‘La solitudine del maratoneta – Sillitoe’

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  • 810.19.09La solitudine del maratoneta [recensione]

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    Esistono le grandi case editrici. Esistono quelle medie. Poi esistono quelle piccole e infine quelle piccolissime. Tutti sanno dove si collocano. E chiunque non sia uno sprovveduto, prendendo in mano un libro qualsiasi, riconosce immediatamente da quale di questi mondi proviene. Poi la maggiorparte non saprà che pressoché tutte le grandi case editrici e i più importanti mezzi di informazione italiani sono proprietà di soli 4-5 colossi editoriali. Ma questo aprirebbe tutto un altro discorso un tantinello fuoriluogo. Va bene, visto che ci tenete tanto, lo faccio lo stesso.

    Provate a cercare una qualsiasi casa editrice e risalire al gruppo di banche/imprese/politici che ne hanno la maggioranza azionaria. Resterete basiti. Vi piace l’Adelphi ma odiate le banche? Be’, fateci pace. Detestate quei fighetti fancazzisti discotecari di Radio Deejay, voi che siete intellettuali seri, che comprate Micromega? Vi compatisco. Fatevi una ricerchina. Non ve ne frega un cazzo? Ecco, è questo il problema.

    In questo sistema labirintico si annida il pericolo della libertà di stampa e questo pericolo emerge solo realizzando la dinamica degli accordi che soggiacciono ai colossi. La retorica di merda della sinistra italiana non serve a un cazzo perché è parte in causa e foriera di questo disastro. La libertà di stampa è davvero a repentaglio perché tutte queste presunte diversità con cui diamo voce alle nostre (importantissime e diversissime!) identità, con cui le formiamo e le informiamo, le foggiamo, le nutriamo, appartengono sempre agli stessi gruppi editoriali. La conseguenza di questa drammatica realtà è che gli introiti vanno sempre nelle tasche di quei 4-5 colossi. E la catastrofe, quella vera, è che ce lo fanno sotto agli occhi, nella legalità più pulita. E nessuno che boicotta, nessuno che se ne interessa. Di sicuro non usciranno a mangiarsi una pizza insieme, ma il discotecaro e l’intellettuale versano l’obolo nella stessa cassetta. Ignari di tutto e probabilmente convinti di distinguersi.

    Tutto questo, per me, è il segnale evidente che c’è un relativismo schiacciante che ha corrotto gli ideali e la società, modificandola nel profondo e rendendo i poveracci come noi più soli, più vulnerabili, più manipolabili, più apatici. Risalire alle fonti è difficilissimo e, in questa grande confusione (in fisica diremmo: complessità), chi ha la bussola può fare ciò che vuole. Gli altri sono schiavi inconsapevoli. Come si dice? In terra dei ciechi, beato chi ha un occhio solo.

    Ma torniamo a noi.

    Un tempo le grandi case editrici erano veramente grandi. Erano le grandigrandi case editrici. D’altronde erano anche le uniche. Se si pensa che Ritorna, dottor Caligari fu scritto da Barthelme nel 1964 e che la Bompiani già nel 1967 l’aveva tradotto e pubblicato, ci rendiamo conto dell’attenzione che esisteva da parte delle grandigrandi case editrici verso quella che era la cultura contemporanea. Anzi, più che contemporanea: istantanea. Sì, lo so, sto facendo un discorso snob. È vero, sono snob, che ci posso fare? Sono un poveraccio snob.

    A quel tempo le  grandigrandi case editrici erano piene di grandigrandi autori che contribuivano attivamente nelle redazioni. Non esisteva allora un concetto come quello del mestiere dello scrittore, perché era la loro vita istessa ad essere quella di scrittori. Semplicemente, erano scrittori. Il che è ben diverso dal dire: scrivevano libri. Erano intellettuali, aristocratici anche se poveri in canna, erano ispirati. Erano senza scampo, condannati. Non avrebbero potuto essere null’altro.

    Oggi quel mondo non esiste più. Oggi è tutto regolato dal sottile meccanismo del mercato globale. Nelle redazioni pullulano gli strateghi del marketing e dei business models. Una cagata. Gli scrittori? Be’, quelli veri o si impiccano o vendono diritti per film per non morire poveri sognando il Vomero; gli altri, quelli che scrivono libri, stanno prendendo il loro terzo master in marketing management for sustainable publishing, in modo da far fruttare al meglio il loro prossimo eco-best seller (già sanno che sarà un best seller; non è inquietante?).

    Riuscite a immaginare Cesare Pavese che si iscrive a un corso di scrittura creativa? O Beppe Fenoglio che legge Marketing Literature for Dummies? Non ci riuscite? Meno male.

    Dunque le ex-grandigrandi case editrici, ora sono diventate mediocrigrandi (il grassetto sul “mediocri” è perché fanno parte dei colossi di cui sopra). Non che non pubblichino più opere contemporanee valide. No, questo non si può affermare del tutto. A volte ancora lo fanno. Però sono dimentiche del valore della cultura, cavalcano le mode, non ristampano capolavori. E questo è gravissimo, è una perdita enorme per tutti. Avere solo occhi rivolti al profitto immediato significa non dare peso alla cultura. La cultura è senza tempo, senza profitti, senza strategie.

    Per esempio: vi siete persi l’edizione del primo libo di Barthelme che Bompiani pubblicò nel ’67, chennesò, com’è successo a me, semplicemente perché eravate così fessi da non essere ancora nati? Cazzi vostri. La Bompiani non lo ristampa più. E infatti la Bompiani è un esempio lampante di casa editrice mediocregrande (la Bompiani a chi fa capo?). Quanti romanzi assolutamente imprescindibili avete letto ultimamente, pubblicati da Bompiani? Nessuno. D’altra parte cosa vi aspettate da una casa editrice che ha nel suo sconfinato catalogo la possibilità di pubblicare 3 opere di Donald Barthelme e decide di non ristamparne più nessuna, addirittura cedendo i diritti di stampa? Io mi aspetto che cada in disgrazia. Anzi, me lo auguro. Deve morire.

    Se state ancora rimuginando su quell’ingiustizia dell’essere nati troppo tardi rispetto ai piani quinquennali e alle tirature della Bompiani (probabilmente sottoposti ad un durissimo pressing da parte del colosso a cui fa capo), una soluzione ancora c’è. Non disperate. Sulla pagina del sito della minimum fax dedicata al grande Don B, c’è scritto:

    I seguenti titoli non sono più in ristampa:

    • Ritorna, dottor Caligari, Bompiani, Milano 1967
    • Biancaneve, Bompiani, Milano 1972
    • Atti innaturali, pratiche innominabili, Bompiani, Milano 1969.
    • Il padre morto, Einaudi, Torino 1979.

    Ed ecco che qui entrano in gioco le case editrici medie, alcune delle quali sono senza dubbio grandimedie (il grassetto è perché non fanno parte dei colossi di cui sopra), soprattutto quelle che hanno un numero esiguo di dipendenti. Le cosiddette indipendenti. La minimum fax è una di queste. Prova ne è che i primi tre titoli che leggete nella lista puntata, li ha prontamente ristampati nella sua splendida collana Minimum Classics. E mi ci gioco un vinile degli Shorty che il quarto è in arrivo.

    L’obiettivo non troppo velato di questa collana è di riscoprire la tradizione letteraria anglo-americana del secondo dopo guerra ristampando capolavori introvabili in lingua italiana. Tutto sommato un’idea anche banalotta. Così banale che nessun’altra casa editrice la persegue. Per questo io premio la Minimum Fax (anche se poi la schifo un po’ perché, usando un pretestuoso parallelo di “solitudine”, fa fare la prefazione del libro di Sillitoe a Paolo Giordano; una così putrida strategia di marketing, che è meglio sorvolare).

    La tradizione di cui parlo spazia da John Barth a Richard Yates, dal postmodernismo al minimalismo, le due correnti letterarie più importanti dagli anni ’50 in poi. In questa tradizione non poteva mancare il primo libro di Alan Sillitoe, anche perché l’Einaudi non lo ristampa più…

    (Grazie Minimum Fax di non avermi fatto rimpiangere la mia data di nascita. Sarebbe stato complicato da gestire. So che se avessi incolpato mia madre per aver copulato così tardi, non avrebbe retto il colpo.)

    (continua…)

  • 210.18.09La solitudine del maratoneta [pg. 167]

    Perché sapete, io non mi ucciderò mai. Datemi retta. Io camperò, mezzo scemo come sono, fino a centocinque anni, e poi me ne andrò strillando come un’aquila perché voglio restare dove sono.

    da Sabato pomeriggio

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  • 010.17.09La solitudine del maratoneta [pg. 166]

    Tutto questo mi farà pensare due volte al nervoso che mi viene in certi momenti. Quel nero sacco di carbone chiuso dentro di te, e il muso lungo che ti fa venire, non significa che pensi d’impiccarti o gettarti sotto un autobus a due piani o buttarti da una finestra o tagliarti la gola con una scatola di sardine o ficcare la testa nel forno a gas o scaricare quel sacco di merda del tuo corpo su una linea ferroviaria, perché quando ti senti così giù non riesci neanche a muoverti dalla seggiola.

    da Sabato pomeriggio

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  • 010.16.09La solitudine del maratoneta [pg. 156]

    Naturalmente, allora non sapevo che presto avrei visto qualcosa di cui al cinema non si vede mai l’uguale, un tizio in carne e ossa che cercava di impiccarsi. A quell’epoca ero solo un bambino, dunque potete immaginare come me la godetti.

    da Sabato pomeriggio

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  • 010.11.09La solitudine del maratoneta [pg. 28]

    Ciò che conta nella vita è la furbizia, e anche quella devi usarla nel modo più accorto possibile; diciamolo francamente: loro sono furbi, e io pure. Se solo <<loro>> e <<noi>> avessimo le stesse idee fileremmo d’amore e d’accordo come due innamorati, ma loro non la pensano esattamente come noi e noi non la pensiamo esattamente come loro, così stanno le cose e così staranno sempre. L’unica verità è che siamo tutti furbi, e per questo non ci possiamo soffrire.

    da La solitudine del maratoneta

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  • 010.9.09La solitudine del maratoneta [pg. 222]

    <<Be’, sono contento che ora tu stia meglio>>, dissi, e nella lunga pausa di silenzio che seguì mi resi conto che dopotutto il mondo di Frankie era intoccabile, che senza dubbio i solerti-metodi-scientifici investigatori potevano raggiungerlo, potevano costringerlo a nascondersi, potevano uccidere il corpo che l’ospitava, ma a lungo andare non avevano proprio nessun potere per far del male alle menti come la sua. C’è una parte della giungla che il bisturi non raggiungerà mai.

    da La decadenza e il crollo di Frankie Buller

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  • 010.5.09La solitudine del maratoneta [pg. 162]

    E poi sul viso aveva un’espressione curiosa: anche quando parlava con me giuro che non mi vedeva. Era diverso dal muso che mette su il mio vecchio, e immagino sia per questo che il mio vecchio non s’impiccherebbe mai, sfortunatamente, perché non ha mai sul muso l’espressione che aveva questo tizio.

    da Sabato pomeriggio

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