Un cinese a Buenos Aires [recensione]
Capita a tutti di sbagliare. Quindi, se non avete ancora letto questo libro, vi perdono. Ora uscite e andate a comprarlo. Oppure no, meglio, collegatevi al sito di questa piccola e importante casa editrice specializzata in lingue ispaniche (tutte, dal castigliano al galego). Lì potrete comprare con sconti sontuosi, usufruendo del paradigma della zia Luisa. E darete pure più soldi all’editore (e meno ai distributori), fico, no? Oppure, in ultima analisi, forse la cosa migliore è andare dal vostro libraio di fiducia (non parlo delle multinazionali della merda) e farglielo ordinare. Vano tentativo di tenere in vita quei posti splendidi e polverosi chiamati librerie. Insomma, vedete voi, però procuratevelo.
Ma procediamo con ordine.
Anche questo è uno dei tanti libercoli comprati alla fiera dei libri liberi. Quando son passato allo stand della gran vía sono stato attratto dalla solita fascetta attira attenzione (a questo punto mi sa che funzionano davvero). Vi campeggiava un’affermazione di tale Nuria Amat. Diceva: “È nato un nuovo Cortázar? Non perdetevi queste avventure e disavventure di un cinese in Argentina”.
Mi chiedo se la Amat abbia mai letto questo libro. No, dico davvero.
- Cortázar non c’entra una mazza.
- Non ci sono molte disavventure di un cinese in Argentina (a dispetto del titolo, ma avrò modo di parlarne più in avanti).
Ora, chi pronuncia la parola Cortázar davanti al sottoscritto deve stare molto attento, perché va a toccare un pezzo di mitologia personale. Molti pensano che scrivere un racconto sia come scrivere un romanzo, solo più breve. Cortázar, seguendo le orme di Borges, ha creato una nuova dimensione per il racconto. Dopo di loro, il concetto istesso di racconto è mutato irrimediabilmente. Nessuno si può più cimentare su quella strada ignorando la loro rivoluzione.
E insomma, allo stand della gran vía c’era un Simpatico Ispido Barbuto, uno di quelli con la parlantina facile (ma che lo vedi che è un po’ timido, la parlantina è tutta un’architettura protettiva), uno di quelli che ti aspetti di trovare in trattoria per condividere un cicchetto, quando stacchi dal lavoro (con l’unica differenza che lui ci passa la giornata intera, in trattoria – è evidente).
Gli chiesi – con tono abbastanza polemico, lo ammetto –, ma è davvero come Cortázar ’sto qua?
Quel S. I. B. mi stupì (e non è una roba facile, stupirmi) disse semplicemente: non sono mica io che lo dico, quelle sono le parole di Nuria Amat.
(Pausa.)
(Pausa più prolungata dal chiaro significato, sì occhèi, ma tu allora che ne pensi?)
S. I. B. – Secondo me non c’entra nulla con Cortázar. Questo è un libro comico.
Ecco, se c’è una cosa che in questo mondo va onorata, è l’onestà. Specie l’onestà di quelli che sai che hanno come un certo interesse per i tuoi schei. Io l’ho rispettato per questo. E gli ho comprato il libro. E ho fatto bene. E aveva ragione, non c’entra una mazza con Cortázar. E ti spacca dalle risate.
All’epoca non sapevo di star parlando nientepopodimeno che con l’esimio Fabio Cremonesi in persona, ovvero il creatore di questa piccola realtà italiana, oserei dire padana (ma non lo dirò perché suona troppo leghista); comunque sia, il buon Cremonesi è il patròn della gran vía. Adesso invece lo so, e non mi cambia nulla saperlo, se non forse che mi fa provare ancora più di stima nei suoi confronti (aho, se la baracca va per aria è lui a essere nella merda, non te).
Ma veniamo al libro. Partirò dal titolo. Come dicevo, a totale dispetto di questo, il personaggio principale non è un cinese a Buenos Aires, sebbene i cinesi nel libro, e a quanto pare a Buenos Aires, non mancano (io pensavo fossero tutti a piazza Vittorio o in Cina) e il cinese in questione, quello a cui fa riferimento il titolo, è presente per un buon 5% della storia.
5%?
Sì, infatti il nostro eroe è un… argentino, il quale si trova… a Buenos Aires. Strano eh?
Ho polemizzato con il traduttore (che è sempre Fabio Cremonesi; praticamente un fac totum – non so come sia in veste di patròn, ma come traduttore è sublime) sulla storpiatura del titolo. Il titolo originale è Un cinese in bicicletta. Lui dice che in italiano suona meglio la sua versione (e non gli posso dare torto) e che tutto sommato non si perde granché in termini semantici fra le due.
In effetti è così.
Dal mio punto di vista però entrambi i titoli sono sbagliati.
Questo libro si doveva chiamare Un argentino a Buenos Aires. Primo perché è un titolo che spiazza per la sua intrinseca proprietà lapalissiana. Poi perché il personaggio principale è in effetti argentino e perché l’azione si svolge, a tutti gli effetti, a Buenos Aires. Al limite, ma proprio al limite, si poteva mettere in calce una di quelle frasi ammiccanti tipo non la Buenos Aires che pensi tu. Ma adesso basta cazzate, veniamo al dunque.
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Magnus è un amante dei periodi lunghi ma anche della scorrevolezza del testo (sicuramente merito pure di Cremonesi con la sua ottima traduzione), Magnus è un eclettico, uno che con la sua lingua ci sa fare. Insomma, non un pivello alle prime armi con openoffice. Magnus è uno scrittore vero, uno scrittore del nostro tempo. Ha la classica cultura postmoderna: un substrato molto dotto (ha studiato filosofia, giornalismo, è poliglotta, e via dicendo) integrato con la cosiddetta cultura pop (qualunque cosa voglia dire questa locuzione oggidì). Mescola le due cose con naturalezza, cosa che in piccolo facciamo tutti ogni volta che apriamo l’internet, ma poi non so perché, quando compriamo un libro e ci troviamo dentro gente che parla dell’internet o gli sms o un iPod pensiamo subito che il libro sia di Fabio Volo e quindi di merda. Almeno, per me è così.
Un cinese a Buenos Aires smentisce questo stereotipo e lo fa raccontando una storia complessa, dove la vera poeticità sta nella realtà delle cose. Magnus è un istrione, creatore di personaggi memorabili e di una storia divertentissima e piena di colpi di scena. Ma non di colpi di scena tipici della fiction, della narrativa. No, lui racconta cose ragionevoli, realistiche. Lavora contro quell’idea per cui una storia deve rapire il lettore immergendolo in un mondo fantastico fatto di situazioni al limite delle possibilità. Cioè, lui ti immerge in un mondo fantastico eccetera eccetera, ma lo fa realisticamente. E non è da tutti. Quante volte, indagando a fondo su situazioni molto articolate – al limite della comprensione – poi si scopre che hanno delle cause relativamente ovvie o realistiche? Ecco, questo è un libro che ti stupisce perché è profondamente ragionevole. Ed esserlo, parlando di cinesi, direi che è un miracolo.
Ma soprattutto, ci tengo a dirlo, questo è un libro esilarante. Le situazioni comiche si susseguono a ripetizione mantenendo sempre alto il livello di ghigno. Le prime 100 pagine mi hanno fatto letteralmente piangere dalle risate.
E la Cina quindi dov’è? La Cina è incastonata dentro al libro, è lo sfondo, è ovunque. Perché questo è il vero viaggio che farete leggendo il libro. Esattamente l’opposto di ciò che lascia intendere il titolo del libro (ossia tutta una serie di stantii stereotipi sull’argentinità, narrati dal punto di vista di un emigrato cinese); verrete trasportati in una Cina in vitro.
L’inghippo sta proprio qui: se è vero che l’azione si svolge a Buenos Aires, va precisato che è limitata ad una zona molto particolare, un luogo che per molti degli occidentali appare vago, fra il temibile e l’esotico, una specie di bolgia infernale (alla quale poi non tutti credono fino in fondo, perché non ci sono mai stati, quindi non esiste, giusto?): China Town. Nel senso di: la china town di Buenos Aires (posto che probabilmente tutte le China Town del mondo si chiamano China Town, così come tutti i cinesi sono uguali, no?).
La storia è quella di un ragazzo tracagnotto e apparentemente non molto fortunato (Ramiro) che si ritrova ad essere rapito da un cinese (eccolo il nostro 5%!) e sequestrato in una casa che è anche il retro di un ristorante, cinese. Il rapitore è il temibile Li Cerino, famoso per essere incriminato per una serie di incendi dolosi ai danni di negozi di arredamento.
Il nostro protagonista e narratore (quello vero, non il cinese) viene coinvolto in questa vicenda solo perché passeggiava nella stessa strada quando la polizia becca Cerino. Diviene quindi testimone ufficiale della scena e, quando i due si ri-incontrano al processo, Li Cerino pensa bene di fuggire dal processo brandendo il nostro ignaro testimone e protagonista come scudo e mostrando ai poliziotti una splendida pistola.
Fin da subito però il romanzo mostra il suo tratto caratterizzante (sia del narratore, sia del libro in toto): una prospettiva diversa, ribaltata. Un modo alternativo di concepire e interpretare la realtà. Il protagonista non è né spaventato né arrabbiato di venir rapito, anzi. Provenendo da una vita abbastanza scialba, trova tutta la faccenda del rapimento interessante. Cerino gli sta subito simpatico (come potrebbe non starti simpatico uno che, beccato dalla polizia, vicino al luogo di un incendio doloso, con dei fiammiferi lunghissimi, una pietra e una bici, spiega che con i fiammiferi ci si accende le sigarette e con la pietra ci aggiusta la bicicletta…) e fa il tifo per lui.
Parrebbe un giallo, ma in realtà il libro è molto più sofisticato. È un romanzo antropologico: descrive qualcosa di quasi indescrivibile, se vogliamo, una specie di concetto astratto, un topos surreale: i cinesi occidentali. Nello specifico, i cinargentini.
Il livello di introspezione e di attenzione ai dettagli di Ramiro è altissimo, e tramite questo filtro il lettore si avvicina all’ignoto per conoscerlo. Ramiro è il nostro occhio, il nostro orecchio nel mondo parallelo dei cinargentini. E il suo approccio è fantastico perché privo di preconcetti, di stereotipi. È ribaltato. Dopo un po’ che è segregato nel retro cucina, inizia a capire che non è un vero sequestrato, perché può muoversi, può uscire, può parlare con la gente (comicissimo quando realizza che tutti i cinesi che gli sono intorno capiscono perfettamente lo spagnolo: all’improvviso termina la sua costrizione all’afasia, costrizione che per i primi giorni si era auto-imposta immaginando che tutti parlassero solo cinese, cosa che, ovviamente, fra di loro facevano). Il culmine di questo ribaltamento di prospettive arriva quando Ramiro si rende conto che nessuno ha mai reclamato la sua assenza: è un sequestrato che nessuno rivuole indietro. Ma lui è più felice adesso, è (paradossalmente) più libero – merito anche del fatto che si innamora di una cinese – e non tornerebbe mai indietro alla sua noiosissima vita precedente. Lui è felice lì dentro, il suo è un dono piovuto dal cielo, e oltre all’amore gli ha portato una nuova concezione della realtà. Riuscire a vivere il proprio rapimento come un dono e costruirci sopra una nuova vita dà la dimensione del ribaltamento di cui parlo.
Mi chiedo dove Magnus abbia preso tutte queste informazioni sul modo di vivere dei cinargentini, perché è tutto così credibile, preciso, sembrerebbe vissuto in prima persona. Mi affascina vedere questi effetti della globalizzazione, questa cultura trasversale, vasta. Allora l’ho gugolato e ho scoperto com’è andata. È andata così. O così.
Una nota: per chi ha paura di leggere per sbaglio l’ultima riga prima della fine del libro (della serie: come rovinarsi il piacere dell’ultima pagina), in questo libro non è possibile perché l’ultima frase è scritta in cinese, a dimostrazione del fatto che il protagonista si integra talmente bene nel suo nuovo mondo che da argentino diventa argencinese (cinargentino è impossibile). Ah, per i nostalgici, ovviamente potete sempre rovinarvi la penultima frase, se ci tenete tanto.
Ho chiesto al traduttore/editore-patròn cosa significa quella frase ma lui (assurdamente) mi dice che non ha mai sentito la necessità di chiederlo a Magnus. Ma dico? Ti pare che leggi un libro e l’ultima riga è criptata in inaccessibili (e molto graziosi) ideogrammi e a te, che hai un contatto diretto con l’autore, non ti viene in mente di chiedergli che diavolo significa? No a lui non è venuto in mente – probabilmente quando è giunto alla fine della traduzione, non gli pareva vero che poteva saltare l’ultima riga! È una triste verità: cresciamo, diventiamo adulti, ma siamo comunque tutti schiavi della sindrome da campanella dell’ultima ora. Ho intimato a Cremonesi una traduzione della frase, da richiedere espressamente al Magnus, ma mi sa che faccio prima a passare dal negozietto di cinesi sotto casa col libro aperto.
In definitiva, libro divertentissimo, tradotto impeccabilmente, con una valanga di nozioni e di storielle ironiche che si intrecciano. Un libro che non si può non adorare. Di certo non vi cambierà la vita, ma vi farà morire dal ridere gettando una luce completamente nuova su un mondo a voi sconosciuto; un mondo che lavora in parallelo al nostro mentre noi facciamo finta di nulla.
Magnus ha finalmente fatto sapere a Cremonesi, che ha fatto sapere a me, il significato dell’ultima riga del libro. il mistero si è dunque risolto.
gli ideogrammi significano: felice anno nuovo.
perfetto anti-climax.
tuttavia è un finale molto in linea col libro, dove il personaggio principale vince una vita nuova, dunque l’anno nuovo è una metafora del suo nuovo inizio.
giustamente, in cinese.