Nonostante scienza e giornalismo sembrino di recente aver deciso di sdoganare le parolacce, riclassificando il turpiloquio come “linguaggio emozionale”, immaginate la mia espressione quando, qualche tempo fa, tutta intenta a tradurre un piacevole saggio di astronomia, mi sono trovata davanti una battuta che prima di allora avevo sentito solo in «Priscilla Regina del Deserto». Perché quella faccia stupita? Pensavate forse che chi traduce saggistica sia immune a questo tipo di problemi? Assolutamente no.

E non era la prima volta in cui un autore che stavo traducendo aveva ceduto a un linguaggio un po’, diciamo, colorito. Come affrontare, dunque, la traduzione del turpiloquio nella saggistica? Senza voler tirar fuori una ricetta definitiva (che nel mondo della traduzione sarebbe tanto impossibile quanto assurda), posso provare a raccontarvi le mie esperienze in merito.

Se, come fanno notare sul loro blog Francesca Cosi e Alessandra Repossi, nella traduzione di un romanzo la difficoltà maggiore consiste nell’operare scelte di traduzione che rendano il turpiloquio credibile nella lingua di destinazione, in un saggio il pericolo di introdurre stonature sale davvero alle stelle.

Chi traduce saggistica potrebbe essere tentato di addolcire il testo così da renderlo più simile a ciò che il lettore quadratico medio si aspetterebbe da un saggio. Sinceramente, è un approccio che non mi piace: in genere, io preferisco evitare di farmi prendere troppo dall’imbarazzo e cercare di rendere il livello di turpiloquio per quando più possibile aderente all’originale.

Non sono infatti molto amante della, per citare un collega traduttore, “vaselina linguistica”: se l’autore ha deciso di usare un certo lessico, noi non possiamo (salvo casi ultra-eccezionali) prenderci la libertà di sostituire alcune espressioni con termini più “soft”. Qualche anno fa ho co-tradotto una raccolta di saggi di un bravissimo psicologo evoluzionista che ha fatto del non usare sottointesi e dell’affrontare con tono leggero e sfrontato temi controversi o sconvenienti una sorta di suo marchio di fabbrica. Era la prima volta che affrontavo un testo dal registro così esplicito, quindi mi sono chiesta come mi dovessi comportare, e mi sono confrontata con la redazione.

Può sembrare scontato, ma quando abbiamo un dubbio sul testo che abbiamo di fronte, che riguardi l’argomento trattato, il registro adottato dall’autore o quant’altro, la prima cosa da fare, sempre, è confrontarsi con chi, in redazione, quel testo lo conosce. Nel nostro caso ci siamo trovati tutti d’accordo sull’attenerci strettamente alle scelte dell’autore.

Alla fine è stata una parentesi (perché di solito traduco libri di fisica e/o matematica) molto “istruttiva”: ricordo ancora uno scambio di email con co-traduttore e redattore in cui siamo andati a caccia di sinonimi perché avevamo finito le espressioni colorite.

E la famosa battuta “priscillosa”? Beh, lo confesso, dopo averne discusso con la redazione ho deciso di toglierla. Lo so, sembra brutto e in perfetta antitesi con quanto ho raccontato fin qui, ma si è trattato in fondo dell’eccezione che conferma la regola: era una battuta isolata che nulla aggiungeva, né si adattava, allo stile del testo e, soprattutto, era un gioco di parole basato sulla pronuncia inglese di un termine. Tradurlo più o meno letteralmente o, peggio, provare a spiegare la battuta non avrebbe avuto senso. E nemmeno cercare un’espressione equivalente che suonasse bene in italiano, poiché quel gioco di parole era intimamente legato al contenuto del brano. Insomma, ho sguainato la forbice e ho eliminato quella piccola parentesi. Ma, ripeto, si è trattato di un caso estremo e isolato, e come tale va preso. Altrimenti correremmo il rischio di essere disonesti nei confronti dell’autore e, soprattutto, del lettore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *