Qualche settimana fa ho preso parte a un interessante seminario sulla gestione della terminologia tenuto dalla bravissima Alice Bertinotti e organizzato dalla sezione piemontese dell’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti (AITI), di cui sono orgogliosamente socia aggregata.

La gestione terminologica è un paesaggio sconfinato che, come immaginavo quando mi sono iscritta al seminario, non conoscevo affatto. Anche per questo motivo, confesso che nella mia limitata esperienza di traduttrice editoriale approdata a questo mestiere passando per studi specialistici, anziché seguendo un percorso di formazione specifico, quando mi trovo in compagnia di altri traduttori mi sento spesso un pesce fuor d’acqua. Un divario acuito dal fatto che, nell’universo della nostra professione, la traduzione editoriale è, già di per sé, un mondo a parte.

Per un traduttore editoriale, a maggior ragione se si occupa di narrativa, l’espressione “gestione terminologica” non familiare e forse neanche del tutto pertinente. Nelle traduzioni tecniche o commerciali, i “termini” sono parole o frasi che descrivono prodotti, servizi o espressioni tecniche di un determinato settore. La maggior parte delle istituzioni e delle aziende utilizza un lessico specifico la cui consistenza deve essere rispettata nel corso del tempo; considerato che spesso si ha a che fare con archivi di centinaia o addirittura migliaia, se non milioni, di documenti, si capisce l’importanza di automatizzare la gestione della terminologia con strumenti informatici che, affiancati agli ormai imprescindibili CAT tools, consentono di non perdersi in un oceano di parole.

Questo però, come anticipato, e come evidenziato da alcuni dei partecipanti al seminario, vale per le traduzioni commerciali e tecniche. Un traduttore editoriale, che tendenzialmente non usa nessuno strumento di traduzione assistita (al contrario, se ne tiene a debita distanza), che vantaggi può trarre da una gestione della terminologia consapevole e attiva?

Sulle parole che vanno a comporre un romanzo – e questo è vero, per quanto in misura minore, anche nel caso di un saggio – aleggiano sfumature quasi infinite; il lavoro e il valore aggiunto del traduttore consistono proprio anche nel valutare, caso per caso, come rendere uno stesso termine in modi differenti a seconda della frase o del contesto in cui compare.

Si potrebbe obiettare che se l’autore di un testo ha deciso, in due momenti e contesti diversi, di utilizzare una stessa parola, bisognerebbe (per coerenza e fedeltà rispetto all’originale) renderla sempre nel medesimo modo. E’ però vero che spesso, in due lingue diverse, le parole possono avere campi semantici distinti e anche molto lontani. Il primo esempio che mi viene in mente, ma ve ne sono ovviamente tantissimi altri, è l’italiano “rete”, che a seconda del contesto può riferirsi all’oggetto utilizzato per catturare i pesci oppure a internet, ma anche indicare quell’insieme di fili intrecciati che divide a metà un campo da tennis o di pallavolo o ancora, sempre in ambito sportivo ma specificamente nel gioco del calcio, il momento in cui la palla entra nella porta avversaria e la squadra guadagna un punto. Non è detto che, in altre lingue, questa pluralità di significati (detta polisemia) sia perfettamente sovrapponibile, anzi. E di ciò è indispensabile tenere conto, durante una traduzione, proprio per non incorrere in errori ridicoli e facilmente evitabili – almeno per un essere umano.

La saggistica scientifica si trova a metà strada fra la traduzione tecnica e la traduzione di narrativa. E’ un ambito ibrido in cui, se proprio si rende necessaria una scelta, è più importante trasmettere il contenuto corretto di una frase di quanto non lo sia rispettare lo stile dell’autore. Allo stesso tempo, tuttavia, a differenza di quanto succede nella manualistica o nei documenti istituzionali l’autore ha un proprio tono di voce, una personalità e un contesto storico o sociale da cui non si dovrebbe prescindere e che, anzi, andrebbero sempre tenuti ben presenti.

Dato che tutto il discorso resta comunque molto astratto, abbiamo deciso di dividere questo articolo in due parti; la seconda, a cura di Valeria, entrerà più nel dettaglio su quali strumenti possano risultare utili nella gestione della terminologia quando si traduce saggistica scientifica e quale sia un possibile flusso di lavoro che garantisca coerenza e consistenza all’interno di uno stesso libro o anche di libri diversi ma facenti parte di una stessa collana.

Arrivederci alla prossima puntata!

Immagini
Ceci n’est pas un oeuf di Sergio Bertolini, via Flickr

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