‘Ingegnere del tempo perduto – Duchamp’

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  • 410.10.10Ingegnere del tempo perduto [recensione]

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    A una di queste inutili cene di lavoro a cui partecipo con drammatica regolarità, per un qualche miracolo divino, l’argomento di conversazione non era, come sempre, il lavoro istesso, (è una terribile abitudine, quella di non avere altri argomenti oltre al lavoro), ma si parlava niente popò di meno che di arte. L’arte, intesa come quella in cui ci sono i quadri e via dicendo (perché, detto fra noi, anche la letteratura è arte, ma quando uno dice che parla di arte, non intende mai di letteratura).

    Ma vi rendete conto? Un argomento diverso dal lavoro? A una cena di lavoro? Impensabile. Praticamente un’eresia.

    Un’eresia che per me però è stata come una boccata d’aria fresca. L’arte è uno dei miei argomenti preferiti; d’altronde come dice lo stesso Duchamp è un atto masturbatorio (e chi mi conosce lo sa: la masturbazione è fra le mie passioni più grandi) quindi a quella cena, invece di avere la consueta faccia da culo che sfodero senza colpo ferire per queste occasioni, avevo realmente appizzato le orecchie. In particolare a un certo punto si è addirittura arrivati a Duchamp (ed è il motivo per cui l’aneddoto è in questa recensione) e giunti a quel momento ero già al mio quarto bicchiere di rosso; dunque non solo ero particolarmente lucido, ma anche molto reattivo.

    Un personaggio francese che assomiglia a Mr Bean a un certo punto ha detto una frase del tipo: “Nell’arte classica c’è il soggetto, ma non c’è l’idea, mentre nell’arte moderna c’è l’idea ma non c’è nessun soggetto.” Posto che, chiaramente, questa è una semplificazione estrema, l’ho trovato un modo brillante di riassumere il passaggio di svolta fra l’arte classica all’arte moderna e poi all’arte contemporanea.

    (Notoriamente esistono casi clamorosi in cui convivono entrambe le cose, anche molto in anticipo sul ’900, in particolare mi viene in mente Las Meninas di Velázquez – per chi ne volesse scoprire i misteri, consiglio vivamente di leggere la splendida interpretazione fatta da Foucault ne Le parole e le cose, o procurarsi un libro come questo – , ma l’affermazione di Mr Bean contiene in nuce una verità, ovvero che col passaggio all’arte moderna, e poi quella contemporanea, la progressiva perdita dei soggetti ha aumentato fortemente l’importanza della parte concettuale dell’opera, che sia relativa al processo o che sia relativa all’estetica.)

    Allorché ho detto a Mr Bean che la genialità di Duchamp (una delle tante) sta proprio nel fatto che nelle sue opere, quelle della maturità, quelle nate dal distacco dalla pittura (lui la chiamava egemonia retinica), ci sono entrambi: i soggetti (a volte sono oggetti, in effetti) e le idee. E che questi, nelle opere di Duchamp sono intimamente collegati, sono indivisibili; si sorreggono a vicenda e creano qualcosa di speciale, di inaspettato, di rivoluzionario. Poi mi sono lanciato in un’apologia del personaggio, dichiarando apoditticamente che Duchamp è stato l’artista più importante del ’900, per così dire, il padre putativo di tutto il ’900, e che senza capire l’impatto che Duchamp ha avuto sulla cultura occidentale, non si può capire come siamo arrivati dove siamo arrivati.

    La devo smettere di bere così tanto alle cene di lavoro. Mancava solo che gli dicessi che se non la pensavano come me voleva dire che non capivano una mazza, poveri inetti. E poi, via, correre nella brezza serotina di Valentia stringendo in mano una bella lettera di licenziamento! Perché bisogna essere spavaldi e difendere ciò in cui si crede, almeno una volta nella vita.

    Ma torniamo a noi, licenziamento o no, resta il fatto che dopo Duchamp niente è più stato uguale a prima.

    (continua…)