Di masse negative e titoli di giornale

Quando la notizia di una nuova scoperta scientifica esce dai laboratori e dai circuiti della stampa specialistica e approda sulle pagine dei quotidiani, non è raro che, leggendo quegli articoli, gli scienziati storcano il naso. E puntualmente si riapre il dibattito sull’opportunità di affidare la copertura delle notizie scientifiche a giornalisti non specializzati.

Non pensate però che il problema riguardi solo il nostro Bel Paese.

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lingue della scienza

Tutte le lingue della scienza

La diversità linguistica è sicuramente uno degli aspetti più interessanti della biodiversità culturale; si stima che le lingue diverse parlate oggi sul nostro pianeta siano tra sei e settemila. Tuttavia, è sufficiente conoscere nove idiomi per diventare in grado di comunicare con poco meno del 90% della popolazione mondiale: cinese, hindi, arabo, spagnolo, russo, urdu, francese, giapponese e inglese, complessivamente, sono utilizzati correntemente da oltre 5 miliardi di individui. Se si aggiungono l’indonesiano, il tedesco, il turco e lo swahili, ecco che diventa possibile fare quasi del tutto a meno di interpreti e traduttori (lo sapevo: ora che ho svelato il segreto mi dovrò trovare un altro lavoro!).

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liebster award

Celebriamo la nomina ai Liebster Award

Poche cose danno più soddisfazione, a chi scrive, del fatto di essere letto. Probabilmente, di più gratificante ci sono soltanto i complimenti – soprattutto quando provengono da qualcuno che stimi.

Ecco perché Valeria e io ci siamo emozionate tantissimo quando, la scorsa settimana, abbiamo scoperto di essere state nominate per il Liebster Award dal duo di Doppioverso (ossia Chiara Rizzo e Barbara Ronca). Di cosa si tratta?

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Internet blocker: cosa sono e come funzionano

Che cosa possiamo fare quando le scadenze incombono ma la nostra natura procrastinatrice non ne vuole sapere di farsi da parte? Be’, ovvio: lasciare che la tecnologia ci dia una mano.

Una delle mie mappe mentali preferite si intitola How to focus in the age of distraction. L’ho trovata per caso in rete molto tempo fa e, ancora oggi, di tanto in tanto la cerco e me la vado a riguardare. Fatelo anche voi, è sufficiente inserire il titolo nella ricerca per immagini di Google.

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sindrome dell'impostore

La sindrome dell’impostore colpisce ancora

Quando Valeria e io, ormai più di due anni fa, cominciammo a giocherellare con l’idea di creare un blog dedicato alla scienza e alla traduzione, avevamo ormai accumulato decine di ore di conversazione sul fatto che, entrambe, avevamo l’esigenza sicuramente professionale, ma soprattutto personale di volerci dare maggior credibilità come traduttrici. Ci sembrava infatti che, nonostante gli editori continuassero bene o male a fidarsi di noi dandoci altri libri su cui lavorare, il fatto di non esserci formate come traduttrici in modo istituzionale ci rendesse un po’ delle imbroglione, come se ogni giorno, ogni ora trascorsa a lavorare fosse in realtà un imbroglio nei confronti di persone che stavano commettendo un grosso errore e che, prima o poi, ci avrebbero smascherate per le truffatrici che in realtà siamo. Eravamo inconsapevolmente afflitte da un problema apparentemente assurdo ma nella pratica fastidioso e imbarazzante che, come scoprimmo in seguito, prende il nome di “sindrome dell’impostore”.

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Ricerca terminologica e flusso di lavoro

Ed eccoci al secondo degli articoli dedicati alla ricerca terminologica e alla gestione del lessico nella traduzione di divulgazione scientifica.

Come Eva ci ha raccontato qualche giorno fa, tecniche e strumenti di traduzione assistita non entrano nel mondo del traduttore di narrativa, il quale fonda invece una buona parte del suo lavoro proprio sulle sue capacità di resa terminologica e lessicale. Il traduttore di saggistica, dal canto suo, è invece un po’ una bestia ibrida: se da un lato deve riuscire a trasporre lo stile dell’autore, dall’altro deve saper usare una certa terminologia specialistica in modo corretto e, soprattutto, coerente.

Qual è dunque il segreto per coniugare questi due aspetti? Per me uno solo: leggere tanto, leggere tutto e, soprattutto, prendere appunti.

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gestione della terminologia

La terminologia nella traduzione editoriale

Qualche settimana fa ho preso parte a un interessante seminario sulla gestione della terminologia tenuto dalla bravissima Alice Bertinotti e organizzato dalla sezione piemontese dell’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti (AITI), di cui sono orgogliosamente socia aggregata.

La gestione terminologica è un paesaggio sconfinato che, come immaginavo quando mi sono iscritta al seminario, non conoscevo affatto. Anche per questo motivo, confesso che nella mia limitata esperienza di traduttrice editoriale approdata a questo mestiere passando per studi specialistici, anziché seguendo un percorso di formazione specifico, quando mi trovo in compagnia di altri traduttori mi sento spesso un pesce fuor d’acqua. Un divario acuito dal fatto che, nell’universo della nostra professione, la traduzione editoriale è, già di per sé, un mondo a parte.

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L’autoritarismo innato dei bambini

Il percorso che Eva ed io seguiamo quando decidiamo di quale articolo parleremo nel blog è in genere molto personale ed è guidato, in primis, dalla nostra formazione, poi dalle nostre passioni e aspirazioni. È quindi probabile che, in queste pagine, argomenti di fisica, matematica, astronomia e biologia la faranno tendenzialmente da padrone.

Eppure, come si dice, la vita è ciò che avviene mentre siamo occupati a fare altri programmi, quindi mentre cercavo di decidere se parlarvi, appunto, di teoria delle stringhe o dell’ultimo premio Nobel per la fisica (non preoccupatevi, l’appuntamento è solo rimandato!), ecco che mi è capitato sott’occhio un articolo di Alia Wong, pubblicato su «The Atlantic», e intitolato Le menti autoritarie dei bambini in età prescolare. Ed è stato proprio il titolo (che nel frattempo, chissà perché, è cambiato in L’assenza di empatia nei bambini di età prescolare) a riportarmi in un nanosecondo alla mente l’immagine di mio figlio che qualche mattina fa, tutt’a un tratto, mi ha “gentilmente” chiesto di lasciargli la sedia con un perentorio «Mamma, levati!».

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parole degli altri / lavorare da freelance

Tutto il mio lavoro lo porto con me

Ricordo che, da ragazzina, ero rimasta molto colpita dalla frase di Seneca «Omnia mea mecum porto» – che poi, a cercarla oggi su internet, sembra un aforisma come tanti altri (oltre ad avere diverse versioni). All’epoca, potevo avere tredici o quattordici anni e avevo appena appena iniziato ad affacciarmi al mondo delle lingue classiche, non avrei mai immaginato che quel profondo significato filosofico un giorno sarebbe diventato molto più pleonastico, trasferendosi in toto al mio modo di lavorare – pardon, modus operandi.

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prima lettura Ben White Unsplash

La prima lettura non si scorda mai

Qualche giorno fa ho letto una splendida intervista a Giorgio Amitrano, traduttore dal giapponese che è la voce italiana – fra gli altri – degli arcifamosi Yoshimoto Banana e Murakami Haruki – ebbene sì, per chi non lo sapesse: in giapponese, contrariamente alle nostre abitudini, il nome segue il cognome. Questioni sociologiche a parte, in questa intervista Amitrano raccontava di fare sempre una prima lettura completa dei testi che traduce anche perché, spesso, quando legge un libro non sa ancora se sarà lui a tradurlo.

Se, da un lato, immagino che per tradurre un testo narrativo una prima lettura integrale sia utile, se non indispensabile, per avere un’idea del testo da affrontare e per così dire partire fin da subito col “piede giusto” (che poi sicuramente in corso d’opera si rivelerà sbagliato, almeno in parte), non sono così sicura che lo stesso discorso valga per la saggistica, e in particolare per la saggistica scientifica.

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