Qualche giorno fa ho letto una splendida intervista a Giorgio Amitrano, traduttore dal giapponese che è la voce italiana – fra gli altri – degli arcifamosi Yoshimoto Banana e Murakami Haruki – ebbene sì, per chi non lo sapesse: in giapponese, contrariamente alle nostre abitudini, il nome segue il cognome. Questioni sociologiche a parte, in questa intervista Amitrano raccontava di fare sempre una prima lettura completa dei testi che traduce anche perché, spesso, quando legge un libro non sa ancora se sarà lui a tradurlo.

Se, da un lato, immagino che per tradurre un testo narrativo una prima lettura integrale sia utile, se non indispensabile, per avere un’idea del testo da affrontare e per così dire partire fin da subito col “piede giusto” (che poi sicuramente in corso d’opera si rivelerà sbagliato, almeno in parte), non sono così sicura che lo stesso discorso valga per la saggistica, e in particolare per la saggistica scientifica.

Un traduttore scientifico, di solito, lavora su argomenti che conosce: non soltanto ne padroneggia il lessico nella lingua di partenza e, soprattutto, in quella di arrivo, ma ha un’idea abbastanza precisa delle tematiche di cui può trattare un libro dedicato a quello specifico settore. Per questo motivo, di solito, quando un editore mi propone una traduzione (di un libro già disponibile), prima di accettare seguo grossomodo questo schema:

  1. per prima cosa leggo con attenzione l’indice, e se è presente anche l’indice analitico: soprattutto quando i capitoli hanno titoli evocativi come “Un’atmosfera ombra”, questo è l’unico modo rapido per accertarsi che il libro parli di quello di cui sembra dover parlare, e non di qualcosa di diverso!
  2. cerco di farmi un’idea generale di ogni capitolo e della struttura del libro: la presenza di schemi, immagini, riquadri (come nel caso della serie 50 idee di Edizioni Dedalo, di cui sto traducendo adesso un terzo libro) solitamente indica uno stile di narrazione molto diverso da quello di un autore che predilige un testo in cui la scrittura “fluisce libera”, ed entrambi i casi presentano aspetti negativi e positivi che è bene tenere presenti;
  3. per finire, per capire lo stile di scrittura dell’autore e il livello di approfondimento prescelto, leggo alcuni paragrafi scelti a caso; idealmente, se i capitoli sono divisi in sezioni, una sezione per capitolo consente già di scontrarsi con le prime possibili difficoltà.

Può poi sempre capitare, e per certi versi almeno all’inizio è inevitabile, di dover lavorare su parti di libri che parlano di argomenti poco conosciuti. Una prima lettura anche schematica, come quella che ho proposto, consente di capire abbastanza rapidamente se le cose stanno così e di prendere una decisione sul da farsi: rifiutare il lavoro, soprattutto se il bilancio conosco / non conosco pende a favore di quest’ultimo, oppure accettarlo, correndo il rischio di commettere errori concettuali o anche soltanto lessicali di cui non saremo neanche consapevoli?

Qualche anno fa, per una serie di ragioni, mi sono trovata ad accettare di lavorare su un testo che, fra i tantissimi temi, si occupava anche di paleoantropologia; ho fatto molta fatica (e impiegato un tempo non esattamente ragionevole) a imparare tutta una serie di cose, tra cui la terminologia corretta, e alla fine mi sono decisa: ho chiesto all’editore di far rileggere quelle parti da uno specialista. Avendo già lavorato molte volte insieme, il redattore si aspettava una richiesta del genere, essendo consapevole di quali fossero i miei argomenti “forti” e, di conseguenza, quelli su cui ero potenzialmente più debole; in quel caso, pertanto, mi sembra che la sinergia abbia funzionato e nessun lettore si sia mai lamentato di errori imperdonabili.

Da allora, tuttavia, quando decido di accettare una traduzione di un’opera in cui capisco subito se ci sono parti su cui non sono competente; stando così le cose, se non ho nessun amico specialista a cui chiedere consigli e, soprattutto, una rilettura finale, scopro le mie carte e faccio presente al committente che accetto il lavoro ma che, per i capitoli X e Y, sarebbe meglio trovare un esperto degli argomenti trattati che validi il tutto prima della pubblicazione. Così siamo tutti più tranquilli, soprattutto chi leggerà la versione italiana del libro.

Come traduttori scientifici, infatti, non siamo tenuti a conoscere a menadito ogni argomento; non è certo un’aspirazione realistica, a meno di non tradurre un libro soltanto se parla di ciò di cui ci siamo occupati per la tesi di laurea o di dottorato – se siamo molto fortunati, almeno nel mercato italiano, sarà già tanto se riusciremo a tradurne uno nell’arco di tutta la carriera. La nostra responsabilità, d’altra parte, è sempre nei confronti del lettore, pertanto spetta a noi avere un’autocritica abbastanza sviluppata da consentirci di capire quando è opportuno chiedere aiuto. E un committente serio non potrà che apprezzarlo.

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Senza titolo di Ben White via Unsplash

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