Poche cose danno più soddisfazione, a chi scrive, del fatto di essere letto. Probabilmente, di più gratificante ci sono soltanto i complimenti – soprattutto quando provengono da qualcuno che stimi.

Ecco perché Valeria e io ci siamo emozionate tantissimo quando, la scorsa settimana, abbiamo scoperto di essere state nominate per il Liebster Award dal duo di Doppioverso (ossia Chiara Rizzo e Barbara Ronca). Di cosa si tratta?

Il Liebster Award è un riconoscimento tra blogger, un modo in cui i blogger dicono ad altri blogger che seguono e ammirano: «Mi piace quello che fai, ti meriti questa menzione, voglio parlare di te in modo ufficiale così ti conosceranno anche i miei lettori». La storia del premio è abbastanza rocambolesca, ed è ben documentata in questo post. Ad ogni modo, riprendendo quanto scrivono Chiara e Barbara di Doppioverso (che a questo punto ringraziamo ufficialmente!), quando si viene nominati, bisogna:

  1. Ringraziare chi ci ha nominato e linkare al loro blog (fatto!)
  2. Rispondere alle domande che ci sono state rivolte
  3. Nominare a nostra volta altrettanti bloggers e rivolgere loro le nostre domande
  4. Comunicare agli interessati che sono stati nominati

Veniamo pertanto al punto 2 della lista, ossia rispondere alle domande.

a. Come hai deciso di aprire il blog?

Difficile ricordare chi abbia avuto l’idea di «uscire alla ribalta», se Valeria oppure Eva [Eva, Eva, sicuramente Eva, tra la mia innata pigrizia e la sindrome dell’impostore sempre in agguato, è difficile che sia stata io, di mia sponte, la prima a partorire l’idea  🙂 N.d.V.]. Sta di fatto che, nel corso di alcuni mesi del 2014 e inizio 2015, per vari motivi ci siamo trovate un po’ di volte a trascorrere una giornata insieme a Ginevra (dove vive Valeria) e, parlando del nostro lavoro di traduttrici scientifiche, abbiamo da un lato trovato utile il confronto e, dall’altro, cominciato a chiederci se le nostre difficoltà e gli escamotages che avevamo trovato per risolverle potessero risultare utili anche ad altre persone. E soprattutto, avevamo abbastanza cose da dire? La risposta a queste domande è stata inizialmente un secco «no», che però dopo qualche tempo è diventato un «forse» e, alla fine, è stato spinto verso il «sì» dal desiderio di parlare un po’ di un mestiere, quello del traduttore editoriale specializzato in saggistica scientifica, che è una nicchia nella nicchia della nicchia. Ma che a noi, pur tra le tante difficoltà, continua a piacere un sacco.

b. Qual è il tuo post secondo te più riuscito? E quello che forse avresti potuto evitare di scrivere?

Eva: Probabilmente il mio post più riuscito, o comunque quello che mi piace di più, è «Tutto il mio lavoro lo porto con me», perché finalmente sono riuscita a considerare la mia storia professionale in modo positivo, considerando come un vantaggio, anziché uno stigma, il fatto che non ho più un lavoro fisso (che poi, i co.co.coccodé mi chiedo cosa mai avessero, di davvero «fisso»). Avrei forse potuto evitare di scrivere quello in cui racconto frammenti di cose che ho sentito durante un seminario sulla gestione della terminologia, perché è un argomento che conosco pochissimo e di conseguenza non credo che un mio contributo possa risultare utile.

Valeria: Considerando che il blog è giovane e i post che ho scritto si contano — letteralmente — sulle dita di una mano, sinceramente non ne rinnego nessuno. Anche perché all’inizio uno si lancia sugli argomenti che ha più a cuore e sui quali sente di avere qualcosa da dire. Invece mi sono divertita parecchio a scrivere di «Parolacce e saggistica» perché, insomma, sarò io un po’ bacchettona, però uno si aspetta di trovare un linguaggio un po’ colorito in narrativa, o nella traduzione dell’audiovisivo, e non (salvo qualche caso particolare) in saggi scientifici. Invece no. E, tra l’altro, di recente mi è capitato di nuovo (traduttori di saggistica, ditemi un po’, ma sono solo io la “fortunata”?).

c. Qual è il tuo maggior pregio e il tuo peggior difetto, dal punto di vista lavorativo?

Eva: Cavoli, mi sembra di essere tornata al «felice» periodo dei colloqui nei mesi subito successivi alla laurea, quando avevo addirittura avuto la malaugurata idea di investire 140 € in un tailleur nero! Scherzi a parte, è una domanda che, dopo una quindicina di anni di vita lavorativa, un senso finalmente lo può avere. Il mio peggior pregio e il mio peggior difetto, come spesso accade, sono due facce della stessa medaglia, ossia il fatto che non sono mai contenta. Mai. Mi sembra sempre di non aver fatto abbastanza, che avrei potuto scrivere meglio, tradurre meglio, essere più precisa / dettagliata / accurata / informata / eccetera. Questo mi spinge a cercare di essere, per l’appunto, precisa e dettagliata e accurata eccetera, il che è un gran bene, ma a volte mi fa perdere l’obiettività necessaria per capire quando fermarmi nell’affannosa ricerca della perfezione o anche, per fortuna più raramente, mi porta a una tale esasperazione da rinunciare del tutto all’impresa.

Valeria: Inizio dal difetto, che sto cercando seriamente di levare di mezzo. Faccio sempre millemila programmi dettagliatissimi su come organizzarmi il lavoro, ma sottostimo clamorosamente i tempi. Cose del tipo che dovrei finire le traduzioni un mese prima della scadenza effettiva, per lasciarle decantare e poi riprenderle in mano a mente fresca; o preparare in un nonnulla milioni di esercizi da far fare agli studenti a cui do ripetizioni, cose così… Ora, mio marito direbbe sicuramente che questo mio difetto esula dall’ambito lavorativo e che ho in generale una visione molto ottimista del tempo che scorre, e probabilmente ha anche ragione; per fortuna riesco però a evitare che questo “problema”, di cui sono ormai perfettamente consapevole, mi danneggi (non troppo spesso almeno). Il pregio è che tendo ad essere piuttosto precisa, certi direbbero “rompina”, e se da un lato  ciò mi porta a lavorare in modo abbastanza accurato, dall’altro, se e quando mi sfugge qualcosa (perché capita, è inevitabile), ne faccio sempre una tragedia apocalittica… chi mi sta intorno lo sa bene 🙂

d. Dicci la maggiore soddisfazione lavorativa che hai avuto finora e la delusione peggiore.

Eva: La delusione peggiore è stata rendermi conto che non sono assolutamente capace di gestire i rapporti interpersonali con persone che non mi piacciono oppure non stimo professionalmente. Questo tratto del carattere mi ha pregiudicato più di una volta, e alla soglia dei quarant’anni ho capito che è una cosa che probabilmente non riuscirò mai a imparare. Bisognerebbe saper fare buon viso a cattivo gioco e non farsi travolgere dai propri giudizi, perché non può venirne fuori mai niente di positivo. La maggiore soddisfazione invece è stata la nomina tra i finalisti del premio Monselice per la traduzione scientifica 2011 della mia prima traduzione, La teoria del (quasi) tutto di Robert Oerter.

Valeria: Delusione di non essere riuscita a portare a termine alcuni progetti, antecedenti al mio ingresso nel mondo della traduzione, cui tenevo molto e nei quali avevo speso tempo ed energie. Forse non era il momento, forse li ho affrontati male dal principio, chissà. Sta di fatto che sono passati diversi anni e ancora mi rode. Soddisfazione: di essere comunque riuscita a reinventarmi, di aver cambiato strada e aver trovato un lavoro che mi piace e mi soddisfa, e al quale spero di riuscire a dare molto.

e. Cosa diresti alla te stessa che ancora non aveva intrapreso la professione che stai facendo oggi, per convincerla a non mollare?

Eva: Ma dove lo trovi un altro lavoro in cui impari sempre cose nuove, non ti annoi mai perché è estremamente vario e, soprattutto, tale per cui puoi fare tutto anche da casa mentre accarezzi il gatto oppure dalla stanza di un albergo vista mare?

Valeria: Considerando come sono entrata nel mondo della traduzione, e che è passato quasi un anno tra quando ho mandato il primo CV a una casa editrice e quando ho avuto la prima risposta (proprio da quella, tra l’altro; però considerate che, come ho detto all’inizio, sono fondamentalmente pigra e non è che ne avessi mandati poi così tanti), di avere pazienza e non disperare… ma anche che l’alfabeto è fatto di 26 lettere (internazionalizziamoci…): se il piano A non funziona, ne abbiamo altre 25 a disposizione 🙂

***

Bene, ora mancano soltanto le nomine dei nostri blog/blogger preferiti. Udite, udite, si tratta (rigorosamente elencati in ordine alfabetico per cognome dell’autore) di:

_Federica Aceto, che vorremmo aggiornasse più spesso il suo blog – non ci stancheremmo mai di leggerla, Eva in particolare è perennemente indecisa se leggere le sue autrici preferite in originale oppure tradotte da lei.

_La pagina Medium di Marco Fulvio Barozzi / Popinga, fonte costante di ammirazione (e un pizzico di invidia) per l’originalità degli argomenti trattati, spesso all’intersezione tra scienza e letteratura, e per l’esaustività e la chiarezza della narrazione.

_Notiziole di .mau. di Maurizio Codogno, dove si parla con lucidità e un pizzico di sarcasmo di matematica, annessi e connessi e qualche volta anche di traduzione.

_Terminologia etc. di Licia Corbolante, su cui trascorriamo tanto (troppo?) tempo perché ogni post rimanda a un altro, e poi a un altro, e poi a un altro ancora…

_Diario di una traduttrice di Thais Siciliano, ricco di post interessanti e ricercati, piacevoli da leggere e molto utili per chi, come noi, non ha una formazione da traduttore vera e propria.

A loro rivolgiamo le seguenti domande:

  1. Cosa ti ha spinto ad aprire il tuo blog?
  2. Come scegli l’argomento dei tuoi post?
  3. Qual è un post che avresti sempre voluto scrivere? E perché ancora non l’hai fatto?
  4. Quale o quali social usi (se li usi) per “diffondere il verbo” del tuo blog?
  5. Uno e un solo consiglio che secondo te è imprescindibile per qualcuno che voglia intraprendere il tuo mestiere.

Cercheremo di contattarli, come richiesto dalle regole dei Liebster Award e, in caso di reazione (non conosciamo personalmente tutti, e molto probabilmente quelli che non conosciamo non conoscono noi!), vi terremo aggiornati. Per il momento, possiamo tornare a crogiolarci nella soddisfazione post-nomina, perché no?

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