La prima persona [recensione]
Tutto è cominciato da un’entusiastica recensione letta sull’Internazionale n. 839, anno 17 (per capirsi quello della settimana che va dal 26 marzo al 1 aprile 2010). Stuart Kelly, scrivendo per The Scotsman, recensisce questo libro di racconti e dice:
Parte della gioia di leggere i racconti di Ali Smith è vedere come il suo genere particolare di letteratura sfidi, sovverta e rinvigorisca di continuo la forma della scrittura breve, ma sempre con un nucleo di carica emotiva e un fascino indiscutibile.
Quattro pallini rossi su cinque.
Sfidare, sovvertire e rinvigorire la scrittura breve?
Davvero davvero?
Mi annoto mentalmente il titolo e l’autrice. Poi esco. È davvero una dannazione avere una buona memoria: alla prima occasione cerco il libro – ricordo titolo e autrice – e lo compro. Lo compro pur essendo pubblicato dalla Giangiacomo Feltrinelli Editore che, si sa, non pubblica più nulla di decente da lustri. Lo compro perché non voglio fare troppo lo snob. Lo compro perché sempre di meno si trovano in giro scrittori che affrontano i racconti in maniera innovativa (e Stuart Kelly mi ha detto che questa Smith lo fa). E io sono un cultore del racconto come forma di narrazione superiore.
Lo compro lottando contro quella copertina che mi diceva a chiare lettere: dio bòno! non ti azzardare a togliermi da questo scaffale! Una copertina che aveva quel classico pessimo gusto delle copertine della merdinelli, quelle (per capirsi) à la Stefano Benni, Banana Yoshimoto, eccetera eccetera. Orrende.
Insomma, gli indizi c’erano tutti. Potevo risparmiarmi questi 13 euri. E invece no, ho voluto dare fiducia alla scrittrice di racconti, ai quattro pallini rossi, a Stuart.
————————————-
Ovviamente sapevo che la carta merdinelli è di merda, me lo ricordavo bene, quindi ho evitato lo choc iniziale, ma quando apri il libro, un presagio ti assale comunque. Capisci subito che Ali Smith ha qualche problema di autostima: il libro ha una dedica tripla (e fin qui nulla di male, se non fosse che sotto ad ogni nome poi c’è un verso di una canzone). Girata la pagina della tripla-dedica, la Smith ci inonda con 4, dico ben 4, citazioni. Di cui l’ultima ad opera di Murakami (giusto per arruffianarsi una bella fetta di lettori). Iniziamo malissimo.
Qui a le parole degli altri siamo grandi sostenitori delle citazioni, figuriamoci, ma siamo giustamente selettivi. Esistono due regole d’oro per le citazioni:
- vanno scelte con cura,
- vanno usate con parsimonia.
La Smith riesce ad infrangere entrambe le regole in una singola pagina. Grande.
Ci tengo a dire però che le citazioni scelte sono veramente in linea con li libro: nessuna è pessima, anzi sono tutte godibili, ma in finale, non ce n’è nemmeno una memorabile. In un mondo perfetto le citazioni dovrebbero essere scelte in base alla loro forza espressiva. Se un autore sceglie, per aprire il suo libro, delle citazioni sgonfie, figuriamoci come può essere il contenuto della sua opera…
Forse la migliore citazione è proprio quella di Murakami, e con questo ho detto tutto.
Per non smentire i brutti presagi, i racconti sono esattamente come la paginata di citazioni amorfe. Qualcuno migliore, qualcuno peggiore, ma in definitiva tutti facenti parte di un genere particolarissimo detto: letteratura mediocre.
Francamente non riesco a vederci tutta quella poesia del quotidiano di cui si parla tanto in giro (la rete pullula di articoli entusiastici della Smith). Inoltre mi pare che la Smith ci tenga troppo a dirti che è bisessuale (ma attenzione! con maggiore inclinazione agli amori saffici!) e che questo permei eccessivamente le storie. Potrebbe anche non fregarmene nulla delle sue inclinazioni sessuali. Potrebbe anche essere troppo facile far girare tutto su questo elemento. Potrebbe addirittura essere noioso seguire le nevrosi di donne che si lasciano e poi si rimettono assieme e che non la smettono mai di essere così dannatamente isteriche e volubili.
Ora, per essere profondamente sinceri, non tutti i racconti sono poi così male, ma il problema reale è che questa è davvero letteratura mediocre. Dal mio punto di vista: inutile. Anzi dannosa perché distoglie l’attenzione da quella eccellente. E invece è probabilmente quella che vende di più. Perché è facile. È maledettamente facile da leggere, ma anche da fare, con queste storie che non finiscono e ti lasciano a metà, con questi accenni non portati a termine che creano micro-tensioni irrisolte.
Molto poetiche, per chi la poesia non l’ha mai letta.
Uno potrebbe dire: questa non-letteratura può addirittura esser buona, se piazzata fra un libro e un altro, così giusto per svagarsi un po’. E quell’uno che si fosse imbarcato in una simile affermazione non avrebbe nemmeno troppo torto, se non fosse che siamo letteralmente invasi, sopraffatti da scrittori di questo tipo; questi non-scrittori, questa non-letteratura, questo non avere nessun valore ma molto mercato.
Unica nota positiva del libro (oltre al fatto di avere un immediato potere evasivo che torna utile in metropolitana quando tutti puzzano e tu non fai eccezione) è che mi ha fatto riflettere su una differenza. Ci sono scrittori che quando scrivono hanno un’idea, mentre altri scrittori non hanno nessuna idea ma vogliono raccontare qualcosa. Non so se mi spiego: chi ha un’idea, usa la storia per veicolare il suo messaggio, usa la storia come strumento; mentre chi non ha nessuna idea scrive una storia per il solo gusto di farlo.
Ci possono essere molti validi motivi per non avere nessuna idea, primo fra tutti la mancanza di idee, ma anche la voglia di non appesantire il testo o la voglia di fare pura ricerca stilistica o anche banalmente la noia (che faccio oggi? mah, mi sa che scrivo due righe…). Ma quando si scrive una storia senza un’idea portante, è bene che almeno la storia sia una storia interessante, perché se mancano le idee e mancano pure le storie, allora andiamo tutti a casa. Ecco, la Smith mi fa un po’ quell’effetto lì: stattene a casa per favore.
Mi sono sempre definito un lettore dal forte fiuto e il mio fiuto mi aveva ampiamente sconsigliato questo libro. Non penso di aver fatto male ad ignorarlo, ogni tanto è bene mettersi in discussione (e comunque ci ho messo solo 2 giorni a leggere i racconti, quindi nemmeno troppo tempo perso), ma la prossima volta torno a fidarmi di lui e non di quattro squallidi pallini rossi dell’Internazionale. Questo libro oggi poteva ancora starsene comodo comodo su uno scaffale in attesa di qualche non-lettore che lo apprezzasse (e pare che ce ne siano a bizzeffe là fuori), adesso invece giace sulla mia personale pila di libri da rivendere/riciclare/dismettere.
All’oblio ci penseranno i giorni.
ora non fare lo snob [anche se dici di non averlo fatto ;-) ], ovvero : la citazione di murakami per te poteva pure starci bene, visto che ti piace – e a me no, proprio perché si dilunga a dismisura. parlando di scrittura breve.
per quel che riguarda l’istinto : chi è che non cede, una volta ogni tanto, a farlo tacere e mettersi un attimo in discussione?, quasi nessuno, mi si risponderà, poiché, in realtà, chi diavolo è che si fida del suo istinto? pochi. ci è stato insegnato ad essere razionali, ergo : spazio per l’istinto : zero potenza di zero. [c***i vostri]
per quel che è gli scrittori, o meglio : non-scrittori facili da digerire, sono una piaga, è vero. ma non è altresì neppure giusto imporre [come vorrei fare io, senza punto esitare] la sola lettura di gente come joyce, schmidt, borges, kafka, buzzati, calvino.. siamo tutti diversi. evviva! sul serio. perché no? se non ci fossero persone che apprezzano scrittori come questa, tanto per dirne una, tu non avresti motivo di inorgoglirti del tuo snobismo – ;-) – e poi che male ti fanno a te? se responsabilità vi è in un incontro che ti ha lasciato insoddisfatto, è nel tuo non ascoltare il tuo istinto, primo; secondo, che male ti ha fatto codesta? non si è auto-invitata a casa tua, per tua buona pace, col rischio di sciorinarti senza soluzione di causa storie insignicanti per farti arrivare al suicidio appena rientrato dal lavoro la sera.
forse ti rode più il fatto di averci comunque passato su due giorni due? piccolo errore, ok, basta..
accettare se stessi porta ad accettare gli altri. hai fatto una bischerata, stica, butta il libro nella spazzatura di carta da riciclo e goditi la tua vita sereno e pacioso.
[i libri che trovo davvero brutti, peggio : inutili, non li rivendo né regalo : direttamente nella carta da riciclo. perché continuare a far circolare qualcosa che consideri davvero dannoso? è come aver scoperto un virus, allontanarlo da te, ma non far nulla perché acchiappi qualcun altro. se davvero pensi che questo libro sia "dannoso", buttalo e pace].
[ certo, se si fosse auto-invitata da te per dei festini saffici il discorso comincerebbe a farsi più interessante]