Ed eccoci al secondo degli articoli dedicati alla ricerca terminologica e alla gestione del lessico nella traduzione di divulgazione scientifica.

Come Eva ci ha raccontato qualche giorno fa, tecniche e strumenti di traduzione assistita non entrano nel mondo del traduttore di narrativa, il quale fonda invece una buona parte del suo lavoro proprio sulle sue capacità di resa terminologica e lessicale. Il traduttore di saggistica, dal canto suo, è invece un po’ una bestia ibrida: se da un lato deve riuscire a trasporre lo stile dell’autore, dall’altro deve saper usare una certa terminologia specialistica in modo corretto e, soprattutto, coerente.

Qual è dunque il segreto per coniugare questi due aspetti? Per me uno solo: leggere tanto, leggere tutto e, soprattutto, prendere appunti.

Per entrare nello specifico, ora proverò a immaginare di aver appena accettato un lavoro. Vi racconterò in quali fasi articola in genere il mio flusso di lavoro, e come queste si sovrappongono alle varie fasi di ricerca terminologica. Tenete però bene a mente che la distinzione tra queste ultime è piuttosto “liquida” e dipende sia dal tipo di testo che sto traducendo (se un articolo o un saggio) sia dall’argomento trattato. Il fatto che abbia accettato la traduzione significa che già conosco il testo per sommi capi e che ne ho letto qualche brano per capire quanto dovrò approfondire gli argomenti trattati, qual è lo stile narrativo dell’autore, eccetera. Insomma, per il momento tutto bene: la traduzione mi aspetta ed è ora di mettersi al lavoro. Da dove iniziare?

  • Prima lettura/documentazione. E qui sto già barando. Perché? Beh, perché di solito compio una prima lettura rapida del testo e mi documento a priori solo quando il pezzo da tradurre tratta un argomento che non conosco già in maniera abbastanza approfondita. Di recente, per esempio, mi è capitato di tradurre un articolo di taglio giornalistico sulla farmacoresistenza, soggetto abbastanza lontano dal mio campo di formazione. Leggere e assimilare un paio di articoli diversi, in italiano, sullo stesso tema e con lo stesso livello di tecnicità è stato dunque un passaggio obbligato. Questa fase mi permette di “entrare” nell’argomento e iniziare ad assimilarne lessico e modi di dire. Ed è qui che ha inizio la compilazione di quello che chiamo, in maniera abbastanza impropria, frasario, che altro non è che un elenco di termini e frasi ricorrenti tipiche dell’argomento. Non è un glossario, quello arriva dopo, perché non cerco la corrispondenza esatta tra termini nella lingua di partenza e termini nella lingua d’arrivo; è una raccolta di “frasi e termini utili”, lasciatemeli chiamare così. Ma la sua caratteristica fondamentale, quella ho scoperto solo con l’esperienza, è che il mio frasario deve essere redatto su carta, perché avrò bisogno di averlo sott’occhio nelle fasi di lavoro successive. Ho provato a scriverlo, per esempio, su Evernote (mio grande compagno di traduzioni, nel quale riverso letteralmente qualsiasi articolo/post/pagina web, qualsiasi cosa inerente al testo che sto traducendo… e non solo), ma ho capito presto che un file aperto sul desktop non mi sarebbe stato altrettanto utile, perché si sarebbe inevitabilmente perso nel marasma di file word, pdf, dizionari e quant’altro lì presenti. Insomma, non sarebbe utile quanto avere a fianco, sempre sott’occhio, un quadernetto aperto sulle pagine giuste.
  • Prima stesura/redazione del glossario. È la fase in cui traduco “di getto”. Qui nasce la cosiddetta brutta copia della traduzione, un abbozzo nel quale mi curo poco della resa finale ma mi occupo soprattutto di trasporre correttamente i contenuti del testo di partenza, di chiarirne i punti oscuri o di segnami dubbi da risolvere eventualmente con la casa editrice o con l’autore. In questa fase approfondisco vari temi trattati nel testo, ed è allora che il taccuino di Evernote dedicato si riempie di articoli, ritagli da siti web, appunti vari, sia nella lingua di partenza che in quella di arrivo. È, se volete, una vera e propria fase di studio. Ed è sempre a questo punto che compilo finalmente il glossario grazie al quale potrò usare un lessico tecnico coerente in tutto il testo.
  • Revisione. È senza dubbio la fase che preferisco. Oltre a risolvere i dubbi lasciati aperti durante la stesura della prima bozza, inizio a occuparmi della resa finale. Controllo anzitutto che il glossario sia completo e coerente. Rileggo poi parte degli articoli che ho raccolto durante la prima stesura: ora conosco bene il testo d’origine e posso concentrarmi solo su quelli più attinenti, che uso per completare il frasario. Ora, da quanto ho appena scritto sembra che questo benedetto frasario sia una componente essenziale di ogni mia traduzione. Ebbene, colpo di scena: in realtà non lo è. O, meglio, non lo è sempre. Per il libro che sto traducendo adesso, per esempio, non ho sentito la necessità di compilarne uno. Quando invece, l’anno scorso, mi sono dovuta confrontare con il mondo delle scommesse e gioco d’azzardo, ebbene, frasario e glossario sono stati entrambi cruciali per destreggiarmi tra poker-bot, roulette e algoritmi per il trading ad alta frequenza. In ogni caso, con o senza frasario a fianco, in questa fase lavoro ancora con il testo originale a fronte. Rivedo ogni singola frase, poi rileggo il paragrafo per controllare la resa a più ampio respiro. E devo ammettere che è bello vedere il testo che inizia a prendere forma.
  • Riletture. Per il libri in genere me ne basta una, più qualche lettura a campione. Per gli articoli invece a volte, tempo permettendo, me ne concedo anche due o tre. È la fase in cui abbandono del tutto il testo originale e mi concentro unicamente su quello tradotto. E inizio immancabilmente a cambiare di qua, limare di là, stravolgere quaggiù, sostituire laggiù. È la fase in cui assillo chi mi sta accanto, chiedendogli di leggere, leggere e ancora leggere per dirmi se il discorso fila, se ha senso, se il testo scorre o se ci sono passaggi contorti, cose così. È anche la fase in cui la scadenza è inesorabilmente vicina e, senza eccezioni, si presenta la sfiga di turno che mi farà arrivare alla consegna con l’acqua alla gola. Di solito sono i figli che si ammalano, o io che mi ammalo, o tutti che ci ammaliamo… ma questa è un’altra storia, che meriterebbe un articolo a sé (o direttamente una nuova rubrica? Le sfighe del traduttore quando la scadenza si avvicina).

E poi c’è ancora la fase che, per ora, esiste solo nelle mie migliori intenzioni. Quella che mi vede finire una traduzione almeno due o tre settimane prima della scadenza. Quella in cui lascio decantare il testo almeno per una decina di giorni, e poi lo riprendo per un’ultima rilettura a mente fresca. Ammetto di non esserci mai riuscita. Ma, come si dice, la speranza è l’ultima a morire, quindi torno al mio lavoro, e magari questa sarà la volta buona.

Così è grossomodo come lavoro io. E voi? Come organizzate il vostro flusso di lavoro? Raccontatecelo nei commenti!

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