Il paese delle prugne verdi [recensione]

2010 gennaio 18
by fr

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Nobel sì, nobel no. Ogni anno si ripropone la diatriba (ma soprattutto, dove andrà l’accento su diatriba? Si dirà diàtriba? Diatrìba? Scopritelo qui) se questo premio è assolutamente necessario. Specie perché assegnato da presuntuosi svedesi che nessuno conosce o riconosce e quindi di dubbia autorità (ma chi cazz’ sono?). Epperò la storia è la storia e la storia ha dimostrato che il Nobel ha avuto un peso enorme nel ‘900, spesso contraddittorio, ma comunque enorme. Forse non sarà un premio strettamente necessario, ma sicuramente crea dell’hype. Poi le diatribe le lascio pure a chi ha tempo di perdere tempo.

Io sono assolutamente a favore del Nobel. Ci sono tanti motivi per questa mia presa di posizione netta. Tanto per cominciare mette un punto chiaro, dice: questo sì. Poi produce movimento economico: pensate al caso della duepunti, piccolissima realtà palermitana che nel 2005 decide di comprare i diritti e tradurre il primo romanzo di J. -M. G. Le Clézio e che fino al 2008 non se l’è inculata nessuno (come del resto nessuno s’era mai accorto dell’esistenza di Le Clézio, siamo onesti), e poi di botto, eccola distribuita in tutte le Merdinelli di Italia; aho: questi sbarcano il lunario, mica cazzi, e a loro il Nobel ha portato un po’ di visibilità (sicuramente) e di quattrini (lo spero). Poi è un premio assolutamente meritocratico e snob, cosa che apprezzo (sì, sono snob, che ci posso fare?). Poi fa una cosa che tanti hanno paura di fare: discrimina. E sì, com’è facile immaginare, sono sempre stato un grande sostenitore della discriminazione. D’altronde senza discriminazione, siamo tutti uguali, quindi tutti sostituibili, di conseguenza tutti inutili.

Ovviamente anche questi soloni del premio Nobel qualche cantonata l’hanno presa. Per esempio quando hanno dato il premio a… ma suvvia, basta farsi nemici! Passiamo invece a questa recente Laureata: Herta Müller. Primo Nobel per la letteratura rumeno. Tutti ne parlano, tutti la vogliono. Sarà davvero così brava? Più brava di… Obama?

Per farmi un’idea, mi sono letto Il paese delle prugne verdi, che poi in originale si chiama Herztier che si traduce una roba tipo Bestia di cuore o Cuore di bestia. Il motivo per cui la traduzione del titolo originale è incerta risiede nelle proprietà intrinseche dell’idioma tedesco, che alla fine i crucchi fanno un po’ come i maniaci del bostik e i traduttori sono costretti a inventarsi robe strane in lingue che non conservano quelle stesse proprietà. Idioma tedesco, perché la Müller era sì rumena, ma proveniente da un’enclave.

Dopo la lettura del libro, il verdetto è semplice, inequivocabile e assoluto: capolavoro. Letteratura con la elle maiuscola. E forse anche un paio di ti maiuscole. Sicuramente è un libro difficilissimo, che richiede al lettore un’attenzione quasi totale e una forza di spirito non comuni, ma è un romanzo che resterà per sempre nella storia. Un’opera di una poeticità impressionante. Provate a leggere qualche citazione, per farvi un’idea. Lo giuro: non mento.

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Quando guardi una foto della Müller, vedi il suo sguardo. Estraniato. Folle. Sospeso. Può ricordare quello di un clown molto triste o preoccupato. A me turba indicibilmente.

Buffo che io abbozzi queste parole e che pochi giorni dopo io stesso medesimo compri un pamphlet della Müller appena uscito per Sellerio intotolato: Lo sguardo estraneo; piccolo saggio sulla sua condizione di emigrata (dove il termine “emigrata” è declinabile quasi in “esiliata”). È forse sintomatico che la scelta dell’aggettivo sia così simile: devo aver interiorizzato a fondo il suo cuore di bestia, l’angoscia esistenziale dei personaggi del libro (e il distacco che s’impose necessario per sopravvivere al regime di Ceauşescu; gran simpaticone, quello lì).

Avendo anche letto il micro-saggio (che si legge in meno di un’ora), posso auto-darmi una pacca sulla spalla con moto d’orgoglio dichiarando che il senso delle due parole è ancora più vicino di quanto non siano già le vocali e consonanti. Herta usa l’aggettivo estraneo perché gioca sul doppio senso legato all’emigrazione/immigrazione, ma il vero senso del suo sguardo sulle cose è chiaramente un senso estraniato, perché quando si è vissuti in quel terrore non si può più riacquistare la propria innocenza. Anche se alla fine si è riusciti a fuggire, anche se si è sopravvissuti. Tutto resta estraneo, perfino in casa propria. Perché la perturbazione è intima e irrecuperabile.

Comunque sia, la buona Herta nel saggio ci fornisce ben più di un indizio sulla natura del suo sguardo (saggio che fra parentesi straconsiglio), ma anche senza il suo aiuto ci si arriva da soli, semplicemente conoscendo la sua storia personale. E questo ci riporta a bomba al cuore di bestia. Sì, perché Il paese delle prugne verdi è in tutto e per tutto un romanzo autobiografico. Ma ci riporta anche ad una delle cose che io dico più spesso quando si parla di poesia (e su una cosa non ci sono dubbi: la Müller ha scritto un romanzo che è un esempio perfetto di poesia in forma di prosa), ovvero: per capire la poesia bisogna prima di tutto conoscere la storia del poeta, la sua vita, i suoi trascorsi, le sue debolezze, i suoi amori. Chiunque si affacci a delle poesie senza informarsi sul loro autore, è destinato a fraintendimenti o frustrazione. Troppo facile dire: non capisco. Bisogna applicarsi, no? Come capire Alda Merini se non si sa del suo rapporto col manicomio? Come capire Iosif Brodskij se non si sa del suo amore per Venezia o per il tempo? Se non si sa della sua condizione di perseguitato, di alcolismo a seguito del suo divertente soggiorno in Siberia a spaccare pietre per 18 mesi? Se non si comprende la sua nostalgia di esiliato?

Ma torniamo a questo paese dalle prugne verdi ed alla narratrice delle vicende. Herta è narratrice in prima persona; Herta è la protagonista. Ma è anche al di fuori di essa: Herta è al di fuori di sé. E con il suo sguardo al di fuori di tutto, estraneo a ogni cosa ed estraniato da ogni inezia, Herta si racconta, racconta se stessa e i suoi coetanei, i suoi amici. Racconta cosa significava vivere in Romania negli anni ‘80. E lo dice chiaro e tondo: significava vivere nel terrore. Un terrore silente, strisciante; un’inquietante minaccia sempre presente e mai apertamente visibile: in adesione perfetta con la quotidianità. Una vita che per essere vissuta necessitava di una spersonalizzazione, un distacco. E nelle foto della Herta di oggi, la Herta del premio Nobel, è lo stesso sguardo della protagonista del romanzo a fissarci, lo sguardo del cuore di bestia, disturbato e distante: dissociato.

D’altronde parliamone: immaginare di passare gli anni dell’adolescenza, della formazione (quel bel periodo in cui tutto è un po’ vago e l’importanza delle cose non si afferra bene), gli anni che dovrebbero essere della cosiddetta spensieratezza; ecco, immaginarli costellati di perquisizioni, interrogatori, violenze fisiche e psicologiche, sospetti di tradimenti da parte dei tuoi migliori amici e/o parenti, mi pare un incubo che non può lasciare indenni.

Mentre la cosa più grave che accadeva nelle nostre vite di adolescenti nei favolosi anni puttanta erano i videoclip, le acconciature, i paninari e gli yuppie, a Bucharest, be’, lì si viveva nell’angoscia, nella paura più buia. E le uniche vie d’uscita plausibili erano l’emigrazione, o il suicidio. Che tipo di sguardo potrebbe lasciarti, una cosa del genere?

Quando ero giovane io, ovvero nei famosi anni puttanta (nei quali tentavo di non affogare nel kitsch), di queste cose non si poteva parlare. Era come se i totalitarismi di sinistra non avessero mai davvero fatto disastri. Tutto veniva sotterrato. Ricordo benissimo che leggevo Hrabal e dicevo: diamine, ma questa non è mica vita. Stanno davvero così male, dall’altra parte? E perché se dico che il comunismo nega la libertà di espressione e con essa pressoché tutti i diritti fondamentali dell’uomo, qui mi tacciono di fascismo? Dico: ma sono solo io a leggere gli autori che ci vivono dall’altra parte (e che, fra parentesi, lì sono censurati)? Forse sì. Forse eravamo in pochi a leggerli e a indignarci. Gli altri, nel comodo delle loro case occidentali pontificavano su quanto di buono ci fosse, laggiù; non essendoci mai stati. Troppo facile. Non che io abbia fatto chissà che per cambiare qualcosa. No: me ne sono stato bel bello comodo sul mio letto occidentale a leggere. Ma almeno non difendevo quel sistema. Come avrei potuto?

Ora non voglio dire che il comunismo abbia fatto solo disastri, assolutamente no, perché prima ancora della libertà di espressione, vengono il diritto al cibo e ad una casa, e questi si è ben premurato di fornirli. Ma dopo che si sono raggiunti certi risultati, ecco, dopo bisogna evolversi con la società. E di certo il modo migliore per farlo non è creare uno stato militare.

Adesso, dopo decenni di terrore, milioni di morti, e innumerevoli artisti le cui voci tentarono di soffocare (per fortuna fallendo), finalmente si può dire che il comunismo ha sbagliato e ha sbagliato tanto. Non che questo fatto mi faccia felice. Ero più felice se tutte queste aberrazioni umane non ci fossero proprio state, ma quando leggo un articolo come questo, mi piace ribadire che i regimi comunisti hanno fatto disastri (un po’ come gli ebrei giustamente si affaccendano per non far dimenticare al mondo la Shoah). La cosa spaventosa è che alcuni buontemponi delle gerarchie di partito dell’epoca ancora hanno la presunzione di poter fare affermazioni così volgari e offensive pensando di rimanere impuniti, pensando che il loro stato militare è ancora in auge. Mi chiedo perché, invece di permettere a questo delinquente di rilasciare interviste, non lo arrestano e gli fanno un bel processo per crimini contro l’umanità?

Leggendo le agghiaccianti dichiarazioni di questo ex(?) capo di polizia di Timisoara, ciò che mi viene da pensare è: sarà probabilmente vero che la Müller era una “psicopatica senza contatti con la realtà esterna”. D’altronde nessuno sano di mente avrebbe mai voluto avere contatti con una simile realtà, proprio perché era disumana. Ed è così che la Müller si è salvata, che si è messa in contatto con la vita: negando la barbarie della Securitate di Ceauşescu.

Ma veniamo un attimo alla trama (sennò che recensione è?). Herta (il nome della narratrice non viene mai detto, quindi la chiamerò Herta) e i suoi 3 amici maschi: Edgar, Georg e Kurt. E poi c’è Teresa. E poi c’è Lola. E poi c’è il capitano Pjele. Il destino di Lola si compie prestissimo e va ad influenzare per sempre la vita di Herta e i suoi 3 amici storici. È un destino drammatico, ma preannunciato, telefonato. È un segnale. È la perdita dell’innocenza. Da qui in poi Herta vivrà nella paura. E discuterà della paura e dei modi per eluderla con i suoi 3 amici, nascondendo libri “scomodi” con cui si alimentavano a vicenda in una casa disabitata in campagna. E Herta si aggrapperà a un sogno: dapprima, da giovane, l’idea di uccidere Ceauşescu (il “dittatore”). Poi da adulta la fuga, accarezzando spesso nel mezzo l’idea della morte.

Il lettore segue, attraverso lo sguardo estraniato della Müller, le vicende di questi 4 ragazzi, dalle stanze di un collegio a Bucharest (il “quadrilatero”) fino alla loro “integrazione” nella società. Integrazione che per loro però non avviene, perché tutti e 4 rifiutano i loro consimili. Loro infatti sono i perseguitati, volenti o nolenti. Sono “diversi”, strani, si pongono domande scomode, hanno velleità di una vita altrove. Anzi, hanno velleità di una vita. Ma non tutti riusciranno a prendersene una.

A un certo punto Herta conosce Teresa, che diventa la sua amica del cuore. Come viene trattato il tema dell’amicizia fra Herta e Teresa è sublime, a un passo dall’amore vero, totale, e allo stesso tempo eroso da dubbi, sospetti. Infatti, all’inizio Herta teme che Teresa sia la figlia di Pjele: il comandante che la tortura. Solo quando Herta avrà appurato che non è così, che non esiste legame fra Teresa e Pjele, potrà sbocciare definitivamente e a pieno il loro amore. Ma il dubbio è subdolo, e lascerà tracce incancellabili.

Il rapporto fra Herta e Teresa è intensissimo e infrange ogni regola, sia del regime che degli schemi pre-ordinati che abbiamo (anche attualmente) per le relazioni interpersonali. È amore, ma è amicizia. È amicizia, ma innamorata. (Personalmente conosco benissimo la faccenda perché provo una cosa analoga per il bof, con l’unica differenza che non ho sospetti su suo padre: le mie sono certezze.) Questo tipo di relazione è possibile anche perché Teresa è sostanzialmente il personaggio anarchico, è la ragazza strana che parla di sesso apertamente, che bestemmia, che urla, che fa domande ingenue. Teresa è l’innocenza che Herta riacquista, piano piano. Ma proprio perché così scombinata e meno pronta, Teresa soccomberà al sistema. Herta invece riuscirà a scappare e a portare con sé l’insegnamento di Teresa; Teresa sprofonderà nel male. Ed è davvero struggente quando Teresa fa il viaggio dalla Romania alla Germania per incontrare Herta: l’emozione incontenibile del ricongiungimento dell’amore che in pochissimo tempo si tramuta nella lacerazione, nella perdita; nello strappo. Ed è tremendo quando Herta, pur volendo (come vogliono tutti gli innamorati traditi), si vieta categoricamente di scriverle: ormai la loro amicizia non è più possibile. Fa male.

E poi c’è il passato. Ci sono le memorie scoordinate del passato di Herta, del Banato, di suo nonno ex-SS, di sua madre che le scrive per non farsi dimenticare, per non allentare troppo il legame con le radici. Delle sue due nonne, quella che prega e quella che canta (e che poi impazzisce). Quando Herta ritorna bambina descrive le cose in terza persona (giusto per aumentare quel senso di estraniamento e di distacco), ma in realtà tutto il libro è intriso da un utilizzo di una prospettiva infantile e esterna, come se le cose non accadessero a lei. Herta scrive con frasi cortissime, quasi sembrerebbero facili da leggere se non fosse per tutti quei nessi logici a salti dovuti ai ripetuti cambi di prospettiva e dalla distanza che pone fra sé e la realtà disumana. La vita in un sortilegio. Spesso chiama le cose con un nome diverso, inconsueto, deviato, un po’ come fanno i bambini che giocano a cambiare i nomi delle cose per allineare i significati e i significanti. Dette così potrebbero sembrare simpatiche caratteristiche che non influenzano profondamente la lettura del romanzo. Addirittura si potrebbe pensare che, con tutte quelle frasi brevi, il libro sia di lettura scorrevole. E invece no: è difficilissimo. Strettamente parlando dello stile, se dovessi azzardare dei paragoni, farei i nomi di Hrabal e della Kristof. Ecco, Il paese delle prugne verdi è un po’ così.

Infine, c’è la descrizione della minaccia. Pjele. Gli interrogatori. Gli avvertimenti: effetti personali che spariscono dalle case. Gente che ti pedina. E la cosa che colpisce la narratrice, e che entra a far parte delle sue speculazioni, è che maggiore è la presenza della Securitate nella sua vita, minore è la paura. Il terrore arriva quando i controlli spariscono, quando il nemico è diventato invisibile. Allora si è paralizzati.

Che dire di più? Questo è un libro intriso di magia e di cazzotti in faccia. Un libro struggente e indecente. Scritto un po’ come se fosse poesia, un po’ come se fosse prosa e un po’ come se fosse terrore, silenzio. Un libro indicibile. Per non dimenticare che ogni vita è unica, irripetibile. Un capolavoro che ti picchia a sangue. Adatto solo a chi può permettersi di morire pestato ogni riga. Sul rinascere, non so.

Creative Commons License

7 Responses leave one →
  1. 2010 gennaio 21
    cazalobos permalink

    hey! nella pagina della “diatriba” c’era anche questa :
    “La vita è una questione di culo; o ce l’hai, o te lo fai”

    e questo sito lo conoscete?

    http://www.etimo.it/?pag=hom

    nonhai idea di quanto ’so stanco! il reto della recensione lo leggerò domani

    baci

  2. 2010 gennaio 24
    Eleonora permalink

    mappenzaunpò…..proprio oggi ero da Merdinelli e ho sfogliato questo libro….che mi ha attirato per il …..titolo!!!! ah ah ah….mi ero ripromessa di prenderlo, a questo punto, dopo cotanta recenzione…farollo!
    baci
    E

  3. 2010 gennaio 25

    ma se non sbaglio tu lo puoi pure leggere in lingua originale, no? chissà se il titolo di avrebbe attirato ugualmente…

    comunque fai bene: leggilo. ma ricorda che non è scorrevole. è tosto. alla fine però, se riesci ad arrivare in fondo, dà soddisfazioni enormi.

  4. 2010 aprile 5

    Da un sito che ogni giorno offre “le parole degli altri” (lo spazio si chiama Gocce), vi segnalo una frase della Muller che non mi pare di aver trovato. Noi purtroppo non siamo cosi’ bolaniani e ordinati (niente numero di pagina, niente schede). Ma comunque.

    I desideri sono pesanti, scrive Lola, le mete più leggere.

    (Herta Müller, ”Il Paese delle prugne verdi”)

    qui http://www.alexcafe.it/news/comment.php/2063

    qui un’altra
    http://www.alexcafe.it/news/comment.php/2154

    Saluti e complimenti
    Paolo

  5. 2010 giugno 17

    davvero bella è anche questa recensione, letta oggi sul blog 404. la consiglio a tutti, mette in luce parti che io ho trascurato nella mia.

    http://quattrocentoquattro.wordpress.com/2010/02/27/il-paese-delle-prugne-verdi/

  6. 2010 giugno 17

    Ciao! Grazie per il commento e il linkaggio. Sto dando un’occhiata al tuo sito… Io personalmente il romanzo della Mueller non l’ho ancora letto, e continua a non ispirarmi moltissimo. Ma lo farò.
    In compenso ho letto Le Clézio (e l’ho un po’ recensito, qui: http://www.anobii.com/shibbia): e sì, magari sono contenta per la duepunti, ma al termine delle letture mi sono chiesta più di una volta quale fosse il motivo del nobel.
    Tu me lo sapresti dire?

    PS: 404 è aperto alle collaborazioni altrui, quindi se credi puoi mandarci qualcosa. Io personalmente continuerò a seguirti, che magari trovo qualcosa di interessante ;)

  7. 2010 giugno 17
    Rita permalink

    Complimenti per la tua recensione e grazie per aver citato la mia sul tuo blog. Mi ha fatto davvero piacere!

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