‘La casa di Rosa – Klimko-Dobrzaniecki’

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  • 17.10.10La casa di Rosa [recensione]

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    Appena prendi in mano questo libro ti colpisce il fatto che non sai da che parte iniziare. Sì perché ha ben due copertine, ma nessuna quarta di copertina (aka: retro). E le due copertine sono identiche! Si può decidere di iniziare il libro dalla parte che, una volta aperta, si scopre essere chiamata La casa oppure dalla parte chiamata Krýsuvík, basta capovolgere il libro.

    La Keller editore però ti dà un indizio. Infatti piazza una simpatica fascetta-attira-attenzione in posizione inusuale: verticalmente sulla copertina dal lato de La casa, come a dire: è da qui che ti conviene iniziare. La cosa che invece è chiara fin da subito è che, da qualunque punto tu voglia iniziare,  per capire l’opera intera dovrai leggere entrambe le storie.

    Non ci ho pensato troppo su, e ho iniziato da lì.

    La casa parla di un immigrato polacco che trova lavoro in una casa di riposo per anziani, in Islanda. A tratti potrebbe sembrare un racconto autobiografico, dato che il buon Klimko-Dobrzaniecki ha vissuto per molti anni in Islanda, ed è a tutti gli effetti polacco. In seconda (o terza?) di copertina si può leggere una breve biografia dell’autore:

    Hubert Klimko-Dobrzaniecki è nato nel 1967 a Bielawa, nella Bassa Slesia. Ha studiato teologia, filosofia e filologia islandese. Nella sua vita ha svolto diversi mestieri, tra cui lo spennatore di tacchini, il mimo, il guardiano di porci, l’operaio agricolo, il contrabbandiere di diamanti, il commerciante di caviale e di opere d’arte. Ha pubblicato due raccolte di poesie in lingua islandese.

    eccetera eccetera.

    E quindi il protagonista de La casa è molto facilmente identificabile con il buon Hubert. Detto questo potrei dilungarmi su come Klimko faccia riflettere il suo personaggio/alter-ego sulla vita e la morte, essendo sempre così vicino alla morte, anzi alla gestione cinica e burocratica della morte. Ma purtroppo La casa è un testo abbastanza scialbo, privo di vera profondità che si perde nella descrizione di alcuni personaggi assolutamente inutili e che mette in mezzo troppe digressioni senza soffermarsi mai sui passaggi fondamentali. Forse è il tentativo di trattare temi pesanti mediante una scrittura leggera; se così fosse è un tentativo non riuscito.

    Il protagonista ha anche una figlia molto piccola e quindi si interroga sul senso della vita, strattonato fra i due poli estremi: l’inizio e la fine; i bambini e rimbambiti. Alcune delle sue riflessioni sono molto belle, ma in generale, quando la storia entra nel vivo, il libro perde mordente e ti frustra con aneddoti su infermieri melochecche che inculano pazienti incapaci di intendere e di volere usando le supposte come lubrificante anale, o sulla gestione degli escrementi dei pazienti.

    Come dire, tutto questo passa abbastanza agevolmente perché ti ci fai su una risata e dici: arriverà il bello, a un certo punto. E invece no, Hubert decide che deve inserire un personaggio, a metà racconto, totalmente privo di senso, tale: Boro. E lì veramente tutta la trama va a farsi fottere. Come quando a scuola ti scrivevano sul compito in classe: “sei uscito fuori tema”. Uguale.

    Per fortuna però, così come è arrivato, Boro sparisce senza lasciare granché ai lettori, né al protagonista. E dunque verso la fine il racconto La casa si riprende, in particolare quando il protagonista accede alla zona di lusso della casa di riposo (solo per i più ricchi), il famoso Tetto. Fino ad allora, essendo “in prova” gli avevano fatto fare tutti i reparti, ma siccome lui è il protagonista del libro, chiaramente ottiene qualche favore (essendo uno veramente figo; mai che il protagonista sia uno stronzo emerito, eh?).

    In definitiva questa parte mi ha lasciato molto scettico. Sicuramente ci sono dei bei momenti, ma nel complesso è mediocre. Molti temi sono solo accennati, sviluppati pochissimo, così che ti lasciano appeso a un filo. Unico spunto di vera riflessione è sul cinismo dilagante: degli infermieri, dei pazienti stessi, ma soprattutto di alcuni parenti che non vedono l’ora che il vecchio schiatti di modo da ereditare qualcosa. E in questo senso, la casa di cura non fa che agevolare la morte di questi pazienti “raccomandati”.  Splendida la descrizione della morte assistita di Eggert, che non ne voleva sapere per nulla di morire, ma che alla fine deve soccombere alle cure. Anche qui: lo spunto sull’ambiguità dell’eutanasia c’è, ma non fai a tempo a mettertici a pensare che il protagonista già sta facendo mille altre cose vane come pubblicare un libro di poesia (altro elemento autobiografico). Allorché dici: e quindi? Quindi nulla: ti voleva solo dire che ha pubblicato un libro di poesie. Utile, eh? Panta rei.

    Il protagonista è perso fra mille inutilità. La scrittura pure.

    Alla fine de La casa, il protagonista sul Tetto incontra la famosa Rosa: la ricchissima paziente cieca che tutto percepisce. E lì le cose si fanno diverse. Innanzitutto capisci il senso del titolo del libro e poi intuisci che quando ti metterai a leggere la seconda parte, succederà qualcosa che non ti aspetti. E in effetti succede qualcosa di inaspettato: arriva della letteratura.

    La cosa bella è che pure l’incontro fra il protagonista e Rosa è giusto un accenno, ma qui la sospensione è intensa, funziona davvero, perché poi devi capovolgere il libro e leggere Krýsuvík…

    (continua…)

  • 44.30.10La casa di Rosa [pg. 45]

    Il pastore mi chiese se la volevo prendere in moglie, senza pensarci due volte risposi di sì. E subito dopo chiese se la volevo nel bene e nel male, finché morte non ci separi, ma come sarebbe finché morte non ci separi, io non voglio che la morte ci separi e neanche che uno viva in solitudine, se si vive, si vive insieme, e se si muore si muore pure insieme.

    Da Krýsuvík

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  • 24.29.10La casa di Rosa [pg. 33]

    I sassi. Sembrano delle schifezze, intralciano la strada, una roba brutta, eppure senza i sassi non c’è modo, è impossibile costruire una buona casa, i sassi ci devono essere, così come ci devono essere le persone, che cosa sarebbe mai un sasso senza l’uomo, nulla, se ne starebbe fermo sulla strada, così invece si può raccoglierlo e farne buon uso, e dove ci sono i sassi l’uomo ha qualcosa da fare.

    Da Krýsuvík

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  • 14.27.10La casa di Rosa [pg. 7]

    Io non parlo con Dio, non ci ho mai provato, non so come si fa, né da dove partire. Avrei paura di fare la figura del cretino, magari con Dio non si inizia affatto in modo normale, come in un ufficio o dal notaio, con un buongiorno, mi chiamo Tómas, avrei qualche quesito da porre alla Vostra Ultraterrenità.

    Da Krýsuvík

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  • 14.18.10La casa di Rosa [pg. 133]

    …perché questo nostro mondo è orrendo e spietato, talvolta è meglio non avere figli, non avere famiglia, persino non vedere è meglio, per non dover guardare come si viene uccisi dai propri figli, come ci si dissolve ridotti in polvere.

    Da La casa

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  • 04.17.10La casa di Rosa [pg. 103]

    Finalmente mi sento bene. Libero, ricaricato, chakramato, rosariato, più vicino a Dio. Devo scrivere al Vaticano. L’uomo è più vicino a Dio quando è sullo snowboard. Può sembrare stupido, vuoto, fatuo, provocatorio, ma è la verità.

    Da La casa

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  • 04.11.10La casa di Rosa [pg. 45]

    E poi finisce che i figli non ti conoscono, ti sistemano in un istituto come questo, firmano il documento di eutanasia, perché ti ostini a vivere troppo a lungo mentre i tuoi quattrini servirebbero a finire di pagare le rate di un grosso fuoristrada.

    Da La casa

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