Quando Valeria e io, ormai più di due anni fa, cominciammo a giocherellare con l’idea di creare un blog dedicato alla scienza e alla traduzione, avevamo ormai accumulato decine di ore di conversazione sul fatto che, entrambe, avevamo l’esigenza sicuramente professionale, ma soprattutto personale di volerci dare maggior credibilità come traduttrici. Ci sembrava infatti che, nonostante gli editori continuassero bene o male a fidarsi di noi dandoci altri libri su cui lavorare, il fatto di non esserci formate come traduttrici in modo istituzionale ci rendesse un po’ delle imbroglione, come se ogni giorno, ogni ora trascorsa a lavorare fosse in realtà un imbroglio nei confronti di persone che stavano commettendo un grosso errore e che, prima o poi, ci avrebbero smascherate per le truffatrici che in realtà siamo. Eravamo inconsapevolmente afflitte da un problema apparentemente assurdo ma nella pratica fastidioso e imbarazzante che, come scoprimmo in seguito, prende il nome di “sindrome dell’impostore”.

In un articolo di Sandeep Ravindran comparso sul blog di «The Open Notebook» qualche settimana fa, ho scoperto che «[la sindrome dell’impostore] fu descritta per la prima volta nel 1978, riferita a [un’indagine condotta su un gruppo di] donne che avevano raggiunto il successo professionale, in un articolo scritto dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes. Da allora, ulteriori studi hanno confermato che può colpire sia le donne sia gli uomini […], sebbene non sia una vera e propria “sindrome” nel senso tecnico del termine. I ricercatori hanno stimato che il 70 per cento della popolazione, a un certo punto della propria vita, abbia avuto esperienza della sindrome dell’impostore, e in effetti sembra si tratti di un concetto che in molti individui fa suonare dei campanelli d’allarme.»

Quasi per definizione, chi si trova nella condizione di sentirsi un truffatore professionale (nel senso di “truffare nell’ambito della propria professione”) tende a soffrire in silenzio; in effetti anche Valeria e io, prima di confessare innanzitutto a noi stesse e poi, soprattutto, all’altra, di sentirci delle impostore, abbiamo dovuto bere molti caffé e chiacchierare di molti altri soggetti “rompighiaccio”. Ravindran nel suo articolo continua sottolineando che si tratta di un problema «identificato in individui che lavorano nei campi più disparati, anche se sembra diffuso soprattutto in ambiti creativi e competitivi e dove le valutazioni sono soggettive, come il giornalismo; la sensazione di essere un impostore è comune anche in settori che cambiano velocemente, come la tecnologia o la medicina.» E la traduzione, aggiungerei io, che sicuramente è caratterizzato da un’ampia (se non amplissima!) soggettività delle valutazioni ed è in continua evoluzione (si pensi alla machine translation, tanto per fare un esempio banale).

«“Per la maggior parte degli individui, la sindrome dell’impostore è parte integrante dello sviluppo della propria identità professionale” sostiene Holly Hutchins, docente di sviluppo delle risorse umane presso l’università di Houston. […] “Ma quando è persistente, e il soggetto comincia ad avere prolungati effetti depressivi o ansiogeni, ecco che è diventato un problema.”»

In realtà, a parte in casi particolarmente gravi, forse la soluzione potrebbe essere più semplice di quanto non appaia di primo acchito. La scrittrice Robin Lloyd, intervistata nell’articolo, osserva infatti: «“Invece di reificare un concetto così discutibile e di rendere patologiche emozioni che sono abbastanza comuni in ogni essere umano che rifletta su se stesso, credo si debba investire di più nel dire alle persone che il loro lavoro è straordinario, o quali sono le caratteristiche in cui eccellono.”»

Non è forse un caso che, secondo una ricerca di Tomorrow Today citata da un bell’articolo comparso sulla versione cartacea del numero 1022 di D La Repubblica (14/01/17), nel 2025 la professione del personal worker brand sarà una delle più ricercate: un professionista che aiuti i professionisti (aiuto!) a far emergere punti di forza e di debolezza, un esperto di marketing che sia abile nell’odioso quanto ormai necessario “marketing di se stessi”, perché si tratta di un’impresa che, sindrome dell’impostore o meno, compiere da soli è quasi impossibile. O comunque è più facile, anche se non necessariamente meno doloroso, portarla a termine in modo efficace grazie allo sguardo (imparziale) di qualcun altro.

Chissà se Valeria può farlo per me, e io per lei? Anche se, a ben pensarci, se qualcosa del genere non fosse già successo, ora probabilmente Le parole degli altri nemmeno esisterebbe.

Immagine
Foto di Braydon Anderson via Unsplash
Fonte
Feeling like a Fraud, di S. Ravindran, The Open Notebook, 5 novembre 2016

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