Ricordo che, da ragazzina, ero rimasta molto colpita dalla frase di Seneca «Omnia mea mecum porto» – che poi, a cercarla oggi su internet, sembra un aforisma come tanti altri (oltre ad avere diverse versioni). All’epoca, potevo avere tredici o quattordici anni e avevo appena appena iniziato ad affacciarmi al mondo delle lingue classiche, non avrei mai immaginato che quel profondo significato filosofico un giorno sarebbe diventato molto più pleonastico, trasferendosi in toto al mio modo di lavorare – pardon, modus operandi.

Cerco di spiegarmi senza troppo latinorum – anche perché a onor del vero in latino non sono mai andata granché bene; andava un po’ meglio con il greco, anche se alla fine la mia soddisfazione più intima l’ho poi trovata con le lingue vive. E comunque. Tutte le mie cose, se non altro quelle afferenti alla sfera lavorativa, le porto con me nel senso che:

  • ho iniziato a riflettere su questo post mentre ero in un hotel a Ginevra, dopo aver preso un caffè/fatto una riunione redazionale con Valeria;
  • ho preso nota di alcune idee (poi superate) seduta su una panchina di fronte al duomo di Parma, scrivendo sul mio inseparabile quadernino verde;
  • ho scritto le prime righe (ovviamente diverse da quelle che leggete ora) a casa mia, sul tavolo della sala, mentre aspettavo che si cuocesse la marmellata di pomodori verdi;
  • ho finito il post, cercato le immagini e cliccato “pubblica” a casa dei miei genitori, dopo un lauto pranzo infrasettimanale, seduta sulla stessa sedia su cui un tempo preparai la tesi di laurea.

Nei quasi otto anni in cui ho lavorato per una società che progettava e organizzava eventi scientifici e culturali e che oggi non esiste più, sebbene fossi spesso in trasferta in tutta Italia e mi portassi sempre dietro il computer, il mio lavoro veniva svolto per un buon 70% all’interno dell’ufficio e, per il restante 30%, fuori sede ma circondata press’a poco dalle stesse persone – e, di conseguenza, dagli stessi irresistibili pettegolezzi.

Da quando ho sposato, un po’ per forza, un po’ per caso e un po’ per entusiasmo, la rutilante vita da traduttrice (ma non solo) freelance, niente di tutto questo accade più: lavoro su progetti diversi, con persone diverse, tipicamente in luoghi sempre diversi e (s)parlando sempre di cose diverse. Mi è capitato di rileggere parti di un libro tradotto qualche anno fa e di risentire in bocca sapori dimenticati (il caffè di un bar di Zurigo in cui ero stata per qualche ora a lavorare nel 2013), così come di aver lavorato a una traduzione quasi soltanto di notte perché avevo nel frattempo trovato un altro lavoro (diurno) a cui non potevo dire di no. [Per inciso: poche volte mi è capitato di dire no a un lavoro che fosse anche soltanto minimamente pagato, e questa mia compulsività all’accettazione causa tutta una serie di problemi di cui probabilmente avrò modo di dissertare in un prossimo articolo.]

Non starei a scomodare sociologi & Co. per raccontare in quale misura, in quest’epoca di fluidità lavorativa che possiamo anche chiamare precariato, perché no?, il lavoro sia pervasivo nello spazio e nel tempo, e come anche chi ha un posto più o meno fisso si trovi a doversi portare letteralmente il lavoro a casa molto più spesso e molto più aggratis di quanto non succedesse anche soltanto una decina di anni fa.

Il punto che mi preme sottolineare, tuttavia, è che da quando ho deciso di lavorare da freelance diventando traduttrice a tempo (quasi) pieno – e riempiendo i buchi con lavori legati alla scrittura o tutt’al più alla realizzazione di siti internet, quindi poca differenza – tutti i miei strumenti di lavoro si riducono a meno di un chilogrammo che può abbastanza facilmente essere trasportato in uno zaino praticamente ovunque: si tratta della coppia computer – quadernino per gli appunti.

Nel primo raccolgo gli attrezzi del mestiere: traduzioni in corso e strumenti come glossari, pdf di libri o articoli su argomenti che conosco poco e che potrebbero tornarmi utili per approfondimenti, un vocabolario monolingua di inglese e di francese e la speranza di riuscire a connettermi a internet per controllare le fonti eccetera. In realtà non finisce qui, nel senso che un buon vocabolario cartaceo ita/en o ita/fr poggiato sulla scrivania è sempre una scelta vincente, e spesso e volentieri una gita in biblioteca può risolvere molti problemi, come quello delle versioni della frase di Seneca che ho riportato all’inizio – ma avremo modo di parlarne in futuro, magari dopo che in biblioteca ci sarò stata davvero e potrò scrivere la versione corretta della citazione… Nel quadernino, invece, raccolgo le idee estemporanee, quelle che mi vengono quando non sono davanti al computer (quindi mentre non sto lavorando, almeno tecnicamente), magari durante una discussione con qualcuno di afferente alla sfera lavorativa, come Valeria nel caso del caffè ginevrino, ma non necessariamente.

Quando avevo tutti i miei dossier accatastati sulla mia scrivania dentro la mia stanza, che era la seconda a destra del corridoio del mio ufficio, ogni volta che andavo in trasferta mi sentivo strana, fuori posto, addirittura un po’ in vacanza – e facevo una gran fatica non soltanto a concentrarmi ma proprio a entrare nel mood lavorativo. Oggi no, questo non succede più. Basta aprire un quaderno (o scrivere sul retro di uno scontrino, nel caso, maledicendo il fatto di aver dimenticato detto quaderno e sperando di non perdere questi appunti volanti) ed ecco che – no matter where I am – potrei incominciare a fatturare al cliente. Se fossi un partner di un prestigioso studio legale americano, se non altro.

Nel mio caso, economicamente la cosa non è particolarmente vantaggiosa, ma da come si può evincere dal numero di posti diversi in cui ho fatto cose negli ultimi anni, anche se come avrò modo di scrivere in futuro non è che sia tutto rose e fiori, sicuramente ne ho guadagnato in leggerezza fisica e mentale e, pertanto, in qualità della vita. Senza contare che, col fatto di aver progressivamente imparato a fare a meno di sempre più cose che prima ritenevo assolutamente necessarie, credo a forza di lavorare da freelance di essermi meritata un piccolo cenno di incoraggiamento da parte dello stoicissimo Seneca.

Immagini
The Collaborative 10 via Death to the Stock Photo

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