L’allegra compagnia del sogno [recensione]

2009 dicembre 13
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19 aprile 2009: muore Ballard.

Se si è d’accordo con l’espressione quasi tautologica di John Searle <<i cervelli creano le menti>> (ma che si porta dietro una serie di considerazioni interessanti) si può dunque dire addio ad una delle menti più spaventosamente originali e provocanti della letteratura del ’900.

Comunque la si veda, un uomo eccezionale e la sua fantasia ineguagliabile non sono più fra noi, e di questo mi dispiaccio.

Prima di passare al libro, ho un paio di aneddoti su Ballard. Uno importante – personale -, l’altro meno e forse per questo, migliore.

Iniziamo da quello minore/migliore. Apprendo la notizia della morte di Ballard solo qualche giorno dopo, com’è consuetudine. Mi leggo tutto ciò che posso online. Conoscevo già abbastanza bene la storia di quest’uomo, rimasto vedovo prestissimo, a soli 34 anni, con 3 figli e pressoché nessun lavoro. Già avevo avuto modo di commuovermi all’idea che, con un bagaglio di dolore lancinante (per non parlare del suo passato da incubo), lui si sia comunque fidato della sua volontà, rivelatasi ferrea, e abbia scelto la strada più difficile: tentare la carriera letteraria. All’epoca aveva pubblicato ancora pochi racconti su sparute riviste: il suo futuro da scrittore era davvero incerto. Il fatto che sia emerso vincitore da questa scommessa è storia, ma nessuno potrà mai sapere quanta sofferenza gli sia costata la sfida. Probabilmente nemmeno leggendo la sua autobiografia (bof: questo è uno dei prossimi) – scritta nell’anno in cui gli fu diagnosticato il tumore alla prostata con metastasi, incurabile -, penso si possano comprendere a fondo le paure, i dubbi e la disperazione che lo hanno attanagliato finché non ha iniziato a ricevere consensi di una certa portata. Dannazione, tre figli, vedovo e senza un lavoro. Brividi.

Dopo essermi letto l’impossibile (del cui impossibile consiglio vivamente questo articolo e quest’altro), mi ritengo soddisfatto e archivio la pratica. Poi, in maniera del tutto indipendente, decido che in pausa pranzo vado alla Merdinelli.

Una volta entrato in questo posto di angoscia e perdizione (che è tutto fuorché una libreria), noto che giusto per speculare un po’ sulla morte di Ballard, i commessi avevano approntato in maniera sfacciata e discutibile una piccola bacheca verticale semovibile e piena di libri di Ballard. In alto campeggiava una scritta ipocrita, tipo: Riscopriamo il genio di Ballard o La Feltrinelli rende omaggio a Ballard. Insomma, una roba insulsa.

Non faccio in tempo a trattenere il mio disgusto che questo viene riscattato ampiamente (e le mie critiche confermate) quando una signora di mezz’età approccia un giovane commesso di mezz’età e, dinnanzi alla bacheca gli chiede candidamente: <<Non ho mai letto nulla di Ballard, sono incuriosita, mi sa consigliare qualcosa?>> Domanda più che lecita direi, dato l’ingombrante trabicolo.

Ho proprio goduto quando il commesso le ha risposto serafico: <<Non saprei dirle signora, non ho mai letto nulla di Ballard, ma so che è bravo. Però ho visto i film… Lui è quello del film, quello di Spielberg. E anche un altro.>> (Ciao brutta vecchiaccia, il mio nome è  approssimazione e pochezza e, cosa più importante, non mi devi rompere i coglioni, che ho da fare.)

Ehi! Dico a te, inutile commesso! Riscopri Ballard! Rendi omaggio a Ballard! Ma soprattutto, leggi, visto che lavori un posto che vende libri (ribadisco: guai a chiamare una Merdinelli libreria). Poi mi dicono che sono eccessivamente caustico nei miei giudizi… ma se non è ipocrisia questa, se non è speculazione questa, se non è ignoranza questa, be’, fate un po’ voi. Mica c’era bisogno di montare ‘sta cazzo di bacheca, se poi nessuno ne capisce una mazza. Era palese che qualcuno avrebbe chiesto qualcosa, no? Mah.

Comunque sia, è davanti a una scena come questa che l’occhio mi è colpevolmente finito su un libro che (paradosso!) non stava nella bacheca, pur essendo di Ballard (valli a capi’, questi delle Merdinelli… forse non avevano realizzato che era lo stesso Ballard di cui sopra). Una bella fascetta-attira-attenzione rossa (adesso vanno di moda le fascette-attira-attenzione intorno ai libri) adornava il libro e recava una scritta che fa sempre gola: Inedito.

Non ho resistito. L’ho preso. Ed ecco che L’allegra compagnia del sogno è finito qui dentro.

(Meriterebbe tutta una digressione a parte l’edizione della Fanucci e la Fanucci in sé, casa editrice che pubblica un kasino di kagate come TVUKDB, ma la farò, se mi prende bene, nella nuova sezione del sito dedicata a ‘ste robe.)

Il secondo aneddoto è di natura personale e lo farò breve (lo so, lo so, sono prolisso, ma se si vogliono solo le delucidazioni sul libro si possono saltare a piè pari tutte le digressioni e andare alla seconda parte della recensione). In età adolescente ero un disadattato (proprio come adesso, solo che non ne ero consapevole, ero in balia delle mie ossessioni private). Mentre i miei compagni di scuola scrivevano nei temi che il loro film preferito era Star Wars, o Gremlins (o, peggio mi sento: The Goonies), io avevo già costretto mia madre ad accompagnarmi 3 volte di fila al cinema a vedere L’impero del Sole (che a quel punto divenne il mio film preferito finché, parecchio dopo, non vidi Lynch). Avevo 12 anni.

Non ho mai più rivisto così tante volte un film al cinema.

Buoni 15 anni dopo scoprii che quel film che mi aveva segnato profondamente, che mi aveva fatto piangere ogni volta e che pensavo fosse una storia come un’altra (gli inglesi usano un termine perfetto: fiction, ma da noi non si può più usare, perché – drammaticamente – significa tutta un’altra cosa), in realtà era la storia vera di uno scrittore. Uno scrittore che mi piaceva e che stimavo. Era Ballard. Altre lacrime.

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Mi tocca proprio parlare di questo libro? Non posso continuare a parlare di quanto sia riconoscente a Ballard, di quanto lo stimi? No? Va bene, su, facciamoci coraggio. Per chi volesse saperlo subito, questo non è un capolavoro. Ciò non toglie nulla al vero capolavoro di Ballard: la sua vita. Ma di quella non mi posso occupare. Quella è storia. Dunque dedichiamoci al libro.

Un giovane squilibrato (ex quasi-santone, ex quasi-pornomane, ex quasi-esagitato/maniaco) con l’ossessione del volo ruba un aeroplano a Heathrow e si schianta nel Tamigi, in un paesino vicino Londra.

Muore e resuscita.

No.

Sopravvive.

No.

Si reincarna.

Nemmeno.

Si tramuta in un semi-dio.

No.

Semplicemente muore e ciò che avviene dopo è la descrizione dell’al di là… a Shepperton?

Mah.

Insomma, non si capisce una mazza di cosa succede, però da quando esce fuori dall’aeroplano, tutto è diverso. Si apre un Vangelo minore e apocalittico, relegato a Shepperton. Non a caso il protagonista si chiama Blake. È il matrimonio del cielo e dell’inferno.

Un libro per buoni tre quarti scritto e descritto solo attraverso epifanie. Quasi mistico. Visionario anche nella prospettiva. Perché il protagonista (e narratore) non capisce lui stesso cosa (gli) accade ed è continuamente sorpreso da se stesso e da tutto ciò che vede. E quando dico sorpreso, intendo sconvolto.

Ogni cosa è narrata come se fosse dietro una bolla di cristallo, distante e lievemente falsa. Quindi è difficilissimo capire ciò che è reale e ciò che non lo è. Ciò che è definitivo e ciò che è recuperabile/modificabile. Questi primi tre quarti sono intensissimi e bizzarri. Cambiano di continuo le regole e il lettore è costantemente assetato di arrivare al momento in cui tutto si stabilizzerà. Purtroppo l’ultimo quarto, quando si inizia a capire come funziona il libro e la storia, non è all’altezza del resto e tutta la potenza che Ballard ha portato incessantemente e faticosamente a crescere, si smonta in maniera meno efficace.

Per un lungo momento ho pensato (anche in virtù dei famosi Studios di Shepperton) che il libro fosse un antesignano del Truman’s Show, ma mi sbagliavo. Qui Jim Carrey non c’è. C’è Blake che semina (letteralmente) il suo mondo, lo crea e lo disfa. La sua visione, diventa. Punto.

Allora poi ho pensato che era una roba tipo Vanilla Sky, anche coadiuvato dal vero titolo del libro ovvero: L’illimitata compagnia del sogno. Quell’illimitata, mi suggeriva tante cose. A proposito, ma chi cazzo decide di cambiare i titoli in maniera così assurda alla Fanucci? Dico, ma l’aggettivo allegra, che dà quel tono bonario da “fàmose du’ risate” al libro – assolutamente fuorviante – chi ha deciso di mettercelo? Non mi fate parlare.

Alla fine, essendomi sbagliato in entrambe le previsioni, ho semplicemente deciso di abbandonarmi a Ballard. E ho fatto bene.

Questo è un libro cinematografico (sarebbe davvero bello vederne una rappresentazione su pellicola), pieno zeppo di immagini strane, mediatiche, messianiche; ma anche urbane, provinciali. E, come quasi sempre con Ballard: sessuali, estremamente sessuali.

Come dicevo, non un capolavoro, anzi, alla lunga stanca (come stanca l’abuso delle similitudini), ma pur sempre un libro diverso da tutto ciò che verrebbe in mente ad una mente che non è quella generata dal cervello di Ballard. Un delirio di onnipotenza misto a una strana forma di pornopoesia. Con Ballard è sempre così: bisogna inventarsi i termini, perché lui i termini li cambia in sé. Cambia la mappa sui cui combatti la battaglia del significato. Non è fantascienza… è meta-fantascienza. No. È fanta-teologia. No. È fanta-sociologia. Nemmeno.

Insomma, dimenticate la consuetudine e abbandonatevi all’ignoto. Scoprirete cose di voi stessi che nemmeno immaginereste. Questo accade al protagonista del libro e capita anche nella vita reale. Questo significa vera libertà. Ecco, sì: questo è un libro sulla libertà di essere diversi, unici (come del resto sono diversi i soli abitanti di Shepperton degni di descrizione – una donna (la Madonna? Maria Maddalena?) e tre bambini disabili (lo spirito santo?), e un “antagonista” (Giuda?) -  gli altri sono la massa). Un libro sulla libertà di essere sognatori e di poter amare senza confini tutto e tutti, e cambiare con l’amore, se non il mondo intero, una piccola parte. E scoprire se stessi.

Se riuscirete ad abbandonarvi all’ignoto di voi stessi, attenti a non smarrirvi: ricordatevi di uscire di casa e andare a comprare tutti i racconti di Ballard, sempre editi da Fanucci (parziale compensazione delle kagate, ammetto). Tre volumi. Un’opera essenziale in ogni biblioteca.

Non è fantascienza. È letteratura.

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One Response leave one →
  1. 2009 dicembre 22

    mi si fa notare che, sebbene la critichi tanto, ho comunque comprato un libro alla Merdinelli.

    è vero, non lo nego. sono un po’ un Merdinello anch’io, perché avendocela sotto l’ufficio, in pausa pranzo mi viene comoda.

    prometto da adesso di boicottare le Merdinelli il più possibile.
    spero tanto di farcela.

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