La pista di ghiaccio [recensione]
C’è un filo sottile che congiunge La pista di ghiaccio e I detective selvaggi. Guardiamo le date: La pista di ghiaccio è del 1993, mentre I detective selvaggi è del 1998. Fra i due libri corrono 5 anni, ma chiunque abbia letto I detective selvaggi o anche solo una recensione, saprà che è molto improbabile che in 5 anni Bolaño potesse ordire un capolavoro di quella portata e di quella lunghezza. Dunque i due libri difficilmente furono scritti di seguito: è molto più ragionevole pensare che il cileno abbia scritto La pista di ghiaccio durante lo stesso periodo, contemporaneamente; addirittura come passatempo negli intervalli de I detective. Fin qui nulla di strano: molti scrittori lavorano a più opere nello stesso momento.
Avendoli però letti entrambi (me fortunato), il parallelo non può sfuggire. Le due opere sono scritte esattamente con lo stesso sistema: sotto forma di dichiarazioni, a mo’ di interrogatori, dei vari personaggi. Dunque la struttura narrativa è incredibilmente simile, seppur con delle differenze numeriche e funzionali.
Le testimonianze, oltre a svelare la trama della storia in maniera indiretta e intrecciata, sono anche il pretesto e lo stilema con cui Bolaño forgia i suoi personaggi, i loro caratteri, le loro passioni, i loro amori e le loro scelte. Le storie sono narrate da molteplici punti di vista e la realtà (o la verità) si ristabilisce attraverso un caleidoscopio di narratori; un puzzle che il lettore deve ricomporre.
Soffermiamoci però su una differenza fondamentale nell’impianto narrativo. Se ne I detective selvaggi il numero di voci narranti esplode verso l’infinito (si potrebbero certamente enumerare i vari narratori – essendo il numero di pagine un insieme discreto e limitato -, ma sarebbe un esercizio ozioso, noioso e non darebbe il senso del caos formale che pervade l’opera e che ne è parte fondante), ne La pista di ghiaccio i narratori sono solo 3. Se nel vasto romanzo i personaggi che testimoniano possono ripetersi più volte o apparire solo 1 volta, le dichiarazioni possono essere cortissime o digressioni interminabili e l’ordine con cui si succedono appare completamente casuale (per non parlare delle date che inizialmente sembrano essere tutte consecutive, ma che dopo un po’ ti iniziano a confondere fino a farti dubitare di aver letto bene ciò che era scritto 200 pagine prima); nel romanzo breve i personaggi si alternano sempre con lo stesso ordine e il lettore viene accompagnato per mano in una struttura A-B-C, che si ripete fino alla fine. Tre semplici monologhi spezzettati, nessuna confusione: sai sempre chi parlerà prima e chi dopo. E sai pure quanto parlerà: tutti i capitoletti/confessioni sono brevi con lo stesso ordine di grandezza.
Le conclusioni a cui giungo sono essenzialmente due:
- La pista di ghiaccio è un bozzetto preparatorio per I detective selvaggi in cui Bolaño rimane immune al fascino del caos (o si sforza di domarlo): fissa il numero di personaggi e li cadenza irremovibilmente. Così facendo studia una dinamica che, una volta perfezionata, sfrutterà magistralmente nel suo capolavoro successivo;
- La pista di ghiaccio in principio era anch’esso uno degli infiniti filoni che Bolaño stava perseguendo ne I detective ma che, avendoci lavorato di più o essendo più focalizzato, alla fine ha assunto una dimensione propria, un valore autonomo, costringendo così Bolaño a scorporarlo dal libro per non essere troppo dispersivo (ma anche guadagnandone un’opera interamente nuova).
Guai a voi nel considerarlo un libro ombra, fareste un errore enorme! La pista di ghiaccio è una perla di lettura e qualunque sia la vera realtà dei fatti, Bolaño (che ahimè non è più qui per potercelo dirce) invece di fare 1 cosa intelligente, ne ha fatte 2. Solo che con una rivoluzionerà la letteratura mondiale, con l’altra forse no. Ma resta comunque splendida.
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D’altronde Bolaño è sempre Bolaño. Se mi si concede un’osservazione (e mi si concede per forza, datosi che il blogghé l’è mio) l’autore ha scelto, forse inconsapevolmente, un modo intrigante di rappresentare la famosa quanto detestata dicotomia universale razionale vs emotivo: ha usato per la sua storia un contenitore rigido, statico e ci ha versato dentro un contenuto instabile, reattivo. Ed è questo il piccolo miracolo che ha prodotto con il suo libro: anche se la forma è regolare, logica, nella storia regna un bel caos vivace.
Perché per Bolaño caos è sinonimo di vita. E di questo ce ne rende edotti subito con la citazione di Mario Santiago scelta per aprire il libro (fra parentesi: il fatto che citi Santiago, massimo esponente assieme a lui dell’infrarealismo, è un altro chiaro collegamento a I detective in cui Ulises Lima e Arturo Belano sono i massimi esponenti del realvisceralismo…). La citazione recita:
Se proprio devo vivere che sia senza timone e nel delirio.
E infatti la storia che piano piano ci viene svelata è totalmente senza timone (e senza timore), come solo l’amore più profondo sa essere. Perché La pista di ghiaccio è soprattutto una storia di amori impossibili che si intrecciano, ognuno diverso, ognuno puro. Ma è anche una storia che ha un colpo di scena inaspettato (che però tutti si aspettano, sennò che noir è?). Uno di questi amori, quello platonico, culmina nella realizzazione di un’opera infrastrutturale aberrante che trascinerà con sé tutti i suoi bizzarri personaggi in un finale a cascata. Un altro, quello caotico, sfocia in un omicidio (coerentemente col concetto di noir e di caos) . Un altro ancora, quello fisico, si esaurirà col tempo, ma avrà conseguenze devastanti. Tutti comunque si risolveranno nella disgrazia, com’è spesso il caso nella vita.
Aspetta un attimo. Noir? Da dove diavolo esce fuori questa cosa del noir? Mica sarà un giallo, eh? Torniamo un momento indietro… la questione qui si fa più sottile.
I detective selvaggi è tutto fuorché un noir, sebbene il titolo faccia uso della parola “detective”, è solo per depistare il lettore (d’altronde il depistaggio è la metafora dell’intera opera). La pista di ghiaccio invece, pur essendo sbilenco, deviato, atipico, è chiaramente associabile al concetto di noir. Sì, questo è innegabile. Non aspettatevi certo una roba alla Kay Scarpetta (e notare che lo dico senza mai aver letto nulla della Cornwell; ne sono comunque sicuro) perché, a differenza dei normali gialli, in questo libro l’omicidio e l’omicida non sono per nulla importanti, sono accessori: mero pretesto per giocare con la materia informe delle emozioni e delle azioni umane. La storia non ruota mai su un mistero da risolvere e, come giustamente è scritto in questa splendida recensione de L’indice, “quando l’assassino come per caso salta fuori, non interessa più a nessuno”. No, perché a tutti interessa solo che fine fanno gli amori dannati nel groviglio.
Bolaño inserisce gli ingredienti di queste catastrofi emotive con maestria occulta. Gli fa certo comodo metterci dentro anche un po’ di enigma ematico, ma la vera forza propulsiva del libro sono le interazioni dei flussi di emozioni. Lo scopo è di mostrare la miriade di possibili amori e loro conseguenze: spesso folli, dannose, irreparabili. Di questo parla il libro. Robetta che scotta, difficile da tenere sotto controllo, specie quando questi flussi si mescolano e interagiscono. Nitroglicerina.
Da una parte ci sono gli uomini che narrano, dall’altra ci sono le donne, che agiscono. Anche gli uomini agiscono, ma le loro azioni sono goffe, pesanti, sono il passaporto per la perdizione. Delle donne, due spiccano per contrasto e ambiguità. La prima, Nuria: la pattinatrice esclusa dalla squadra olimpionica. Nuria è la leggiadria, la concentrazione, l’esercizio, l’ostinazione. Nuria è la bellezza. Ma Nuria è anche il silenzio, il fallimento, il vuoto. Una dea decadente che emana una forza distruttrice, che diffonde disastro con noncuranza. La seconda, Caridad (notare il nome): la pericolosa pazza che gira con un coltello da macellaio e vive di stenti. Caridad è la violenza, la giungla, l’oscurità, lo sbando. Caridad è l’inconscio. Caridad è la ribellione a tutto; un’altra forza distruttrice.
Nuria è la forma regolare, logica; Caridad è il contenuto caotico, indomabile, in balia di se stesso.
In tutto ciò, due luoghi (notare anche la ripetuta dualità): Palazzo Benvingut e lo Stella Maris. Palazzo Benvingut è l’edificio abbandonato dove verrà allestita la pista di ghiaccio. Lo Stella Maris è il campeggio di proprietà di uno dei narratori. Il primo è un luogo semi-inaccessibile, l’altro un porto di mare per gente di ogni foggia. I due luoghi speculari verranno uniti dal movimento dei personaggi.
Bolaño crea così due mondi che all’inizio sembrano separati come i mondi delle due donne. Tuttavia, dopo poco, si capisce che in realtà il gioco è simile a quello delle scatole cinesi: i mondi si compenetrano, esattamente come avviene fra la luce e il buio, fra la forma e la sostanza. Cosa unirà due luoghi così diversi e distanti? La solitudine degli esseri umani che errano da regioni sempre diverse fino ad arrivare tutti nello stesso punto, una sorta di centro omni rappresentativo, cuore di una coscienza collettiva.
Ed ecco che si comprende anche il molteplice significato del titolo scelto da Bolaño, “La pista di ghiaccio”: una pista di allenamento per pattinaggio su ghiaccio e, com’è giusto che sia in ogni noir che si rispetti, la pista che verrà seguita da (possibili?) investigatori (investigatori… detective, che non saranno mai presentati al lettore, forse addirittura inesistenti) per scoprire i gli intrecci dei personaggi e non tanto per risolvere l’assassinio. La pista di ghiaccio è la pista, è l’indizio, è la traccia fatale che porterà alla scoperta di innumerevoli anomalie ed uno strano delitto passionale, ma soprattutto è un luogo fisico, una cattedrale nel deserto innalzata a rappresentare l’indomabile potenza dell’amore. Bolaño ci dice chiaramente: solo l’amore può tirare su un’immensità tale partendo dal nulla; allo stesso modo, solo una forza simile può generare disastri di proporzioni analoghe.
L’autore si spinge oltre: la pista di ghiaccio è addirittura il luogo stesso del delitto, della frattura nel tempo. Così facendo, Bolaño condensa tutti gli elementi del libro in un singolo punto: emblema di solitudine, dell’estraniamento umano. Bolaño crea una metafora multisfaccettata in cui tutto prima è sospeso e poi precipita senza salvezza. I vari ingranaggi umani si fondono in un simbolo incongruente (una pista di ghiaccio… in Cile?) come l’emotività, ma paradossalmente freddo come la logica. La pista di ghiaccio diventa ben più importante dell’assassinio in sé, trascendendo il concetto di noir e sublimando quello dell’imperfezione umana. La pista è il centro gravitazionale delle vicende dei personaggi: li attirerà tutti e li risputerà fuori cambiandogli per sempre la vita.
Mi permetto di consigliare la lettura di questa gemma a chiunque voglia leggere un libro con una struttura intrigante e una trama non scontata, ma soprattutto a chiunque non abbia mai letto Bolaño e si senta scoraggiato dal cominciare con tomazzi calibro 1000 pagine quali I detective selvaggi o 2666. Forse La pista di ghiaccio non rappresenta a pieno il genio poliedrico e travolgente di Bolaño, ma resta comunque un piccolo capolavoro (magari un filo oscurato dall’immensità dei due tomazzi, ma d’altra parte uno si deve pure accontentare nella vita, no?).
Ripensando a questo romanzo breve, sempre di più mi innamoro dell’idea che uno degli infiniti filoni de I detective selvaggi sia stato così selvaggio da esser sfuggito di mano al suo stesso creatore cileno, guadagnandosi autonomia e imponendogli un ordine preciso: l’indipendenza dall’anarchia poetica e informe dei detective.
Come a dire: Roberto, io in quel bordello non ci resto, io sono uno preciso, io ci ho una storia tutta mia, una spietata storia di strani amori che si intrecciano e di bizzarre emozioni umane. Me ne infischio di dove mi vuoi piazzare tu. Eppoi io ci ho il caos interiore, non mi serve mica tutto quel casino semantico per essere cazzuto. Quindi accantona il caos strutturale per un po’: prenditi il tuo tempo e la forma che preferisci, ma vedi di finirmi adeguatamente. Poi sei libero di ritornare al tuo delirio, se ci tieni tanto.
Vita propria. Arte propria.
Una cosa è sicura: condividiamo una passione per un grande scrittore; :-)
assolutamente sì!
molto interessante il tuo sito, lo spulcerò a dovere!