La morte eroica nell’antica Grecia [recensione]
Un giorno mi chiama mia madre e mi racconta che una sua amica stava leggendo I miti del nostro tempo, di Umberto Galimberti (su Merdinelli, giusto per essere precisi) e che, fra questi miti odierni, il Galimbo trattava anche quello della guerra. In questa trattazione c’era tutto un diverbio con sBaricco che non so in quale altro capolavoro del non-pensiero aveva detto chissà cosa, ma di questo mi interessa poco. Insomma, la suddetta genitrice, mi illustra che Galimbo faceva risalire il mito bellicoso (drammatico sì, ma culturale) agli antichi Greci, la qual cosa l’aveva scandalizzata e l’aveva indotta a redarguire la sua amica indicandole che gli antichi Greci non avevano affatto il mito della guerra, bensì quello del guerriero, il che fa una bella differenza. A sentire mia madre i Greci avevano l’orrore della guerra (seppur la ritenessero necessaria, a volte) e, proprio per questo, ammiravano i guerrieri che la affrontavano senza paura, andando incontro a morte quasi certa.
Si sa come ci si deve comportare con i propri genitori: si annuisce, si ascolta, gli si vuole bene, ma poi si continua per la propria strada. E così feci. Tempo una settimana e mi imbatto in casa in un libricino di Jean-Pierre Vernant che avevo comprato mesi fa: La morte eroica nell’antica Grecia. Buffa coincidenza perché questo libello, che tratta in particolare il problema della morte presso gli antichi Greci (che col loro pragmatismo avevano un che di “ateo”, se mi si passa l’eresia), conferma senza dubbio la tesi della mia genitrice. Infatti Vernant spiega chiaramente che i Greci avevano moltissima paura di morire perché credevano che non ci fosse nulla dopo (pensa tu che fessi!). O peggio, che ci fosse l’Ade, luogo inaccessibile ai vivi, in cui i morti, tutti, nessuno escluso, perdevano la propria individualità e venivano a far parte di un mare magnum di ombre indistinte. Capiamoci bene: manco anime, ombre! Ed essere privati della propria identità per i Greci significava perdere tutto.
Datosi che la guerra di solito produce qualche morto in eccesso, ecco qui che appare evidente l’impossibilità da parte degli antichi Greci di avere un mito della guerra. Altresì diviene palese il perché avessero il mito del guerriero: colui che sfida l’orrore supremo dev’essere giustamente ricompensato in vita del più grande onore.
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Particolarmente illuminante di tutto ciò è il passaggio dell’Odissea in cui Ulisse fa visita ad Achille, nell’Ade. A un certo punto Ulisse si fa venire un po’ di paura che pure lui potrebbe finire male e quindi, fra i suoi tanti viaggi, bussa alle porte dell’Ade chiedendo di Achille. Achille beve sangue d’ariete e così gli viene concesso di riapparire per pochi istanti e parlare con Ulisse.
“Di Peleo”, io rispondea, “figlio, da cui
Tanto spazio rimase ogni altro Greco,
Tiresia io scesi a interrogar, che l’arte
Di prender m’insegnasse Itaca alpestre
Sempre involto ne’ guai, l’Acaica terra
Non vidi ancor, né il patrio lido attinsi.
Ma di te, forte Achille, uom più beato
Non fu, né giammai fia. Vivo d’un nume
T’onoravamo al pari, ed or tu regni
Sovra i defunti. Puoi tristarti morto?”
“Non consolarmi della morte”, a Ulisse
Replicava il Pelìde. “Io pria torrei
Servir bifolco per mercede, a cui
Scarso e vil cibo difendesse i giorni,
Che del Mondo defunto aver l’impero.
Detto in italiano: Ulisse gli dice che nessun uomo più di Achille è stato felice, prima onorato come un dio fra i vivi e ora re dei morti, mentre Achille gli risponde che se avesse saputo la fine che lo aspettava, non avrebbe mai fatto il guerriero! Avrebbe preferito essere lo schiavo di un qualsiasi bifolco che lo trattasse male, piuttosto che essere morto.
Vernant fa anche un’interessante contrapposizione fra Achille e Ulisse:
Ulisse è il contrario di Achille. Achille è l’uomo della vita breve e della morte gloriosa; Ulisse è l’uomo del ritorno a casa, della lunga vita con la compagna, della fedeltà a se stesso, a Itaca, a Penelope, alla sua vita.
Questo illustra il grande bivio che ogni essere umano deve porsi a un certo punto della sua vita: scegliere di mettere sempre tutto in gioco, in maniera definitiva, totale, col rischio di vivere poco (un giorno da leoni); oppure scegliere di vivere senza rischi, arrivando alla fine dei propri giorni vecchio, decrepito, magari rimbambito (cento anni da pecora). Chi sfida la morte eroica viene ricordato per sempre come bello, giovane, affascinante, mentre chi si ritira in una vita mite, non verrà ricordato da nessuno. Ma questo per i Greci, come ammonisce Vernant, ha a che fare solo con la vita, non con la morte:
L’immortalità, il kléos áphthiton, che la morte eroica conferisce, non passa le frontiere dell’Ade: è tra i vivi che Achille è conosciuto ma, nel regno dei morti, Achille cessa di esistere.
Dunque la morte eroica era un modo sofisticato per gli antichi Greci di esorcizzare la morte comune, banale; la morte degli uomini normali.
Che altro aggiungere? Il libro (che poi non è altro che la sbobinatura di una conferenza) si legge in mezz’oretta scarsa ed è godibilissimo. Un pamphlet molto utile per comprendere (non risolvere, eh!) alcuni problemi esistenziali che ci accompagnano da millenni. In calce ci sono anche delle interessanti domande poste da alcuni presenti, a cui Vernant risponde con il suo fare gentile.
Più in generale mi sento di consigliare questo autore a chiunque sia interessato alla mitologia greca. Vernant, pur essendone stato uno dei massimi studiosi, è uno di quegli scrittori che riesce sempre ad affascinare. Di solito gli esperti di ogni settore si parlano fra di loro quasi in codice, diventando immediatamente fastidiosi e lasciando poco o nulla di interessante a noi passanti. Ma Vernant era diverso. Aveva due doni in simbiosi: amava la sua ricerca ed era un divulgatore eccezionale. E per chi come me ha studiato altro ma è curioso di un po’ tutto, è sempre un piacere leggere i testi di persone così: sono approfonditi, accorati, e comprensibili. In definitiva: splendidi.
Di Vernant non posso non consigliare anche L’universo, gli dèi, gli uomini, probabilmente la sua opera più divulgativa in assoluto. È con questo libro che mi sono affezionato a quest’uomo, al suo modo limpido di illustrare quei personaggi e quelle storie che sembrano sempre complicatissime e così intimamente collegate alla nostra civiltà e alla nostra psicologia.
Senza dubbio un autore da leggere e rileggere, se si sceglie la via mite. Chi invece affronta la morte eroica, probabilmente non avrà nemmeno il tempo di una breve consultazione.
solo un paio di cose : che ulisee sia quello “della lunga vita con la compagna” mi pare difficile da affermare, visto che fu lontano per ventanni e che nel frattempo penelope ebbe modo di divenire la più grande esperta in ditalini della storia.
la seconda è : ma tu madre li leggi i tuoi commenti? spero di no, perché altrimenti sei nei guai..
;-)
mi piace comunque il fatto che non perdi mai occasione per sputare in faccia a merdinelli e baciccio!
bravo!
Non ho capito che cazzo c’entra il libro di Galimberti con la recensione del libro di Vernant.
La suddetta genitrice ha una amica che ha riferito alla suddetta genitrice che… merdinelli baciccio e galimbo…un pò di rispetto per chi, come me, vuol leggere quello che hai scritto sul libro di Vernant no!
Per non parlare della geniale risposta di Kux: i ditalini di Penolope!
caro Domenico,
scusa se ti ho mancato di rispetto. Francamente non vedo che male ci sia a fare un piccolo e simpatico preambolo. Il tutto per dire che Vernant, in questo libro, contraddice la tesi di Galimberti. Ma ci tenevo a specificare che io personalmente non l’ho letta, mi è arrivata di traverso, dalla suddetta genitrice.
Il preambolo per me ha anche un valore in quanto è una coincidenza (mia madre mi parla del tema dell’eroe nell’antica Grecia e due giorni dopo leggo questo libello), e a me piacciono parecchio le coincidenze.
In ultima analisi: un insulto a sBaciccio è sempre doveroso.
Saluti!
fr