La diversità linguistica è sicuramente uno degli aspetti più interessanti della biodiversità culturale; si stima che le lingue diverse parlate oggi sul nostro pianeta siano tra sei e settemila. Tuttavia, è sufficiente conoscere nove idiomi per diventare in grado di comunicare con poco meno del 90% della popolazione mondiale: cinese, hindi, arabo, spagnolo, russo, urdu, francese, giapponese e inglese, complessivamente, sono utilizzati correntemente da oltre 5 miliardi di individui. Se si aggiungono l’indonesiano, il tedesco, il turco e lo swahili, ecco che diventa possibile fare quasi del tutto a meno di interpreti e traduttori (lo sapevo: ora che ho svelato il segreto mi dovrò trovare un altro lavoro!).

Chiunque abbia avuto modo di studiare una lingua straniera, eppure, sa bene che l’apprendimento di tredici idiomi diversi dal proprio (o dodici, se si è nati nella parte giusta del mondo) non è certo impresa da poco. Il desiderio e, soprattutto, il bisogno di entrare in contatto con chi parla lingue diverse dalla propria possono quindi far tendere alla confluenza in una lingua “franca”, ruolo che avrebbe dovuto ricoprire l’Esperanto secondo i desideri del suo inventore, l’oftalmologo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof e che invece, ai nostri giorni, sembra sempre più essere appannaggio dell’inglese.

Anche le scienze, così come gran parte delle altre discipline, sono dominate dall’inglese o, a dire il vero, da una sua versione internazionalizzata ricca di specificità che la rendono quasi una lingua a sé stante. Chiunque cerchi di leggere un paper scientifico (come volevasi dimostrare…), è respinto non tanto, o comunque non soltanto dall’ignoranza dei concetti più tecnici, quanto dalla prosa involuta e goffa, ricca di passivi e periodi che si prolungano per troppe righe. Paradossalmente, la difficoltà di comprensione si estende anche alle persone di madrelingua inglese, che si trovano così nella sconcertante posizione di non essere in grado di comprendere il proprio stesso idioma; di fatto, si tratta di una lingua differente, che si è venuta a creare negli ultimi decenni a causa di successive stratificazioni di articoli scritti da scienziati per cui l’inglese era una lingua appresa in età adulta e soltanto per motivi professionali, non certo per passione. Eppure, in nessun altro ambito come le scienze, oggi, l’inglese la fa da padrone su tutti i livelli. Sembra quasi aver preso il posto della matematica come pretendente allo scettro di linguaggio universale

Ma come mai proprio l’inglese?

Secondo alcuni, perché si tratta di una lingua “semplice” che, di conseguenza, si sarebbe imposta sulle altre per questioni pratiche. Pur senza voler entrare nel merito di cosa potrebbe mai significare, per una lingua, essere “semplice”, si tratta comunque di una spiegazione poco soddisfacente; basti pensare al fallimento della diffusione del già citato Esperanto, costruito ad hoc proprio per essere di facile apprendimento e utilizzo.

Sono state avanzate altre ipotesi, legate alla storia politica dei Paesi anglofoni, ma anche queste, da sole, non sono sufficienti. La trasmissione della conoscenza scientifica è infatti un processo estremamente complesso, risultante da incroci culturali di idee che si sono formate in luoghi geograficamente distinti e si sono poi sovrapposte e agglomerate nel corso del tempo. La situazione politica e militare riveste sempre un ruolo importante, come dimostra il caso dell’imposizione del latino in tutto l’Impero Romano a mano a mano che i territori venivano conquistati; ma la cultura, e la cultura scientifica in particolare, può percorrere strade tortuose e dagli sbocchi imperscrutabili.

Le opere astronomiche che hanno generato la visione del cosmo di epoca medievale, ad esempio, sono giunte in Europa compiendo un viaggio piuttosto rocambolesco: scritte originariamente in greco, furono tradotte in latino ma, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e l’avvento delle popolazioni barbariche, andarono quasi completamente perdute. Fortunatamente per la storia del pensiero umano, parte di queste opere fu però trasportata progressivamente verso est e nel IX secolo il siriaco (una forma di aramaico) divenne il veicolo della trasmissione del sapere ellenistico verso il mondo arabo. In questo modo, la lingua del Corano si arricchì e progredì per evolversi in un idioma adatto alla filosofia e alle scienze. E’ risaputo che molti termini scientifici, come algebra, azimut o cifra, derivano dall’arabo, lingua a partire dalla quale furono realizzate le traduzioni in latino dei grandi classici della cultura occidentale all’inizio del secondo millennio.

Il latino avrebbe poi dominato la cultura europea ancora per molti secoli, convivendo con le varie lingue nazionali; nel XVII secolo, I principi matematici della filosofia naturale di Newton furono scritti rigorosamente in latino e tradotti in inglese soltanto due anni dopo la morte dello scienziato. Galileo e Cartesio, per contro, scelsero quasi sempre di scrivere adottando la propria lingua madre; l’italiano e il francese, anche grazie a questi autori, divennero così due lingue fondamentali per la trasmissione della cultura scientifica, e tali restarono nei decenni che seguirono in concomitanza con la progressiva perdita di importanza del latino.

I lavori di un singolo individuo possono essere talmente importanti e influenti sul pensiero successivo da fare sì che la lingua in cui sono scritti diventi, per un periodo più o meno lungo, il mezzo espressivo ideale per esplorare le idee da essi generate. Vi sono almeno tre casi, negli ultimi duecento anni, in cui una lingua si è imposta sulla comunità scientifica nazionale proprio a causa di impatti di questo tipo.

La lingua tedesca, già largamente utilizzata in ambito filosofico, divenne veicolo di trasmissione del sapere scientifico soprattutto grazie al ruolo ricoperto dal chimico Justus von Liebig. Dopo gli studi parigini nel laboratorio di Gay-Lussac, nel 1824 Liebig ottenne la cattedra di chimica a Giessen, nell’odierna Germania centrale, dove rimase per quasi trent’anni e dove grazie ai suo sforzi educativi si formarono molti dei maggiori chimici dell’epoca. Liebig mise a punto metodiche analitiche per determinare i componenti elementari dei composti organici, studi fondamentali che servirono a chiarire la composizione, e quindi la struttura, dei prodotti naturali. Per primo, Liebig descrisse il processo che noi oggi chiamiamo fotosintesi e comprese il valore delle possibili applicazioni chimiche nel campo agricolo (in particolare nei fertilizzanti) e in quello alimentare; sottoprodotto delle sue ricerche fu proprio l’estratto di carne che oggi porta il suo nome. Tutti i suoi studi, così rilevanti per la chimica dell’epoca e per le innumerevoli applicazioni pratiche e ricadute tecnologiche, furono scritti e pubblicati in lingua tedesca.

Il secondo esempio è quello di Jöns Jacob Berzelius, altro protagonista della chimica dell’Ottocento. Oltre a dedicarsi allo studio della chimica biologica, proprio da lui ribattezzata chimica organica, nel 1813 Berzelius introdusse la moderna simbologia chimica, gettando le basi per la definizione delle reazioni in termini di equazioni chimiche. Si interessò inoltre al problema della composizione dei composti chimici attraverso lo studio della teoria atomica e della legge delle proporzioni definite e costanti e grazie ai suoi studi fu in grado di scoprire il torio e il selenio e di isolare molti altri elementi, tra cui il silicio. L’importanza degli scritti di Berzelius fu tale che, anche sulla scia dei contributi dell’altro “padre della chimica organica”, il suo connazionale Torbern Olof Bergman, nella prima metà del XIX secolo lo svedese diventò una delle lingue della scienza, e tale rimase fino all’inizio del secolo successivo.

Ancora un chimico, Dmitrij Mendeleev, contribuì invece all’affermarsi della lingua russa. La tavola periodica degli elementi, da lui presentata alla Società Chimica Russa nel 1869, fu il primo tentativo riuscito di sistematizzazione degli elementi chimici fino ad allora noti che consentisse anche di prevederne di nuovi, non ancora scoperti. Con Mendeleev, il russo si affiancò al tedesco come lingua prediletta dalle scienze esatte, e tale rimase fino alla caduta dell’Unione Sovietica alla fine degli anni ottanta.

Nei primi anni del ventesimo secolo, la lingua tedesca continuò a essere molto presente, così come attestano in fisica, ad esempio, i lavori seminali di Planck ed Einstein, e l’opera di Freud per la psicanalisi. L’avvento del nazismo, con tutto ciò che ne seguì prima e durante la Seconda guerra mondiale, contribuì tuttavia a screditare il tedesco; nel giro di pochi anni, perse lo status di lingua scientifica anche a causa della massiccia emigrazione in Inghilterra e negli Stati Uniti degli scienziati più importanti, tra cui lo stesso Einstein, che come molti altri cominciò a pubblicare i propri lavori in lingua inglese. Segnando l’inizio di quella che, almeno per il momento, sembra essere una vera e propria egemonia destinata a durare ancora a lungo.

Immagine
Science di Nick Youngson.

2 commenti su “Tutte le lingue della scienza

  1. Il mio punto di vista è molto banale: “winner takes it all” (dove il vincitore può anche arrivare per motivi casuali, come in questo caso il passaggio di molti scienziati tedeschi all’inglese).
    Più che altro è interessante notare come fino a meno di cent’anni fa era ancora normale per uno scienziato, o almeno per un matematico avere almeno un’infarinatura delle principali lingue europee (anche l’italiano oltre a inglese francese e tedesco) per poter leggere in originale gli articoli.

  2. Sì, anche per me lo è; infatti è stato proprio osservando questa versatilità linguistica mentre traducevo un libro di Poincaré che mi è venuta la curiosità di capire se, prima dell’inglese, non ci fossero altre “lingue franche”, e devo dire che mi ha sorpreso tantissimo scoprire che non soltanto c’erano, ma erano anche più di una alla volta!

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