Il percorso che Eva ed io seguiamo quando decidiamo di quale articolo parleremo nel blog è in genere molto personale ed è guidato, in primis, dalla nostra formazione, poi dalle nostre passioni e aspirazioni. È quindi probabile che, in queste pagine, argomenti di fisica, matematica, astronomia e biologia la faranno tendenzialmente da padrone.

Eppure, come si dice, la vita è ciò che avviene mentre siamo occupati a fare altri programmi, quindi mentre cercavo di decidere se parlarvi, appunto, di teoria delle stringhe o dell’ultimo premio Nobel per la fisica (non preoccupatevi, l’appuntamento è solo rimandato!), ecco che mi è capitato sott’occhio un articolo di Alia Wong, pubblicato su «The Atlantic», e intitolato Le menti autoritarie dei bambini in età prescolare. Ed è stato proprio il titolo (che nel frattempo, chissà perché, è cambiato in L’assenza di empatia nei bambini di età prescolare) a riportarmi in un nanosecondo alla mente l’immagine di mio figlio che qualche mattina fa, tutt’a un tratto, mi ha “gentilmente” chiesto di lasciargli la sedia con un perentorio «Mamma, levati!».

Ora, capiamoci, mio figlio ha due anni e mezzo e sta crescendo in un ambiente bilingue italo-francese, quindi è ben probabile che con quel «levati» mi stesse semplicemente intimando di alzarmi – in francese, appunto, lève-toi – e non di togliermi di mezzo (a proposito di bilinguismo, perdonatemi la parentesi, è divertentissimo come suo fratello gemello mescola sapientemente le versioni italiana e francese di Frà Martino Campanaro: «Frà Martino, frà Martino, dormez-vous? Dormez vous? Sonnez le campane, sonnez le campane, din don dan!»), però il piglio autoritario c’era eccome.

Quando osservo nei miei figli certi guizzi dispotici, o come tendono a imporsi per  accaparrarsi il giocattolo “migliore” (che il più delle volte è semplicemente il giocattolo in quel momento in mano al fratello), mi chiedo se tali comportamenti, se la necessità di sancire la propria autorità, siano innati e soprattutto se, e quando, possano essere destinati a cambiare.

L’articolo di Alia Wong offre diversi spunti d’approfondimento in tale direzione poiché racconta di un nuovo studio, condotto da un gruppo di ricercatori del Centro nazionale francese per la ricerca scientifica (il CNRS) e pubblicato sulla rivista «Developmental Psychology», che esamina come e quando il senso di giustizia ed equità si sviluppa nei bambini. Secondo gli autori dello studio, «gli autoritari e gli ingordi potrebbero avere un vantaggio nel mondo sociale dei tre- e quattrenni. Si tratta di un mondo in cui i bimbi dispotici, aggressivi ed egoisti prosperano a discapito dei compagni meno dispotici, meno aggressivi e meno egoisti, e uno in cui le gerarchie sociali inique sono qualcosa che è meglio mantenere anziché eradicare. Secondo lo studio tali preferenze si annullano con l’età, si affievoliscono verso i cinque anni e, a otto anni, volgono all’opposto: giunti a quell’età i bambini preferiscono bilanciare le disuguaglianze, agire da buoni samaritani e aiutare i compagni più piccoli».

Il corpo di lavori che analizzano la percezione nei bambini di temi come supremazia e autorità è vasto, tuttavia lo studio condotto dai ricercatori del CNRS si differenzia dagli altri perché «si spinge un passo oltre, esaminando il modo in cui i bambini reagiscono a episodi d’ingiustizia ridistribuendo le risorse disponibili. Quanto scopre offre validi spunti ­­­– sebbene limitati e potenzialmente controversi – sullo sviluppo ed evoluzione nei bambini della giustizia sociale e delle prospettive politiche. E, sebbene non sia direttamente rivolto agli educatori, i ricercatori indicano come lo studio possa dimostrarsi utile soprattutto ora che alle scuole viene richiesto di concentrarsi sullo sviluppo delle attitudini sociali ed emotive dei bambini oltre a quelle accademiche».

Negli esperimenti, i ricercatori hanno posto gruppi di bambini di tre, quattro, cinque e otto anni, divisi per età, di fronte a situazioni fittizie in cui, in sostanza, dovevano decidere se schierarsi a favore di un bambino “dominante” o di uno “subordinato”. Se nella scelta dei giochi il bambino “dominante” ha avuto la meglio in ogni fascia di età, quando si è trattato di decidere come spartire o ridistribuire le risorse disponibili i tre e quattrenni hanno agito in favore del primo, mentre i bambini di otto anni si sono schierati a favore del secondo. I cinquenni si sono divisi grossomodo a metà.

«Questi esperimenti dicono molto sugli impulsi sociali dei bambini quando questi non sono influenzati da fattori esterni, il che è un punto forte e debole allo stesso tempo del lavoro». I detrattori dello studio sostengono infatti che ognuno di noi si fa strada nel mondo guidato da attitudini contrapposte, per esempio se dominare o cooperare, ed è il contesto specifico a decidere quale prenderà il sopravvento.

Si contesta inoltre ai ricercatori di aver posto i bambini di fronte a situazioni fittizie. I protagonisti degli esperimenti erano pupazzi che non avrebbero davvero sofferto delle loro scelte, e i bambini, anche quelli di tre anni in cui il senso della realtà non è ancora del tutto sviluppato, avrebbero forse agito diversamente di fronte a individui in carne e ossa.

Ciononostante, tutti gli esperimenti hanno indicato in modo consistente gli otto anni come una tappa cruciale dello sviluppo del bambino: «È l’età in cui il senso d’empatia ­– che i ricercatori descrivono come “vigilanza contro i comportamenti antisociali” – inizia a consolidarsi. Nei due esperimenti […], per esempio, è probabile che i bambini di otto anni abbiano analizzato le gesta del bambino dominante e le abbiano associate a emozioni negative, come tristezza e senso di colpa. I bambini in età prescolare, d’altro canto, possono aver valutato la situazione basandosi unicamente sul suo esito e associato alla figura dominante emozioni positive come il successo».

Un altro studio concorda nel considerare gli otto anni una tappa fondamentale dello sviluppo infantile, poiché è a questa età che si manifesta per la prima volta un netto rifiuto verso situazioni inique, nonché l’età in cui «i bambini passano da usare comportamenti aggressivi per guadagnare il controllo di una risorsa – che si tratti di un giocattolo o dal proprio posto in fila – a comportamenti pro-sociali più sofisticati».

Ma non è tutto. Lo studio mostra che «i cinque anni sono un punto di svolta particolarmente ambivalente. In entrambi gli esperimenti, attorno a cinque anni avviene qualcosa di statisticamente simile: circa la metà dei cinquenni è orientato verso il comportamento dei bambini in età prescolare, mentre l’altra metà sembra preferire il comportamento dei compagni di otto anni. “Ciò che trovo affascinante è il fatto che a cinque anni abbiamo davvero due gruppi di bambini… Alcuni diventano più egualitari, mentre altri continuano a favorire l’autorità”, sostiene Rawan Charafeddine, scienziato cognitivo al CNRS e primo autore dello studio».

Sembra, insomma, che tra due o tre anni anche i miei figli potranno forse abbandonare il loro innato despotismo a favore di un modo d’agire più equo e di competenze sociali complesse più sviluppate. Spetta in ogni caso a genitori ed educatori riconoscere queste tendenze e attingere a esse per plasmare individui compassionevoli e inclini alla cooperazione. Secondo Charafeddine, il nucleo fondamentale, quel senso di giustizia ed equità, è presente, «ma i bambini potrebbero sviluppare l’una una o l’altra tendenza a seconda di ciò che sono incoraggiati a fare».

Immagini
Kids Playing, from Pixabay
Fonti
The Preschooler’s Empathy Void, by Alia Wong, The Atlantic, 2 novembre 2016.

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