Giustizia [recensione]
A Dürrenmatt piace fare la parte del demiurgo. A chi non piacerebbe? Va detto però che a lui riesce veramente bene, quindi l’esercizio di presunzione gli viene perdonato ogni volta. Il fatto vero e irrefutabile è che Dürrenmatt è bravo, davvero. Non come potremmo esserlo io e te. No. Lui è doppiamente bravo: per tutta la vita se l’è pure dovuta vedere con l’essere svizzero.
La storia di Giustizia è per certi versi l’esatto contrario, l’antitesi stessa del concetto di noir, di giallo. (E pure del concetto di avvocatura.) Dürrenmatt si diverte, decide di sviluppare l’enigma al rovescio, di partire dalla fine: l’assassino è noto fin dalle prime pagine. Non vi sono dubbi. Dunque non vi sarebbe nemmeno storia, anche perché l’autore dello spietato omicidio non si professa mai innocente. Accetta il processo senza protestare, considerandolo giusto, doveroso e coerentemente rapido, date le circostanze. Ancor più encomiabile in quanto non infierisce inutilmente sui contribuenti locali.
Isaak Kohler finisce quindi in carcere, condannato ad una reclusione ventennale, e da lì muove le sue pedine, tesse la sua trama. Kohler è lui stesso un demiurgo: gioca la parte del dio incompleto e mette in atto il suo piano diabolico. (Non a caso, spesso nel libro Kohler userà l’espressione non sono né un santo né un demonio: infatti è entrambe le cose.) E il suo piano è un piano da giocatore di biliardo: à la bande; un piano che colpisce alle spalle…
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Cosa fa Kohler? Essendo un uomo ricco e potente (consigliere cantonale), assolda un avvocato dopo essere stato condannato. Ma non assolda un avvocato di grido, un potente come lui. No. Kohler assolda Spät: un novizio, un poveraccio. Uno che non può rifiutare la sua offerta (anche se sotto ci sente puzza di marcio) perché è economicamente irrinunciabile. La richiesta è tanto semplice quanto metafisica: riesaminare il caso partendo dall’ipotesi che l’omicida non sia lui. Spät accetta pensando ai soldi e credendo di beffare Kohler in quanto, indagando onestamente, l’unica conseguenza possibile che intravede è che la verità emerga. Manco a dirlo, fallirà miseramente.
Spät è il vero personaggio principale: è il narratore ed è colui che accetta una sfida contro la realtà; è la pedina del malvagio e al contempo la nostra coscienza. Narratore sui generis perché sempre ubriaco (l’autore non era all’altezza del suo argomento. Il presente interveniva come elemento disturbante. L’essenziale veniva fuori alla fine, e poi d’un tratto gli mancava il tempo. Era troppo affrettato. In complesso, un lavoro piuttosto dilettantesco.)1 e in mezzo a puttane di ogni foggia, la sua sorte è di finire in disgrazia: il suo compito è improbo e il suo rivale (nonché committente) è immensamente più dotato di lui. Sarà grazie ai suoi errori e alla sua ingenuità che Kohler riuscirà ad essere assolto con formula piena, e sarà sempre attraverso la sua voce biascicante che emergerà di continuo il paradosso della giustizia.
Da buon demiurgo Dürrenmatt sogghigna in sottofondo e ci avverte: la giustizia non è necessariamente giusta; la giustizia è solo un meccanismo. Per di più creato e gestito dagli uomini, quindi soggetto alle tante imperfezioni degli esseri umani: umorali e incongruenti. Se si conoscono abbastanza bene le regole del meccanismo (e le regole sociali e individuali con cui sono manovrabili gli uomini), si può alterare la verità tramite la giustizia. Si può sostituire il concetto stesso di verità con quello di giustizia. Ecco così che una sentenza di assoluzione determina nella società circostante la convinzione che l’omicida sia realmente innocente (sebbene tutti lo abbiano visto sparare) e questa convinzione diventa una verità consolidata, incontrovertibile.
Spät però non ci sta. Per questo scrive: scrive la sua storia, la storia del suo fallimento e ci annuncia il suo futuro epilogo (che non rivelo), l’unico atto che può, nel suo schema mentale, ristabilire un senso a ciò che è accaduto. Lotta con tutte le sue forze per ristabilire vera giustizia, una giustizia che non sia una farsa. Il problema è che Spät è un idealista, un sognatore, un puro. Kohler è un freddo, un calcolatore, un tecnico del biliardo umano. Eppoi Spät beve troppo.
Occhèi: basterebbe questo a rendere il libro un capolavoro imprescindibile. Ma in realtà Dürrenmatt va ben oltre. Tutto ciò non è che la superficie del libro. Il profondo è altrove. Innanzitutto, sebbene il lettore si convinca ogni volta di aver afferrato il caso, è solo nelle ultimissime pagine che l’autore rivela i fatti per ciò che sono, mandando a ramengo tutto ciò che uno pensa di aver capito e dando senso compiuto a tutto ciò che si è letto.
Ma soprattutto, come dice giustamente Paolo Rumiz in questa recensione (notare la differenza fra quella di Repubblica e quella di repubblica.it – come a dire: sul cartaceo ancora si lavora seriamente; sulle redazioni web ci si mette meno impegno. Ma perché?): Dürrenmatt ci mostra quanto labili siano i confini etico-morali della nostra società.
Dürrenmatt scrive: Chi è colpevole? Chi dà l’incarico o chi lo accetta? Chi vieta o chi non osserva il divieto? Chi emana le leggi o chi le infrange? Chi concede la libertà o chi la ottiene? Il vero nocciolo è dunque l’atavico problema del libero arbitrio. È forse Spät più colpevole di Kohler perché accetta un incarico sapendolo assurdo o è vittima della contingenza? È Kohler un malvagio o sono le leggi ad essere imperfette e lui un abile giocatore? È forse ingiusta la condanna del cosiddetto peccato originale, poiché fu scorretto porre una tentazione divina a due semplici umani?
La poesia estrema risiede in un fatto che ogni studioso di legge ha sotto gli occhi tutto il tempo: non appena una legge o una regola è emanata (e con essa i suoi veto), automaticamente si crea un insieme complementare che rappresenta tutte le possibilità di infrazione della legge. Come a dire: è la regola che sancisce in maniera definitiva quali sono le infrazioni possibili; è il divieto che genera la categoria del proibito. Se però la regola contiene una falla, si potrà allora peccare senza infrangere nulla, commettere atti eticamente ambigui senza cadere nell’illecito: agire nei confini della legge (e della giustizia) senza essere giusti.
La critica che Dürrenmatt muove alla società svizzera è spietata: contano solo ricchezza e prestigio. Più se ne ha, e più ci si può muovere nel torbido senza rimanerne sporcati. Il circolo vizioso è frutto dell’ipocrisia dei benestanti: il prestigio va ai ricchi perché se lo meritano, altrimenti (in nome di un principio di giustizia assoluto) non sarebbero ricchi, no? In questo modo possono immergersi in traffici sempre più loschi protetti dall’armatura dei benpensanti. I puri? Al macero: sono inutili e impacciati. Non capiscono il sottile meccanismo antropologico. Non producono nulla, sono solo d’intralcio.
In definitiva: un libro da leggere assolutamente. Un libro che fa riflettere su temi molto sofisticati e che appaga il lettore (come me) che non ama i saggi, facendolo sì ponderare, ma regalandogli in più anche una trama assurda e avvincente. E questa è classe, signori.
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[1] Dürrenmatt è furbo. Sa di aver scritto il libro un po’ a singhiozzi (cfr. la sua nota sulla stesura del testo) e quindi maschera la sua colpa da stile ubriaco. E non riesce a rinunciare all’ulteriore gioco di inserire po’ di (meta) auto critica. Il personaggio finale che legge le pagine di Spät puntualizza che il ritmo è convulso, che la storia emerge a sprazzi, che tutto d’un tratto al narratore mancava tempo per concludere. Riesco quasi ad immaginare Dürrenmatt che, a 10 giorni dalla consegna del testo, senza quasi più tempo per concludere, rilegge il manoscritto e lo commenta con quelle stesse parole. A quel punto trova una via di fuga, una soluzione plausibile (e stilisticamente geniale): un narratore ebbro. E in questo modo, ubriaca felicemente anche i lettori (e consegna in tempo).