età migliore per imparare le lingue

L’età migliore per imparare le lingue

Quando si pensa a quale sia l’età migliore per imparare le lingue, la risposta che tutti hanno sulla punta della lingua (pardon!) è invariabilmente la stessa: da bambini! Secondo una ricerca condotta da Joshua Hartshorne in collaborazione con Steven Pinker e Joshua Tenenbaum, invece, questa “età dell’oro linguistico” potrebbe estendersi molto più in là, fino a 17 o addirittura 18 anni.

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cosa ascoltare camminando - le parole degli altri

La traduttrice peripatetica

Negli ultimi mesi mi sono trovata costretta, o quantomeno “fortemente raccomandata” a camminare almeno un paio d’ore al giorno, possibilmente tutti i giorni. Come potrete immaginare, legato a questo vi è uno dei motivi per cui Valeria e io ci siamo per così dire prese una pausa dal blog, oltre alla pigrizia e agli impegni di lavoro.

Due ore non sono tante, ma se facciamo bene i conti non sono nemmeno poche: aggiunte a quelle per il sonno, i pasti, le faccende e il tempo da trascorrere in famiglia o con gli amici diventa difficile mantenere la media di 8 ore dedicate al lavoro quando, come me, si è freelance al 100 per cento. Non potendo, almeno non sempre, coinvolgere mio marito, e non riuscendo né a cucinare né a dormire camminando, mi sono quindi chiesta se, anziché sacrificare parte del tempo personale, non riuscissi a sfruttare queste due ore per lavorare.

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lingue della scienza

Tutte le lingue della scienza

La diversità linguistica è sicuramente uno degli aspetti più interessanti della biodiversità culturale; si stima che le lingue diverse parlate oggi sul nostro pianeta siano tra sei e settemila. Tuttavia, è sufficiente conoscere nove idiomi per diventare in grado di comunicare con poco meno del 90% della popolazione mondiale: cinese, hindi, arabo, spagnolo, russo, urdu, francese, giapponese e inglese, complessivamente, sono utilizzati correntemente da oltre 5 miliardi di individui. Se si aggiungono l’indonesiano, il tedesco, il turco e lo swahili, ecco che diventa possibile fare quasi del tutto a meno di interpreti e traduttori (lo sapevo: ora che ho svelato il segreto mi dovrò trovare un altro lavoro!).

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liebster award

Celebriamo la nomina ai Liebster Award

Poche cose danno più soddisfazione, a chi scrive, del fatto di essere letto. Probabilmente, di più gratificante ci sono soltanto i complimenti – soprattutto quando provengono da qualcuno che stimi.

Ecco perché Valeria e io ci siamo emozionate tantissimo quando, la scorsa settimana, abbiamo scoperto di essere state nominate per il Liebster Award dal duo di Doppioverso (ossia Chiara Rizzo e Barbara Ronca). Di cosa si tratta?

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sindrome dell'impostore

La sindrome dell’impostore colpisce ancora

Quando Valeria e io, ormai più di due anni fa, cominciammo a giocherellare con l’idea di creare un blog dedicato alla scienza e alla traduzione, avevamo ormai accumulato decine di ore di conversazione sul fatto che, entrambe, avevamo l’esigenza sicuramente professionale, ma soprattutto personale di volerci dare maggior credibilità come traduttrici. Ci sembrava infatti che, nonostante gli editori continuassero bene o male a fidarsi di noi dandoci altri libri su cui lavorare, il fatto di non esserci formate come traduttrici in modo istituzionale ci rendesse un po’ delle imbroglione, come se ogni giorno, ogni ora trascorsa a lavorare fosse in realtà un imbroglio nei confronti di persone che stavano commettendo un grosso errore e che, prima o poi, ci avrebbero smascherate per le truffatrici che in realtà siamo. Eravamo inconsapevolmente afflitte da un problema apparentemente assurdo ma nella pratica fastidioso e imbarazzante che, come scoprimmo in seguito, prende il nome di “sindrome dell’impostore”.

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gestione della terminologia

La terminologia nella traduzione editoriale

Qualche settimana fa ho preso parte a un interessante seminario sulla gestione della terminologia tenuto dalla bravissima Alice Bertinotti e organizzato dalla sezione piemontese dell’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti (AITI), di cui sono orgogliosamente socia aggregata.

La gestione terminologica è un paesaggio sconfinato che, come immaginavo quando mi sono iscritta al seminario, non conoscevo affatto. Anche per questo motivo, confesso che nella mia limitata esperienza di traduttrice editoriale approdata a questo mestiere passando per studi specialistici, anziché seguendo un percorso di formazione specifico, quando mi trovo in compagnia di altri traduttori mi sento spesso un pesce fuor d’acqua. Un divario acuito dal fatto che, nell’universo della nostra professione, la traduzione editoriale è, già di per sé, un mondo a parte.

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parole degli altri / lavorare da freelance

Tutto il mio lavoro lo porto con me

Ricordo che, da ragazzina, ero rimasta molto colpita dalla frase di Seneca «Omnia mea mecum porto» – che poi, a cercarla oggi su internet, sembra un aforisma come tanti altri (oltre ad avere diverse versioni). All’epoca, potevo avere tredici o quattordici anni e avevo appena appena iniziato ad affacciarmi al mondo delle lingue classiche, non avrei mai immaginato che quel profondo significato filosofico un giorno sarebbe diventato molto più pleonastico, trasferendosi in toto al mio modo di lavorare – pardon, modus operandi.

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prima lettura Ben White Unsplash

La prima lettura non si scorda mai

Qualche giorno fa ho letto una splendida intervista a Giorgio Amitrano, traduttore dal giapponese che è la voce italiana – fra gli altri – degli arcifamosi Yoshimoto Banana e Murakami Haruki – ebbene sì, per chi non lo sapesse: in giapponese, contrariamente alle nostre abitudini, il nome segue il cognome. Questioni sociologiche a parte, in questa intervista Amitrano raccontava di fare sempre una prima lettura completa dei testi che traduce anche perché, spesso, quando legge un libro non sa ancora se sarà lui a tradurlo.

Se, da un lato, immagino che per tradurre un testo narrativo una prima lettura integrale sia utile, se non indispensabile, per avere un’idea del testo da affrontare e per così dire partire fin da subito col “piede giusto” (che poi sicuramente in corso d’opera si rivelerà sbagliato, almeno in parte), non sono così sicura che lo stesso discorso valga per la saggistica, e in particolare per la saggistica scientifica.

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babilonesi scienziati le parole degli altri

Babilonesi scienziati – un anacronismo

Talvolta, nella vita professionale (ma anche in quella personale), succede qualcosa che ci spinge a fermarci un attimo, prendere un bel respiro e, prima di riprendere con le cose di tutti i giorni, porci un quesito “esistenziale” di qualche tipo. In un bell’articolo scritto qualche mese fa per The Atlantic, il chimico e divulgatore britannico Philip Ball, intento a raccontare una storia risalente a più di duemila anni fa, cerca quasi inconsapevolmente di rispondere a una domanda di portata incredibilmente ampia, vale a dire: che cos’è la scienza?

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