L’ultima provincia [recensione]

2009 settembre 23
by fr

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L’italia è la terra dei cachi. Testo geniale e drammaticamente vero: stragi impunite e intanto se famo du’ spaghi. Problemi irrisolti, però abbiamo un cuore grande così (e se famo pure ‘na tazzulell’ ‘e cafè). Perché la realtà è che la vera forza dell’Italia sono gli italiani. Pare una tautologia, ma non è così. L’italiano medio subisce un allenamento forzato fin dalla nascita e diventa furbo: si adatta a qualunque situazione, anche la più assurda. Flessibilità, fatalismo, rassegnazione, spirito di vita. L’italiano si barcamena perché sa che se puntasse i piedi non accadrebbe nulla; tanto meno se lo facessero tutti: semplicemente si fermerebbe ogni cosa. Risultato opposto. E allora inventa, improvvisa: diventa un prestigiatore; tenta di trarre il massimo dal minimo o dal nulla.

L’Italia è dunque la terra dei cachi ma anche e soprattutto la terra degli italiani e gli italiani sono la vera risorsa del paese. Non è un caso che poi ci sia la cosiddetta fuga dei cervelli: alla fine la gente si rompe i coglioni di una vita alla macchia, manco fossimo in una giungla. Anzi, forse la giungla sarebbe di più semplice gestione.

Ma perché tutto ciò? E che c’entra col libro della Adorno? Ah, boh. Sarà che adoro gli sproloqui.

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Dico tutto ciò perché l’Italia, formata dagli italiani e dai cachi, è anche l’Italia delle province. Pensate di capire l’Italia e la sua cultura poliedrica stando a Roma, Milano, Firenze? Mh. Lì vedrete tante belle opere d’arte, chiese, musei, concerti, eccetera. Ma per capire da dove veniamo, il perché la cultura italiana sia così complessa, articolata e radicata, bisogna scendere negli abissi delle province più profonde. Sperando che certe cose non si perdano mai (e sperando che altre invece si perdano il prima possibile). Può sembrare un discorso leghista, ma non lo è: perché i leghisti sono notoriamente delle teste di cazzo e non fanno nessun tipo di cultura. Forse è più un discorso pasoliniano, se mi si permette di citare il genio riferendomi a due banali righe scritte di mio pugno.

Luisa Adorno (cognome da sposata e dunque anche dei genitori del marito – quindi occhio che hanno tutti lo stesso cognome!), toscana di nascita, lo fa – scende negli abissi – e lo fa con la sua stessa vita: sposando un siciliano e andando ad incontrare i suoi suoceri (gli Adorno, per l’appunto) in quella che lei definisce (ma non nomina mai) l’ultima provincia, della quale loro sono Prefetto e Prefettessa. E decide di raccontarci tutto in tono ironico, anzi auto ironico. Perché la Adorno è una davvero donna con uno spiccatissimo senso dell’autoironia: se metà delle cose che descrive sono vere, posso giocarmi una mano che migliaia di donne contemporanee non avrebbero retto più di 1 giorno.

A totale merito dell’autrice, pur essendo scritto in prima persona, il libro non fa quasi mai riferimento all’autrice. Si potrebbe pensare (erroneamente) che al cospetto del Prefetto e della Prefettessa, la povera nuora si sia nullificata, ma ciò non darebbe ragione dell’estrema eleganza e sottigliezza con cui la Adorno si è mossa: un’ombra lieve pronta a catturare ogni sfumatura della vita con i suoceri in Prefettura. Ciò che accade è interessante non in quanto accade all’autrice (narrazione egocentrica), ma semplicemente perché rilevante di per sé (narrazione oggettiva).

La scrittrice si fa totalmente da parte: non è lei la protagonista (tant’è che lei si riferisce al Prefetto come l’Adorno, quasi fosse diverso dal suo cognome: solo lui è il vero Adorno). In realtà nessuno dei soggetti è fino in fondo protagonista di questo libretto (forse solo il Prefetto in alcuni momenti assurge a livello di protagonista, ma dura poco): la vera protagonista è proprio la vita in Prefettura. Quanti di voi possono dire di sapere cos’è e come funziona una Prefettura? Per di più: una Prefettura siciliana? E il plauso è tanto maggiore perché la Adorno non solo sopporta situazioni e commenti dei più molesti senza mai perdere né la calma né la dignità, ma riesce anche a farci ridere di gusto. Un esempio modello di umiltà e di autoironia, nonché di altri tempi (forse non così malvagi in tutto).

Quando l’Adorno (per capirsi: il Prefetto) dichiara che il naso della sua neonata nipote (povera Luisa Adorno: partorire e svezzare un figlio in quella Prefettura! Il solo fatto che sia sopravvissuta merita tutta la mia ammirazione) è napoletano, ho percepito il senso storico del Regno delle due Sicilie.

Resterà sempre nell’immaginario di chi ha letto il libro, la reiterata esclamazione (geniale) del Prefetto ogni qual volta viene chiamato ad una cerimonia o un incontro ufficiale e non può rifiutarsi. Lui che vorrebbe solo starsene a casa tranquillo a non fare nulla urla esasperato: <<servo sugno!>> (servo dello Stato). Indimenticabile il finale, quando da servo, l’Adorno proclama: <<Aio servito abbastanza. Ora un signore sugnu.>>, poiché al posto di un incarico ufficiale (la cosiddetta carriera), sceglie la pensione anticipata: non dover più rendere conto a nessuno. Dicasi libertà.

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5 Responses leave one →
  1. 2009 settembre 23
    cazalobos permalink

    omadonna! è lunghissimo! lo leggo tutto intero dopo..

  2. 2009 settembre 23

    detto da te, marco… non so. sono proprio cambiati i tempi!

    leggi pure quando vuoi.

  3. 2009 settembre 24
    cazalobos permalink

    caspita!!!
    sembra bello da morire.

    sei riuscito ad incuriosirmi, senza farmi capire un accidente del libro, se è un saggio, una narrazione, una raccolta di ricette tradizionali!

    bravo.
    quanto scrivi bello!

  4. 2009 settembre 24
    cazalobos permalink

    e poi c’è il link alla spiegazione sul regno delle due sicilie, ché non ci ho mai capito nulla in quella successione di nomi e vicende e personaggi! grazie..

  5. 2009 settembre 24

    grassie dei complimenti marco. il libercolo è a tutti gli effetti un romanzo breve, ma è quasi più un saggio sociologico che altro, perché ti mette in contatto con una realtà che per noi metropolitani è inconcepibile. anzi, peggio: per noi è falsa. è una non-realtà.

    e lo fa (e per questo io la rispetto) con estrema leggerezza. chiaramente è un libro di altri tempi (scritto nell’ottantatré e probabilmente riferendosi agli anni settanta), ma passate le prime 10 pagine, uno si abitua allo stile e si spacca di risate.

    anch’io, quando la ditta mi manda in trasferta, adesso esclamo con rassegnazione: servo sugno!

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