Litania di un arbitro [recensione]
Evidentemente nel mio karma, in questo periodo c’è il calcio. Il giorno che ho iniziato a leggere Litania di un arbitro, sono anche andato a vedere Il mio amico Eric, l’ultimo film di Ken Loach, che vanta nel cast il temutissimo Eric Cantona. Non me n’è mai fregata una mazza del calcio e nemmeno di Ken Loach, ma a dispetto di ciò che avrei mai immaginato, ho amato questo libro e ho amato il film. Per il film, vi rimando alla visione, non ne parlerò. Del libro invece due righe le butto giù. Ma prima, come sempre, un po’ di inutili digressioni.
La scelta migliore del 2009 è stata senza dubbio andare alla fiera della piccola e media editoria, a Roma, quest’anno coll’imbarazzante nome di più libri più liberi – sì in effetti il mio portafogli si è sentito parecchio più libero, dopo gli esborsi. Ma basta esser venali! È pur sempre stata una decisione di qualità: ho conosciuto editori eccezionali e coraggiosi di cui ignoravo l’esistenza, ho potuto vedere e toccare edizioni splendide, ho comprato libri a prezzi ragionevolissimi (mi si dirà che mi contraddico, ebbene sì, mi contraddico, contengo moltitudini…) e soprattutto sono paratissimo per tutto il 2010: dubito che avrò bisogno di comprare libri per i prossimi 12 mesi (eccetto, ovviamente, le eccezioni). Avrò acquistato intorno ai 60-70 libri in soli 2 giorni! (Ecco che si palesa l’apparente incongruenza: i prezzi erano sì ragionevoli, ma le moltitudini – di libri – hanno dato la mazzata ai risparmi di Whitman.)
Nel malloppo dei più liberi, c’è anche il libro di Brussig (che fra l’altro è diventata la mia scelta preferita come regalo di natale 2009). La storia del mio acquisto è quanto meno ironica e non posso esimermi dal narrarla.
Ho comprato questo libro sulla base di un equivoco. Quando mi sono fermato davanti allo stand della 66THAND2ND, c’erano pochi libri e tutti molto curati (si vede subito). Ho preso in mano questo e, leggendo di fretta, ho frainteso il titolo. Ciò che il mio povero cervello ha registrato è: Litania di un arbitrio. Colpa forse anche del font usato in copertina, il Linotype Univers Compressed del buon vecchio Adrian, che essendo per l’appunto compressed, fa sembrare tutto un po’ oblungo e quindi infilarci una i qua e là non è difficile. Il fatto vero gli è che un titolo come Litania di un arbitrio non significa nulla, ma me lo sogno la notte, per quanto è bello.
Dunque mi appresto a comprare un libro che ha un titolo e un argomento totalmente diversi da quelli che penso (ma è in una veste splendida) che vengo interrotto da una graziosa signorina facente parte della combriccola della sessantaseiesima e seconda (cosa vorrà dire?), la quale spezza i miei sogni di letture astratte e prive di riconducibilità dicendomi: <<Questa è la nostra collana sullo sport.>>
Collana sullo che?
Ormai era tardi. Avevo già pronunciato la frase inequivocabile (col mio solito stile da presuntuoso impacciato): <<Salve, desidero uno di questi.>>
Eppure qualcosa mi incuriosiva di questo libro. La confezione era troppo bella, la fanciulla troppo seria (e troppo poco accondiscendente). E infatti, questo è stato il primo libro che ho letto, dal vagone racimolato alla fiera. E ho fatto benissimo.
È impossibile non adorare Brussig.
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Una scrittura intelligente, vivida, lucida e attuale. Brussig è semplicemente fenomenale. La storia si svolge dentro la testa di un arbitro, nello spazio-tempo da quando esce da un tribunale a quando arriva alla macchina parcheggiata nella piazza di fronte. E nella sua testa, c’è rabbia. Tanta. Tantissima.
Un fiume di bile, di parole sarcastiche e violente contro tutti e tutto. Il lettore viene letteralmente travolto, inondato, sopraffatto dalla furia tagliente di Fertig. Una collera indicibile, sempre lucida, acuta. Frasi brevi e apodittiche, che non ammettono repliche. Perché non si può, perché in fondo siamo tutti d’accordo con lui. O almeno, io lo sono. Come si fa a non esserlo, quando abbiamo costantemente sotto a gli occhi delle palesi verità? Lui si limita solo ad enunciarle.
Mano mano che si svolge il breve tragitto di Fertig, nella sua rabbia si fa strada il dolore. Lo sfogo diminuisce e l’odio nei confronti del mondo vira leggermente verso la speculazione (ma il tono polemico resta sempre molto alto).
Non a caso si tratta di una litania, parola scelta con una cura raffinata.1 Perché al di là della superficie, quella in cui il narratore snocciola il suo odio usando come metafora del mondo il calcio, e lo fa dalla sua prospettiva – una prospettiva diversa, essendo lui un arbitro, anzi, uno degli arbitri più importanti della Germania – dicevo, al di là della superficie, c’è un’altra storia, che si capisce solo alla fine, quando il narratore, terminando il suo silente sproloquio rivela gli eventi che lo hanno portato in questo suo tragitto mentale e fisico. Un tragitto dolorosissimo e catartico, quasi spirituale.
Quando Fertig finalmente arriva alla macchina e tutto è ormai chiaro, non è più rabbioso; è un uomo stanco, svuotato, afflitto. L’odio, passando per il dolore, si è tramutato completamente in amarezza. E questo passaggio di stati d’animo è veramente sublime, perché così graduale, ma anche così drammatico, che il lettore non riesce a metterlo a fuoco, se non alla fine. Per percepire bene questa variazione, consiglio – una volta terminato il libro – di rileggere le prime pagine. Vi accorgerete della maestria con cui Brussig vi ha portati per mano nelle emozioni di Fertig senza farvi mai sentire strattonati.
Libro scritto perfettamente; uno stile brillante, indiscutibile. Tradotto benissimo, in un’edizione divina, curata in ogni dettaglio, con una carta splendida (entrambe le carte usate, quella per la copertina e quella degli interni) e con due articoli fantastici in calce – sempre di Brussig. Breve excursus sulla mia vita da tifoso è da lacrime; non ridevo così tanto dai tempi di Ignatius J. Reilly.
Adoro case editrici di questa levatura. Chi mi racconta i font che usa e stampa su una carta emozionante, per me è degno di rispetto. Perché mi parla al cuore. Io amo i libri, amo tutto dei libri. E la 66THAND2ND fa delle edizioni eccezionali, da brividi. In più pubblica autori di qualità. Allora non c’è molto altro da fare se non: sostenerla. Fino allo sfinimento (del portafogli).
Libro consigliatissimo a tutti, anche a chi (come me) il calcio dà solo fastidio. Brussig ti fa ridere, ti fa pensare e, soprattutto, ti fa capire perché odi il calcio, se lo odi; o perché lo ami, se lo ami.
- Ripensando alla parola litania, ci scorgo dentro un’interessante analogia. Un po’ come se Fertig fosse un sacerdote del calcio (l’arbitro è a tutti gli effetti il sacerdote della partita) e la partita incriminata una messa rituale in cui si consuma un sacrificio; e il suo, un fiume di parole liturgiche, una successione verbale necessaria al rito, con cui viene mondato il dolore. In retrospettiva, la scelta della parola litania mi pare quanto di più preciso si potesse usare. Brussig è così: è chirurgico. [↩]
non e’ che si tratta di Litana (Elijah Litana) difensore della nazionale di calcio dello Zambia.
btw, ottima segnalazione, potrei capire se amo o odio il calcio una volta per tutte ;)
ciao
Edo
come sai non m’è piaciuto.
mi è parso un po’ stiracchiato e tutto sommato esile, con un po’ di fastidio per lo stile tomasbernard for dummies.
però la bella recensione mi ha fatto venire voglia di dargli un’altra chance, adesso che ho finito l’estenuante malloppazzo che mi sono autoinflitto (tom mcCarthy, uomini nello spazio: rogo, subito).
chance che NON darò all’articolo in calce sul calcio (o viceversa), idea che mi risulta perdente in partenza sapendo che esiste qualcuno che ha scritto questo:
“I fell in love with football as I was later to fall in love with women: suddenly, inexplicably, uncritically, giving no thought to the pain or disruption it would bring with it”
visto che poi questo stesso qualcuno (inglese, bada) ha aggiunto a quell’incipit tutto un racconto di 20 anni di devozione al pallone, il tardivo contributo di un tedesco qualsiasi non può che apparirmi risibile.
grazie, apprezzo sempre i tuoi regali.
,t
ps. Edo, grazie anche a te: Litana ora mio idolo marginale.
mah, sullo stile thomasbernhard for dummies, mi viene da dire che, probabilmente, essendo thomas bernhard un genio, diciamo anche un innovatore, un rivoluzionario, sembra anche ovvio che abbia influenzato molta della letteratura in lingua tedesca a lui successiva. se non addirittura tutta.
mi viene il dubbio che dopo thomas bernhard, in tedesco non si possa far altro che imitarlo in maniera sbiadita, ma per fortuna non è così. herta müller dimostra il contrario (ma è pur sempre rumena).
in questo senso, brussig è solo uno che ha raccolto il testimone. e secondo me, lo ha fatto bene perché a differenza degli imitatori senza sostanza, lui ha un suo stile e una sua voce particolare. ci sono moltissime frasi brevi (in thomas bernhard succede raramente, giusto ne l’imitatore di voci e in eventi). e c’è il sarcasmo feroce, mentre in bernhard di solito è l’ossessione a diventare spietata.
son contento che gli vorrai dare un’altra chance e son contento pure che, col tuo solito spiccato minimalismo, riesci nella stessa frase anche a recensire un libro (demolendolo).
ma veniamo al punto critico, lo scontro hornby/brussig.
entrambi bravi ragazzi, senza dubbio. a mio avviso è giusto che ognuno si affezioni a chi gli parla più al cuore, a chi sa smuovere quelle corde particolari e non altre.
il libro in questione non l’ho letto (e potrebbe essere uno dei prossimi) dunque non mi posso esprimere con cognizione di causa, ma da ciò che ho letto di hornby direi che i due hanno approcci completamente diversi.
hornby mi pare più delicato, più buono, mentre brussig mi sembra più feroce. ma ripeto, è un’impressione basata su ciò che ho letto io, non su tutto.
d’altra parte stiamo sempre parlando di due che se li guardi bene sono un po’ assurdi, uno che è un incrocio fra justin broadrick, sandro bondi e il collepiccolo; mentre l’altro è chiaramente arrigo sacchi meets zio fester.
in quanto a competenza sul calcio, vince nettamente sacchi. peccato però che poi ci ha fatto perdere i mondiali, americaniii. a ripensarci, forse il collepiccolo ci avrebbe fatto vincere.
e prego, sai che mi piace fare regali. specie quando sortiscono effetti come questi.
breve update:
stamattina ho ripreso in mano il libro.
oh: me sta a piace’.
leggerlo dopo mcCarthy gli sta facendo un gran bene. almeno brussig è uno scrittore, e ogni tanto fa bene riflettere su questo concetto nei suoi riscontri più evidenti.
d’altronde sai che sono tanto tranciante nei miei giudizi quanto sono pronto a rivederli.
(in fondo, ci può stare che uno un libro non l’abbia letto bene)
alla prossima
,t
come resistere alla tentazione di dire la propria, anche se già detta da qualcun altro? (ah, la magia insita nel fatto che qualcun altro dica la tua…)
bene, è vero che il ragazzo è molto bernhardiano. aneddoto: quando mio fratello ha concluso il suo bravo dottorato a berlino, il suo capo gli ha regalato un libro: estinzione, del buon bernhard. in tedesco. mio fratello lo conosceva, in parte, perché ogni 3-4 giorni, per tutta la sua adolescenza, ho cercato di propinarglielo con scarsi risultati. ma si è detto: vediamo com’è in tedesco.
è rimasto di sasso. e ora anche lui è nel club.
racconto l’aneddoto per giustificare ulteriormente (in modo del tutto contestabile, come mio solito) l’impronta che bernhard ha dato alla letteratura tedesco-austriaca-ecc.
in italia, anche: il caro vitaliano trevisan è bernhardissimo. e mi piace assai, perché comunque ha un accento suo (battuta facile, è di vicenza).
d’altro canto: bernhard è morto, e non usciranno molti altri libri nuovi suoi. e possiamo forse dire di averne letto abbastanza?
bof
per non parlare del sempre caro ugo cornia. le pratiche del disgusto è thomas bernhard puro. eppure m’è piaciuto.
e vabè, che devo fa’: m’è piaciuto.
evidentemente la prima volta l’avevo letto proprio male.
è bello, non c’è che dire. e in alcuni punti m’ha addirittura fatto ride’.
il finale continua a sembrarmi un po’ troppo “sistemato”, però -come si diceva col bof ieri sera- è molto bello come ti ci porta, che pare che quella cosa la dice così e invece c’è proprio un motivo.
riguardo al bernadismo, ho capito cos’è che mi dà fastidio. ma non lo saprete fino al prossimo commento. intanto mi rileggo amras.
curiosità a palla.
appena finito di leggere Amras, quindi se questa cosa non la scrivo adesso rimarrà per sempre bloccata dalla mia inconcludenza (e inettitudine).
capisco che la scrittura di benhard, proprio per la sua natura ossessiva, tra le sue diverse qualità abbia quella di attaccartisi in vari posti (tra cui la fronte, il cervello tutto, lo stile, la panza). e quindi, per questa sua natura, e per la sua come si diceva influenza, è comprensibile che le tracce di bernardismo si possano infilare persino nei lavori di alcuni scrittori.
capisco meno che uno scrittore sfrutti i bernardismi in maniera un po’ facile, come a dire “ehi, io l’ho letto!” con tanto di gomitino ammiccante, buttandoci quella frasetta martellante e quel lui-pensò-facendo-una-cosa-che-richiede-poco-tempo che va avanti per 50 pagine.
si diceva giustamente che i ragazzi hanno comunque una loro voce, e infatti alla fine je voi sempre bene. e proprio perché ce l’hanno, mi stride (a.k.a. fastidio) il ricorso a elementi stilistici così riconoscibili, che più che voce propria mi fanno sterile citazione, più che di necessità mi sanno di – supremo insulto – vezzo.
vi saluto proprio con delle parole dell’altro, piuttosto pertinenti:
lacrime.
,t
c’è solo una cosa che si può dire, dopo un commento del genere, ed è: Bosforo.
p.s.
grazie per avermi instillato il desiderio folle di rileggere Amras. lo farò a breve.
a proposito di Trevisan e di Bernhard, ho appena letto un interessante articolo…