lingue della scienza

Tutte le lingue della scienza

La diversità linguistica è sicuramente uno degli aspetti più interessanti della biodiversità culturale; si stima che le lingue diverse parlate oggi sul nostro pianeta siano tra sei e settemila. Tuttavia, è sufficiente conoscere nove idiomi per diventare in grado di comunicare con poco meno del 90% della popolazione mondiale: cinese, hindi, arabo, spagnolo, russo, urdu, francese, giapponese e inglese, complessivamente, sono utilizzati correntemente da oltre 5 miliardi di individui. Se si aggiungono l’indonesiano, il tedesco, il turco e lo swahili, ecco che diventa possibile fare quasi del tutto a meno di interpreti e traduttori (lo sapevo: ora che ho svelato il segreto mi dovrò trovare un altro lavoro!).

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Ricerca terminologica e flusso di lavoro

Ed eccoci al secondo degli articoli dedicati alla ricerca terminologica e alla gestione del lessico nella traduzione di divulgazione scientifica.

Come Eva ci ha raccontato qualche giorno fa, tecniche e strumenti di traduzione assistita non entrano nel mondo del traduttore di narrativa, il quale fonda invece una buona parte del suo lavoro proprio sulle sue capacità di resa terminologica e lessicale. Il traduttore di saggistica, dal canto suo, è invece un po’ una bestia ibrida: se da un lato deve riuscire a trasporre lo stile dell’autore, dall’altro deve saper usare una certa terminologia specialistica in modo corretto e, soprattutto, coerente.

Qual è dunque il segreto per coniugare questi due aspetti? Per me uno solo: leggere tanto, leggere tutto e, soprattutto, prendere appunti.

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gestione della terminologia

La terminologia nella traduzione editoriale

Qualche settimana fa ho preso parte a un interessante seminario sulla gestione della terminologia tenuto dalla bravissima Alice Bertinotti e organizzato dalla sezione piemontese dell’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti (AITI), di cui sono orgogliosamente socia aggregata.

La gestione terminologica è un paesaggio sconfinato che, come immaginavo quando mi sono iscritta al seminario, non conoscevo affatto. Anche per questo motivo, confesso che nella mia limitata esperienza di traduttrice editoriale approdata a questo mestiere passando per studi specialistici, anziché seguendo un percorso di formazione specifico, quando mi trovo in compagnia di altri traduttori mi sento spesso un pesce fuor d’acqua. Un divario acuito dal fatto che, nell’universo della nostra professione, la traduzione editoriale è, già di per sé, un mondo a parte.

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prima lettura Ben White Unsplash

La prima lettura non si scorda mai

Qualche giorno fa ho letto una splendida intervista a Giorgio Amitrano, traduttore dal giapponese che è la voce italiana – fra gli altri – degli arcifamosi Yoshimoto Banana e Murakami Haruki – ebbene sì, per chi non lo sapesse: in giapponese, contrariamente alle nostre abitudini, il nome segue il cognome. Questioni sociologiche a parte, in questa intervista Amitrano raccontava di fare sempre una prima lettura completa dei testi che traduce anche perché, spesso, quando legge un libro non sa ancora se sarà lui a tradurlo.

Se, da un lato, immagino che per tradurre un testo narrativo una prima lettura integrale sia utile, se non indispensabile, per avere un’idea del testo da affrontare e per così dire partire fin da subito col “piede giusto” (che poi sicuramente in corso d’opera si rivelerà sbagliato, almeno in parte), non sono così sicura che lo stesso discorso valga per la saggistica, e in particolare per la saggistica scientifica.

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Parolacce e saggistica

Nonostante scienza e giornalismo sembrino di recente aver deciso di sdoganare le parolacce, riclassificando il turpiloquio come “linguaggio emozionale”, immaginate la mia espressione quando, qualche tempo fa, tutta intenta a tradurre un piacevole saggio di astronomia, mi sono trovata davanti una battuta che prima di allora avevo sentito solo in «Priscilla Regina del Deserto». Perché quella faccia stupita? Pensavate forse che chi traduce saggistica sia immune a questo tipo di problemi? Assolutamente no.

E non era la prima volta in cui un autore che stavo traducendo aveva ceduto a un linguaggio un po’, diciamo, colorito. Come affrontare, dunque, la traduzione del turpiloquio nella saggistica? Senza voler tirar fuori una ricetta definitiva (che nel mondo della traduzione sarebbe tanto impossibile quanto assurda), posso provare a raccontarvi le mie esperienze in merito.

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