Una storia di Natale non finita [recensione]
Ho conosciuto il buon O. Henry durante quegli sprazzi di prima adolescenza in cui ti capita per le mani una zia o una ex babysitter che inizia a propinarti quello che ritiene letteratura per ragazzi cresciuti. Nello specifico, la mia pusher iniziò con i racconti cosiddetti “per adulti” di Roald Dahl, che non sono roba erotica, chiaramente, ma non sono nemmeno le cose per cui è famoso, vale a dire i libri per ragazzi come “Le streghe” o “La fabbrica di cioccolato” e la nipote (compianta modella per taglie forti. Bisogna saperle, queste cose). Insomma sono i proverbiali racconti dal finale imprevisto.
In un sottogenere letterario simile potremmo inserire il buon O. Henry, che è precedente a Dahl, è americano, s’è fatto la galera per appropriazione indebita e l’alcolismo, e questo dice un sacco di cose.
Tutti i racconti di Henry sono uno spasso. Sono dominati da quell’umorismo critico verso la società che tanto piace agli americani, sono pieni di moralità cinica, buone intenzioni, e il fato che manda tutto a carte quarantotto all’ultimo momento, con grazia implacabile. Hanno un senso dell’umorismo che mi ricorda il contemporaneo Mark Twain, meno cattivo ma altrettanto spaccone, e anche questo la dice lunga.
Libretto consigliatissimo, insieme alla raccolta “Memorie di un cane giallo“, consigliato anche perché queste benedette edizioni della Mattioli 1885 sono proprio carine, la carta è molto bella, le copertine sono eleganti, sono piccoli e davvero tascabili e te le puoi portare in saccoccia dovunque, così dal dentista o alla fermata dell’autobus o aspettando un compare ritardatario si può impiegare il proprio tempo con estremo diletto. Se ne possono portare addirittura due, così si è sicuri che quando uno finisce non si rimane a bocca asciutta.