‘L'elefante scomparso – Murakami’

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  • 48.11.09L'elefante scomparso [recensione]

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    Dopo aver letto Norwegian Wood. Tokyo blues (che all’epoca, quando lo lessi più di 15 anni fa, in italiano si chiamava solo Tokyo Blues e, sebbene me ne ricordi molto poco, mi pare un titolo molto più appropriato che “legno norvegese” – non so come la pensiate voi), Dance Dance Dance, L’uccello che girava le Viti del Mondo, La fine del mondo e il paese delle meraviglie, mi sono deciso a comprare questo libro di racconti. Ce ne sono 17.

    I racconti spaziano dai primi anni ’80 fino al ’93, data di copyright dell’autore sul libro. A posteriori credo siano stati aggiunti gli ultimi due racconti, datati entrambi 1999.

    Senza girarci troppo intorno: questo libro è nettamente inferiore a qualsiasi cosa io abbia mai letto di Murakami. Sarà pure che il giapponese si esprime al meglio sulla lunga distanza, o che io sono un vero cultore della forma breve (e quindi pretendo standard altissimi), ma non per questo gli posso perdonare che la maggior parte di questi racconti sono senza mordente, senza profondità. Per carità: tutto è ben scritto e delineato. Solo che è noioso. Alla fine di molti racconti ti viene da dire: e allora?

    Il racconto non si confà alle infinite digressioni di Murakami, che se è abile in una cosa, è quella di farti perdere in tante storie collaterali. Di racconti sinceramente se ne salvano solo 2-3, in particolare l’ultimo (premio per chi riesce a superare la noia terminale accumulata fino a pagina 293?) che coinvolge davvero e fa passare un buon quarto d’ora.

    Decisamente un libro che mi sento di consigliare solo a chi vuole una lettura di massima evasione, un po’ da ombrellone (ma che non sia necessariamente La Casta e altre idiozie del genere) e che non smuova quasi nessuna emozione.

    O agli amanti indefessi di Murakami. Sì, a voi può piacere anche questo. Ricordate: lo amate. Non solo, scoprirete con piacere anche che, alla stregua di tanti altri scrittori (a caldo mi viene a mente subito Ballard, ma ve ne sono parecchi altri), anche il nipponico ha usato la forma del racconto come abbozzo o studio per veri e propri romanzi. E forse in questa pratica di studio incompiuto è contenuto il vero motivo per cui alcuni di questi racconti risultano così superficiali.

    (continua…)

  • 08.11.09L'elefante scomparso [pg. 114]

    Ciò che poteva fornirmi da incentivo era infatti terribilmente distante. A volte la distanza era tale che superava perfino la durata di vita media dei miei criteri d’azione e dei miei sentimenti.

    da Lederhosen

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  • 08.10.09L'elefante scomparso [pg. 178]

    Mi grattai dietro l’orecchio col manico del cucchiaino, poi lo riposai sul piattino. Di nuovo mia sorella mi diede un calcio, ma lui non sembrò cogliere il significato di quel gesto. Forse capiva soltanto il linguaggio computerizzato.

    - Come vi invidio, di andare tanto d’accordo, – disse.

    - Già, infatti quando siamo felici ci prendiamo a calci.

    L’ingegnere elettronico prese un’espressione interdetta.

    - Sta scherzando, – disse mia sorella con aria annoiata. – Deve sempre fare battute.

    - Sì, faccio battute, – commentai. – In casa ci dividiamo i lavori, lei fa il bucato, io faccio le battute.

    da Affare di famiglia

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  • 08.3.09L'elefante scomparso [pg. 166]

    - Il tuo modo di vedere le cose è troppo limitato, – mi disse una volta. In realtà stavamo parlando di spaghetti, era di limitatezza nei loro confronti che lei mi stava accusando.

    Ovviamente non si riferiva solo a quelli, dietro gli spaghetti faceva capolino il suo fidanzato, ed era a proposito di lui che mia sorella stava attaccando briga. Insomma stavamo litigando per procura.

    da Affare di famiglia

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  • 07.29.09L'elefante scomparso [pg. 78]

    A dir la verità, sono estremamente scontento di essere quel che sono. Non tanto riguardo al mio aspetto, o alle mie capacità, o alla mia posizione sociale. Semplicemente riguardo al fatto di essere quello che sono. Sento che non è affatto equo.

    da Il messaggio del canguro

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  • 07.27.09L'elefante scomparso [pg. 28]

    Anch’io le raccontavo tante cose, però mai nulla di importante. Non c’era nulla di cui dovessi parlarle.

    Sinceramente.

    Non c’è nulla di cui si debba mai parlare.

    da Granai incendiati

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