anche le armi che i Dragoni e gli Atlantas hanno in comune sono tre: il mah-jong (che gli Atlantas chiamano Burrako e sostengono di avere inventato prima), il tirare sul prezzo (che i Dragoni chiamano Bisnes) e il cattivo gusto (che entrambi chiamano Tradizione).
- 02.11.10Un cinese a Buenos Aires [pg. 230]
Potenza nel senso del potenziale, è chiaro che il mondo non lo domina chi ha la capacità pratica per farlo ma chi sa usare quella degli altri a proprio beneficio in maniera intelligente, se tutti i poveri si mettessero a scioperare il pianeta collasserebbe ma non per questo sono loro i padroni del mondo, questo è il grande paradosso che il comunismo ha cercato di risolvere, ma i paradossi non hanno una soluzione, è questo il paradosso più grande.
- 02.10.10Un cinese a Buenos Aires [pg. 214]
-È stata l’ultima notte della mia vita.
-Anche adesso è notte.
-Ma io adesso sono morto.
-Lo nascondi abbastanza bene.
-Non a caso sono un attore.
- 02.9.10Un cinese a Buenos Aires [pg. 210]
Noi uomini abbiamo la stessa proporzione di acqua nel corpo e di veleno nell’anima.
- 02.8.10Un cinese a Buenos Aires [pg. 206]
Il maestro continuò a parlare, tuttavia io pensavo di aver già trovato la soluzione: visto che creare un software imperfetto era altrettanto improbabile che creare un essere umano perfetto, la soluzione era sviluppare un software umano, ovvero un software che contenesse un altro software che non lo lasciasse funzionare efficacemente, una specie di virus interno che, proprio come un trauma infantile o una malformazione congenita, lo obbligasse ad avere dei dubbi o ad autosabotarsi, a fare a volte delle cose senza sapere perché e a fidarsi in certi momenti non di se stesso ma del caso. Lo battezzai GO, Grand’Omo, e occupa il primo posto nella lista delle cose che non farò mai.
- 02.7.10Un cinese a Buenos Aires [pg. 205]
Gli accademici sono molto gelosi delle loro idee, e meno le idee sono interessanti per il resto del mondo più ne sono gelosi, però allo stesso tempo l’impegno di custodire i loro inutili segreti li rende così solitari e disgraziati che per ottenere un po’ di attenzione sono capaci di rivelarti anche la combinazione della loro cassaforte…
- 02.6.10Un cinese a Buenos Aires [pg. 202]
Un’altra sua tara notevole era la gestualità, come quei subnormali che si vestono all’indiana e pensano che siccome fanno yoga sfuggiranno al karma della propria idiozia, quel finto cinese sicuramente credeva che copiando i gesti dei monaci buddisti lo avrebbero candidato al Nobel per la pace, parlava lentamente e sempre con un inizio di sorriso sulle labbra ma non bisognava essere molto perspicaci per intuire che tutto quell’amore filantropico nascondeva un odio contenuto, ci scommetto una gamba che appena qualcuno gli passava davanti in coda al supermercato il cavernicolo che aveva dentro riemergeva, sempre pronto al massacro.
- 02.5.10Un cinese a Buenos Aires [pg. 178]
Per lei il politicamente corretto era una forma di razzismo, forse la peggiore, era convinta che se ci sbattessimo in faccia i nostri pregiudizi ci libereremmo delle tensioni, e chi non lo fa prima o poi ne pagherà le conseguenze, diceva anche che quando finalmente tutta questa melassa ipocrita sparirà, leggere i libri che si scrivono di questi tempi provocherà lo stesso malessere che noi proviamo oggi a leggere certe frasi razziste dei libri di cent’anni fa.
- 02.4.10Un cinese a Buenos Aires [pg. 137]
Copiano le loro copie, con precisione sempre maggiore. La loro speranza è di riuscire un giorno a diventare uguali a se stessi.